SAN RICCARDO PAMPURI O.H. – LA PAROLA NEL CUORE – Autore: Angelo Nocent – © – 2009 All rights

UN GIOVANE CUORE IN ASCOLTO

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SARO’ LA TUA INFERMIERA

Posté : 10 mars, 2009 @ 1:56 dans SARO' LA TUA INFERMIERA | Pas de commentaires »

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SARÒ LA TUA INFERMIERA 

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Clicca per ingrandire i funerali di San Ricardo in fumetto

 

sanriccardopampurimedicocondotto1.jpgCarissimo Erminio, 

 

                            dopo l’esperienza odierna, così struggente e carica di mistero, permettimi di aprirti  la mia anima profondamente addolorata.

Questa sera in casa mia,  a cena,  non s’è parlato altro che di te, del funerale così imponente riservato al  Dr. Pampuri, l’amato da ogni ceto sociale.

Papà che vede le cose a modo suo, non ha risparmiato la battutina: “Faceva meglio a starsene qui. Che, se voleva far del bene, le occasioni  non gli mancavano…Cosa gli è saltato in mente  di andare in convento…per finire cosi!”  Povero papà. Come lo capisco! In fondo, sono le stesse cose che ho sempre pensato io per prima, mia madre e tutta la gente di qui. 

 

La mamma ascoltava in silenzio, intervenendo a monosillabi e con qualche domanda posta per sviare il discorso, attenta com’era a evitare che si riaprissero nel mio cuore ferite mai del tutto rimarginate. 

Non so dove sei stato esattamente in questi ultimi tre anni. Me lo sono chiesto tante volte ma da chi avrei potuto avere tue notizie, senza il timore che mi si leggesse in faccia il segreto inconfessabile?  La voce è subito girata quando sei sparito dalla circolazione per andare in convento. Lo immagino un luogo punteggiato di solitudine, di umiliazioni e rinunce. A guardare dal risultato, anche di agonia, di morte.

 

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Un brivido mi percorre la schiena in questo momento. Non oso immaginare come avrai trascorso le tue ultime ore. Ho saputo che eri stato trasferito e ricoverato a Milano. Dio sa cos’avrei pagato per esserti vicino, rendermi utile, asciugarti la fronte, inumidirti le labbra, girarti il cuscino… 

A guardar bene, Erminio, qualcosa ci accomuna: entrambi abbiamo assaporato la tribolazione, conosciuto l’amarezza di certi abbandoni, anche se i miei diversi dai tuoi. Non sono proprio tanto sicura che il tuo Amato nelle giornate di sofferenza e di pena, sia rimasto accanto al tuo letto notte e giorno a coprirti di attenzioni come avrei fatto io. 

In questa mia pretesa competizione con Lui , non so come mi giudicherai. Forse mi prenderai per una donna  che non sa cosa dice, pervasa da “debolezze femminili”.  Oh, se avessi almeno potuto avvicinarmi a te, questa mattina, chinarmi sulle tue spoglie, afferrare per la prima volta la tua mano gelida e gridarti “Talità Kum”!  Sarebbe stato sbalorditivo vederti riaprire gl’occhi, riavere il tuo amabile sorriso. 

 

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Interno della chiesa di Trivolzio dove furono eseguite le esequie.

Durante la Messa ho avuto per un attimo la certezza che il  giorno del riscatto verrà e sarai proprio tu a organizzarmi una festa in Paradiso, dove tutti sapranno del mio amore che non hai corrisposto, per via di un Altro, Indicibile Amore. La tua piccola Lucia solo allora potrà finalmente capire, perdonare, abbracciarti e baciarti, amore mio caro, il più innamorato di Dio di tutto il Pavese. 

 

Tu non  hai giocato a fare l’uomo, lo sei stato fino in fondo. Fatico a comprendere che l’ora della tua apoteosi coincida con la tua morte. E’ difficile accettare la logica di Dio. Eppure questa tua sconfitta sembra includere un segreto affascinante, appena intuibile ma che io non so esprimere in parole. E’ la percezione avvertita da tutta la gente venuta per l’ultimo saluto. 

