SAN RICCARDO PAMPURI O.H. – LA PAROLA NEL CUORE – Autore: Angelo Nocent – © – 2009 All rights

UN GIOVANE CUORE IN ASCOLTO

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ITINERARIO SPIRITUALE DEL PAMPURI – Angelo Nocent

Posté : 9 avril, 2009 @ 12:18 dans ITINERARIO SPIRITUALE DEL PAMPURI | Pas de commentaires »

PAMPURI
ITINERARIO SPIRITUALE
ED
EPISTOLARE

PREMESSA

Il Dr. Erminio Pampuri, da poco novizio dei Fatebenefratelli nel Convento-Ospedale di Brescia Sant’ Orsola, col nome di Fra Riccardo, così scriveva l’8 dicembre 1927 al nipote Giovanni che gli comunicava di sentirsi chiamato dal Signore a servirLo nel Sacerdozio:

“Quale grande grazia! Essere scelto fra tanti e tanti ad essere sale della terra, luce del mondo, amico intimo di Dio e poter far discendere Gesù stesso sugli altari e la sua grazia, il suo perdono, la sua pace sulle anime,disporre con pieni poteri del tesoro divino dei meriti di N. S. Gesù Cristo, della sua SS. Passione e morte!”.

Riccardo appartiene alla numerosa schiera di coloro che hanno appreso la lezione evangelica delle parabole e di questa in particolare:

• “Voi siete il sale della terra,
• voi siete la luce del mondo,
• la vostra luce risplenda,
• vedano le vostre opere buone”( Mt 5,13-16)
.
Anch’ egli si è sentito interpellato direttamente dalle parole del Maestro, pronunciate dopo le Beatitudini.

Il sale della terra, la speranza del mondo, sono coloro che permettono alla terra di non inaridire, di non marcire, perché il coraggio che hanno nel proclamare la fede salva l’umanità.

Riccardo si è posto in una condizione di società alternativa, di persone che di fronte alla società che privilegia il successo, l’effimero, il provvisorio, il denaro, il godimento, la potenza, la vendetta, il conflitto, la guerra. Egli sceglie la pace, il perdono, la misericordia, la gratuità, lo spirito di sacrificio.
Egli ha scelto di vivere le beatitudini ed ha fatto pienamente sue le quattro affermazioni di Gesù e la sua esortazione.

Si tratta di “affermazioni metaforiche, simboliche, non facili da interpretare” , spiega il Card. Martini. “Ogni simbolo viene svolto in maniera sintatticamente diversa:

La prima metafora è la più elaborata: “Voi siete il sale della terra” (affermazione in positivo), .”ma se il sale perdesse il sapore, con cosa lo si potrà rendere salato?” (la stessa cosa è detta in negativo).
Segue una conclusione che mostra gli effetti disastrosi del sale scipito: “A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini”.
Gesù quindi dice: o siete discepoli autentici o siete zero, o siete da buttar via, da disprezzare, siete degli infelici, degli spostati; voi siete il sale della terra, ma se di fatto non lo siete, non siete nulla.”

Non solo, poiché il quadro di pensiero che sta dietro sembra essere sapienziale ed il sale era immagine della sapienza, una volta diventato insipido, raffigurava una persona diventata stolta e insipiente

La seconda affermazione è un’altra metafora, appena accennata, anch’essa straordinaria: “Voi siete la luce del mondo”. È sorprendente, o Signore, []commenta il cardinale] che tu ci chiami luce, perché tu stesso sei la luce, come hai detto: “Io sono la luce del mondo”; tu non hai paura di dire a ciascuno di noi che siamo luce del mondo se viviamo le beatitudini evangeliche!
La terza affermazione cambia completamente. Usa l’immagine della città, esprimendola innegativo: “Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte”. A dire: se siete discepoli, siete visti e giudicati da tutti, non potete nascondervi, tirarvi indietro; se accettate la via del discepolato, avete una responsabilità pubblica che nessuno vi può togliere.
L’ultimo paragone è un po’ simile alla metafora della luce. Mentre però, “la luce del mondo” faceva pensare piuttosto al sole, alla luce della creazione iniziale, qui si parla più modestamente di lucerna.
Sappiamo che anche una lucerna piccola illumina un luogo buio. Gesù la descrive con un paradosso: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio”, sotto quel secchio, più o meno grande, che è una misura per contenere il grano. Certo è ridicolo coprire una lucerna con un secchio, però noi facciamo di queste cose ridicole quando non viviamo secondo il vangelo pur chiamandoci cristiani. Una lucerna va messa sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.. Notate l’apertura cattolica, universale: a tutti quelli che sono nella casa, credenti e non, discepoli e non, vicini e lontani. Voi siete luce per tutti. Siete luce del mondo, non dei buoni, dei cristiani, di quelli che ci stanno, ma del mondo intero, siete il sale della terra, della terra che produce il cento per uno e di quella arida, disperata, affamata. Voi siete per tutti.
Gesù, dopo aver sottolineato la responsabilità del cristiano che accetta di essere discepolo, conclude con una esortazione, che riguarda in particolare la metafora della luce; ovviamente riprende anche il
tema del sale e della città. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini”. Può sembrare una contraddizione per chi conosce bene il Discorso della montagna, là dove dice: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini; quando preghi, chiudi la porta della tua stanza; quando fai l’elemosina, non suonare la tromba”.