 

Spero ti sia accorto che nell’interminabile corteo  che da Torrino si muoveva in direzione della Parrocchiale di Trivulzio c’ero anch’io. Sì, c’ ero. E non sarei potuta mancare per nessuna ragione al mondo. Avevo sognato l’abito bianco da sposa e mi sono ritrovata vestita di lutto, con un nodo soffocante alla gola. 

 

Tu non sai che in questi anni, dopo la tua che mi mandava a dire della scelta irrevocabile di voler cercare Dio, Lui solo desiderare, Lui solo amare, ero stata incapace di rivelare i sentimenti repressi nella mia anima. 

 

Non ho mai pianto come oggi in vita mia. Esaurite le lacrime e la commozione, se questa sera ho deciso di scriverti, è per alleggerire il mio spirito che fatica doppiamente a rassegnarsi, ora che non sei più tra noi. Almeno fossi segregato in un qualche convento del mondo! No. Morto. 

Oggi la mia vita è stata profondamente sconvolta da mille interrogativi. 

 xiistazioneviacrucis.jpgEro lì, presso la bara, confusa tra la gente, sul lato destro della navata, sotto la dodicesima stazione della Via Crucis. Coperto dal velo nero di pizzo, il più bello che avevo, il mio viso di giovane donna innamorata era solcato da lacrime che si riservano soltanto agli affetti perduti, agli amori venuti meno. Sui volti della gente, mestizia. Sul mio, i segni di un tragico destino.

Tutti avevano lo sguardo puntato sulla tua bara. Solo il mio era perso nel vuoto.

Spero nessuno se ne sia accorto, perché io ho l’impressione di aver parlato ad alta voce lungamente con te mentre le melodie gregoriane si fondevano con il fumo dell’incenso, avvolgendo l’assemblea orante che passava dal  Requiem al Dies Irae, dal Libera me, Domine, al Sub venite sancti Dei, all’ In Paradisum, al Requiescat in pace. Amen… 

No, io non cantavo in latino, piangevo nella lingua materna, con parole strazianti che solo l’amore fa pronunciare in certi momenti. 

Ti dicevo: “Erminio mio, ti sei almeno accorto che sono qui, fra la gente? Mi vedi? Mi senti? E non mi dici nulla?” 

Poi mi rivolgevo a Dio: “perché, perché, Signore? Non ti accorgi che ce lo stiamo chiedendo tutti? Ma da Te la risposta non viene. E fai bene a stare in silenzio. Che giustificazioni vorresti portare?” 

 

Sentivo l’impotenza della mia protesta e mi pesava. Mentre il cuore ti diceva : “addio, fra Riccardo, riposa in pace”, con le labbra gridavo: “Non è giusto però…”. 

 

Non chiedo a Dio di farmi comprendere la Sua logica perché noi guardiamo alla vita da altezze diverse e io non potrei mai raggiungere le Sue. Però mi verrebbe voglia di chiederGli un grande favore: di mettermi almeno nel cuore tanta nostalgia di futuro e di accogliere le mie proteste come tentativo di dialogare con Lui, prima di accettare le Sue posizioni. 

 

Come vedi, la mia mente in ebollizione è piena di contraddizioni. 

 

Ho capito giusto? Stai dicendomi di piangere perché è umano ma di guardare a Cristo che è risurrezione e vita? Tu non cambierai mai. La tua fede è incrollabile. 

 

Davanti alla burrasca delle sicurezze che si sfaldano, al turbine degli ideali che si spengono, davanti ad una morte così assurda, inutile, come la tua, che cosa fa Lui? Dorme. 

 

Non Gl’importa che tu sia morto? Non sente le nostre grida di aiuto? 

 

 

So di parlare il linguaggio degli egoisti. T’avesse lasciato qui tra noi, a fare il bene in convento, avrei ancora potuto capire, accettare. Ma stroncarti così! Che senso ha? Che significato può avere questa morte disumana che non sa rispettare neanche  la regola così nota in natura di falciare il grano quando è maturo?

Scusami, Riccardo. Forse il mio parlare insensato ti ferisce. Ma non resistevo più dal cantarGliele in faccia. Almeno una volta. Sì, proprio lì, davanti al Sacramento.

Sai, mentre mi sfogavo, girando la testa, m’è caduto l’occhio sul quadro appeso alla mia destra. Dodicesima stazione: Gesù muore in croce. Trentatre anni anche Lui come te. E sua Madre lì, sotto la croce. Colei che ha rivestito di umanità il suo Creatore, non ha parole di rimprovero come me, verso l’Eterno. Piange anche lei, scossa, impietrita dal dolore per un Figlio brutalmente ucciso.

 Avessi anch’io uno scampolo della sua fede, della sua materna tenerezza!

Quel giorno non era lì a rimproverare il Cielo, ma a sostenere il Figlio nella prova atroce. Vuol dire avere una fede grande come il mondo. Ne avessi un briciolo di quella sua, non starei qui a piangerti sconsolata e, ciò che fa maggiormente pena, senza alcun diritto su di te. Infatti, che cosa rappresento io  per te? Nulla, so bene. E allora…?

Allora, Riccardo, aiutami. E, se puoi, dammi il coraggio di non volgermi indietro alla ricerca di certezze perdute per strada. Erminio, ora che posso osare senza timore alcuno, ti dico qui, davanti al quadro della Madonna: amami, perché ti amo. 

E se Dio s’incontrasse nel niente, ossia là dove non ci sono più cose cui aggrapparsi?

Anche a me, ora che è scomparso l’oggetto amato, resta soltanto il “niente”.

Che non possa anch’io trovare finalmente Dio? 

E se il Lui fosse racchiusa la bellezza di tutte le donne, il sapore di tutte le frutta e l’ebbrezza di tutti i vini, la dolcezza e l’amarezza di tutti gli amori della terra?

Se così fosse, provare una goccia soltanto di Dio, vorrebbe dire impazzire. Per sempre, come il mio Erminio. 

A te è successo proprio così: forse avevi provato una goccia soltanto di questa felicità. Da quel momento non hai potuto continuare la stessa vita di sempre. Per Lui hai cominciato a fare pazzie. Amarlo è stata l’unica ragione della tua esistenza. 

 Se è così, fra Riccardo, ti prego, insegnami ad amare come hai amato tu.

Quelle parole latine che risuonavano nella chiesa mentre veniva incensata la tua bara, continuano a riecheggiarmi: “Qui vivit et credit in me non morietur in aeternum”. 

Perché dicono con ostinazione che non sei morto? Che il vero morto non sia proprio io stessa quando nutro per te soltanto lacrime prive di speranza? 

 

sanriccardopampurinellalucedidio1.jpgRicordati di me ora che sei nel Suo Regno, affinché la mia anima trovi finalmente in te la Sua pace, nel tuo esempio il coraggio di essere donna.

Mi stai sorridendo?

Sei proprio tu?

E’ il tuo primo miracolo?

Mi vuoi donna di fede, vero? 

E allora no, non prego perché tu riposi in pace. Prego perché tu resti sveglio, attivo come ha promesso di esserlo dal Cielo la tua ammirata Teresa di Gesù Bambino. 

 

Di te noi abbiamo ancora bisogno. Ti prometto di non singhiozzare più se ti impegni ad assecondare una richiesta che non è soltanto mia ma di tutta la tua gente: devi riaprire l’ambulatorio. Dimmi di sì, almeno una volta.  

Dove? Ma proprio qui a Trivolzio è il luogo ideale. Vedrai che afflusso di gente! 

Cos’hai capito? Non l’ambulatorio dentistico, per carità! Un ambulatorio polispecialistico per ogni patologia del corpo e dello spirito, per problemi di cuore, di soldi, di vita…

No, non hai capito male.  Medico, frate e per giunta anche santo, come tutti sostengono, queste nostre miserie fisiche e morali, tutte le nostre vere o presunte paure, ti riguardano in prima persona. Anzi, più ancora di prima.

Non devi preoccuparti. Sai che puoi contare su di me. Sì, perché io sarò finalmente la tua infermiera che si occuperà del front office, di evadere le richieste telefoniche, sbrigare la corrispondenza, gestire le prenotazioni, movimentare i pazienti che chiedono grazie, guarigioni, assistenza…


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Come al solito, anche questa volta Riccardo non ha risposto direttamente. Del resto, proprio per via dell’incerto indirizzo, la lettera non è mai stata spedita. Egli ha preferito che Lucia lo raggiungesse in Cielo e che maturassero i tempi. Ma non ha respinto la proposta che gli era giunta lo stesso per le vie misteriose dell’etere. Anzi, insieme hanno brigato con il Principale per ottenere il benestare  che, finalmente è stato concesso. 

Ora l’Ambulatorio della Speranza, in quel di Trivolzio è attivo e perfino superaffollato per via dell’assistenza gratuita, assicurata agli afflitti ed angosciati di ogni provenienza e ceto sociale. E Lucia, la cui preghiera è stata esaudita, è collaboratrice attiva e molto discreta.

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Corriere della Sera

 

La «piccola Lourdes» del frate medico

 

L’ ultimo miracolo di san Riccardo: portare migliaia di pellegrini aTrivolzio, nel Pavese. Fu respinto da Francescani e Gesuiti. « Aiutami tu » e i malati guarirono

 

TRIVOLZIO (Pavia) – Un paesino fra le risaie e i campi di grano. Poco più di mille anime in due file di case che iniziano con la chiesa e finiscono col cimitero. Anime sempre più vecchie, l’ ultima volta il vescovo ha cresimato solo tre bambini. Anime spaventate e trincerate dietro porte sbarrate che si riaprono dopo il tramonto, quando ciò che è rimasto della gioventù di Trivolzio torna da Milano e Pavia, dove è andato a lavorare. Il municipio, la posta, la scuola elementare, la chiesa, l’ oratorio, un bar, un fornaio, un negozio di alimentari; ma neanche una banca o una trattoria.

Collegamenti, disordinati e sparuti: «Se abbiamo bisogno di spostarci, andiamo tutti in macchina»; e per beccare un pullman, un chilometro a piedi fino al bivio della provinciale Bereguardo-Milano. Come sfondo, l’ ininterrotto rombo dell’ autostrada per Genova; e quella sempiterna foschia che lascia intuire la presenza del Ticino, al di là delle barriere di pioppi di un verde scuro e compatto. A

metà della via principale, fra l’ insegna «Eleonora e Laura acconciature unisex» e una casa con due piani di tapparelle sbarrate, sopra il negozio di abiti «Gazebo», una targa di marmo ricorda che il 2 agosto 1897 qui venne al mondo Erminio Filippo Pampuri: medico, frate dell’ ordine ospedaliero Fatebenefratelli col nome di fra Riccardo, dal 1989 diventato santo. «Il Pampuri che a Trivolzio non ha mai fatto miracoli, però ci fa tanti favori», racconta l’ accorata insegnante elementare in pensione che vive al «bivio» per Bereguardo dove, dopo la morte del fratello, fin quando ha potuto ha fatto anche la benzinaia. E per «favori» intende la soluzione degli inevitabili e quotidiani inconvenienti che possono sconvolgere e avvelenare la vita: problemi di salute, malintesi familiari, dissidi coniugali, figli ingrati.

E intanto, quasi di malumore, Trivolzio vive l’ invasione dei pullman e delle auto che di sabato e domenica accorrono alla chiesa parrocchiale dei santi Cornelio e Cipriano per pregare e chieder grazie davanti all’ urna contenente il corpo mummificato del fraticello in sandali e saio di cui, neanche a scavare con tutta la buona volontà, a parte i miracoli, si troverebbe alcunché di clamoroso: «Una vita qualunque, una vita come tante altre» dice il parroco don Angelo Beretta. «La mia mamma l’ ha tenuto tante volte sulle ginocchia, era un bambino come tutti gli altri» afferma anche la maestra in pensione.

Anche un po’ birichino, a guardare le pagelle di quando frequentava il ginnasio Manzoni a Milano: rimandato a ottobre con 5 in latino e italiano, 4 in geografia e matematica a causa, secondo le testimonianze, delle distrazioni che incontrava lungo la strada. Chi se lo sarebbe aspettato.

Invece, «io devo seguire la chiamata di Dio, io devo farmi santo», aveva detto alla zia Maria Campari, che lo supplicava di rinunciare a farsi frate: «Un così bravo dottore nella condotta di Morimondo, e di salute così fragile». Infatti, il medico frate muore di tisi a 33 anni, in una stanzetta dell’ ospedale san Giuseppe di Milano: una mano stretta intorno al crocefisso; l’ altra fra quelle della zia che, dopo la morte della madre, lo aveva cresciuto come un figlio nella sua ricca casa nella campagna di Torrino.

Sono le dieci e mezzo di sera del 29 aprile 1930, e nonostante la «santa morte» i confratelli lo seppelliscono di corsa nel cimitero di Trivolzio: «Avevano paura che infettasse l’ ospedale, gli hanno bruciato persino i vestiti» racconta don Angelo. Il medico condotto che si era fatto frate in età già adulta rimane sepolto nel suo paese fino al 1951.

Intanto, il custode del cimitero va a lamentarsi col parroco don Mario Gandolfi perché la gente si porta a casa la terra della sua tomba: spalmata su una piaga o una parte dolente del corpo, quando non guarisce, almeno lenisce; in una donna, svanisce come per incanto la sterilità; il neonato, dato per moribondo, torna alla vita; la moglie si riappacifica col marito; il ragazzo timido trova la morosa che diventerà sua sposa.

Basta questo per fare, del caritatevole frate, un santo ufficiale? «I primi a muovere le acque sono stati « i Fatebenefratelli » – racconta don Angelo -: dopo Giovanni di Dio, non avevano un santo». Nel 1949, l’ arcivescovo di Milano, il cardinale Ildefonso Schuster, avvia il processo di canonizzazione.

Nel 1981, Pampuri entra nella schiera dei Beati. Il primo giorno di novembre del 1989, Papa Giovanni Paolo II lo proclama santo.

Trivolzio è in festa. È andata in massa in Piazza San Pietro e accende candele alle spoglie di fra Riccardo, trasportato nella chiesa del paese dopo che, per testardaggine dell’ allora arciprete don Mario Gandolfi, è stato sottratto ai Fatebenefratelli, che vorrebbero portarselo a Milano.

Fra i parrocchiani, una devozione saltuaria, discreta, ma niente di più. Poi, all’ improvviso, cominciano ad arrivare i pellegrinaggi organizzati; dalla provincia, dalla Lombardia, da ogni parte d’ Italia; e poi dalla Spagna, persino dall’ America. Arrivano sempre più numerosi. In pullman, in auto.

Il sabato e la domenica, assistono alla messa solenne, fanno la comunione, ricevono la benedizione con la reliquia (un frammento osseo), chiedendo di toccarla e baciarla. Prima di ripartire lasciano, ai piedi dell’ urna, un loro pensiero, la richiesta della grazia che sperano di ottenere, il ringraziamento per averla ricevuta. Dice il parroco: «Se, fino a poco fa, un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40».

I pellegrini chiedono al santo Pampuri il suo intervento per malattie gravi, affidano la famiglia alla sua protezione, lo implorano perché illumini soprattutto i figli. E poi ringraziano, per infiniti motivi: «Grazie perché adesso ho una casa», è una delle testimonianze di ottobre. «L’ arrivo sempre più numeroso dei pellegrini in un paesello sperduto, privo di un qualsiasi posto dove rifocillarsi dopo un viaggio a digiuno e sterminate preghiere, è il « terzo miracolo »» dice il parroco tutto contento. Nella trasmissione televisiva «Miracoli», un giornalista racconta alcuni prodigi compiuti da san Riccardo. Don Giussani, padre fondatore di Comunione e liberazione, arriva qui con un gruppo di giovani.

Sono affascinati da questa breve vita condotta nella preghiera, nella carità, nella dedizione al prossimo. Ne parlano e ne scrivono, al meeting di Rimini raccontano le loro esperienze, lo scelgono perché protegga i loro studi e li aiuti a trovare la sposa e lo sposo «giusti».

Molti vengono a sposarsi qui. Portandosi dietro vagonate di giovani, parenti, insegnanti. «Quasi tutte le domeniche arrivano i pullman di quelli di Comunione e liberazione», racconta infastidita la maestra elementare in pensione. Non le va bene che Cl si sia praticamente appropriata del loro santo: «Frate Riccardo è di tutti, ma soprattutto di quelli che ne hanno più bisogno». «Neanch’ io sono di Cl – afferma con un mezzo sorriso don Beretta -: ma non posso dimenticare che sono stati loro a passare la parola; è grazie a loro che Trivolzio è diventata « la piccola Lourdes »». I

ntanto, con le offerte, ha comprato la grande e malandata cascina di fianco alla chiesa per farne un luogo d’ accoglienza per i pellegrini e un negozio per i ricordi: «Per il momento, non vendo niente. In chiesa ci sono candele, alcuni piccoli oggetti, i libri delle biografie e dei miracoli, i santini: non c’ è scritto il prezzo, i devoti possono dare ciò che possono. Ieri, è venuta una donna per ringraziare fra Riccardo di averle tirato fuori di prigione il marito, aveva solo un euro».

I meridionali si portano via per ricordo soprattutto un piccolo busto del santo in gesso o metallo brunito. Quelli del Nord preferiscono un rosario con l’ effigie incisa su una medaglietta accanto a quella della Madonna. In tempo di messa, sabato e domenica, i pellegrini sono tanti che occorre un altoparlante sul sagrato.

Almeno per il momento, Trivolzio non specula, non fa mercato, non ha aperto neanche un’ osteria. Nella terra del riso, non ha ancora pensato a confezionarne sacchetti col ritratto del medico santo, come è stato fatto sulle candele. Solo da poco è arrivato un contadino che, la domenica, si mette di fianco al sagrato e vende il miele. Il parroco: fino a poco tempo fa un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40

Morto nel 1930 a soli 33 anni, è stato santificato da Giovanni Paolo II nel 1989

Nato nel 1897 a Trivolzio (nella foto, la chiesa), decimo di 11 fratelli, figlio di un oste, orfano di madre, Erminio Filippo Pampuri è allevato dalla zia materna e da suo marito Carlo Campari, medico condotto di Trivolzio. Pessimo studente a Milano, frequenta invece con profitto il liceo Foscolo di Pavia. I

scritto alla facoltà di Medicina, nel 1917 parte per la guerra. Al ritorno, diventa punto di riferimento per gli studenti cattolici. Il 6 luglio 1921 si laurea col massimo dei voti e diventa terziario francescano, poi medico condotto a Morimondo. Amato per la dedizione ai malati, in pieno regime fascista fonda il circolo di Azione cattolica Pio X, sottraendo i giovani del paese ai circoli mussoliniani che, per non lasciarlo dormire, aprono una sala da ballo sopra la sua casa.

Dopo sei anni di lavoro, la vocazione lo porta a farsi frate. Respinto da Francescani e Gesuiti per la sua fragile salute, entra nell’ ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli con il nome di frate Riccardo. «Aiutami tu», e i malati guariron.

Nel 1959, l’ architetto milanese Ferdinando Michelini, reduce dal lager di Ravensbruck e da allora sofferente di gravi disturbi gastrici, è colpito da occlusione intestinale. Ricoverato all’ ospedale San Giuseppe, dove aveva dipinto alcuni quadri raffiguranti frate Riccardo, è operato d’ urgenza e dato per spacciato. Il moribondo si affida al frate. La mattina dopo si sveglia gridando: «Ho fame».

Da quel momento, per grazia ricevuta, si trasferisce in Africa, dove si dedica al bene degli altri.

Il 4 gennaio 1982 Manolo Cifuentes Rodenas, 10 anni, mentre sposta il ramo di un mandorlo ad Alcadozo, in Spagna, si ferisce all’ occhio sinistro. In ospedale la ferita è giudicata gravissima. Il padre applica sull’ occhio una placchetta di metallo con la scritta «dai vestiti di fra Riccardo Pampuri, servo di Dio». Padre e figlio pregano lo sconosciuto italiano: lo credono già santo. Il mattino dopo, Manolo si sveglia guarito (nella foto, il santino che ricorda il miracolo).

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