C’è dunque un’apparente contraddizione fra le due esortazioni, ma noi comprendiamo bene che cosa significano l’una e l’altra. Gesù vuole che compiamo il bene per se stesso, senza cercare gratificazioni, soddisfazioni, compensi. Tuttavia il bene non può non riverberarsi intorno. Abbiamo la responsabilità di fare il bene per amore, e non per essere visti: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei Cieli”.

Spiega il Cardinale che “Sono tre momenti progressivi e potremmo paragonarli al frutto di un albero. Il frutto è bello quando è maturo sull’albero; è bello quando viene mangiato; è bello e buono quando nutre interiormente e lascia soddisfatti.
• Voi siete luce per gli altri quando volete vivere il vangelo, quando siete decisi ad essere discepoli;
• siete nutrimento per gli altri quando compite le opere evangeliche; siete motivo di gloria a Dio quando queste opere sono colte da altri.
• Ma quali sono queste opere buone che dobbiamo far risplendere? Non dobbiamo cercarle lontano.
Non sono quelle classiche del giudaismo (preghiera, elemosina, digiuno), bensì le opere del Discorso della montagna:
o mitezza,
o povertà,
o gratuità,
o misericordia,
o perdono,
o abbandono a Dio,
o fiducia,
o fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi.

È il Discorso della montagna che risplende e crea quella società alternativa che non permette alla società di corrompersi del tutto. È un po’ come la preghiera di Abramo a Dio per Sodoma: se ci saranno almeno dieci giusti, salverai la città.”

Riccardo nel suo tempo ha avvertito ed assunto la sua grande responsabilità nei confronti del mondo di essere fra coloro che sono sale e luce della città e della terra. Perché, se c’è tale speranza, questo sale e questa luce daranno speranza a molti. Progressivamente ha avvertito la chiamata ad una missione, dapprima circoscritta, l’università, la Condotta Medica, la Chiesa locale, poi, attraverso l’Ordine Ospedaliero, verso il mondo intero. Una missione che in Convento troverà riassunta in una parola: ospitalità. Con il farsi tutto a tutti, l’ essere luce, sale, lucerna sul lucerniere, città sul monte, senz’accorgersene, s’è ritrovato santo. E la Chiesa locale se n’è accorta subito, il giorno stesso del funerale.

Egli ha ben capito che sarebbe stato un controsenso se si fosse accontentato di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale. Ha preferito puntare in alto, prendere il largo, adottando con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria. Il Card. Martini è solito ripetere che è più facile essere santi che mediocri. Perché essere mediocri significa portare la vita cristiana come un peso, lamentandosi, amareggiandosi, rammaricandosi; la santità, invece, è luminosità, tensione spirituale, splendore, luce, gioia interiore, equilibrio, limpidità.

Il Pampuri per nulla intimidito dal vocabolo “santità” ha capito e dimostrato che farsi santi non vuol dire arrampicarsi sui vetri o vivere in un eroismo impossibile, solo di pochi. Ha capito che la santità non è opera personale, ma è partecipazione gratuita della santità di Dio, quindi è una grazia, un dono prima di essere frutto del proprio sforzo. E perciò va chiesto ripetutamente, ogni giorno, come il pane.

Le sue lettere stanno a Indicare che tutta la sua persona (mente, cuore, mani, piedi) l’ha inserita nella sfera misteriosa della purezza, della bontà, della gratuità, della misericordia, dell’amore di Gesù. Lui si è consegnato totalmente, nella fede, nella speranza e nell’amore a Gesù, al Dio della vita; una consegna attuata nella vita quotidiana vissuta con amore, serenità, pazienza, gratuità, accettando le prove e le gioie di ogni giorno con la certezza che tutto ha senso davanti a Dio, tutto è valido e importante.

Al nipote, per esperienza personale, si sentiva di potyer dare alcuni suggerimenti:
“Sii poronto e generoso alla sua chiamata, non spaventarti della grandezza alla quale egli ti vuole, ricordati sempre che siamo figli di Dio, chiamati a farci santi nel servizio del Signore (ciascuno nello stato in cui il Signore lo vuole); vuoi che Egli dopo averti chiamato ti lasci pi mancare le grazie necessarie? Sarebbe aasurdo il pensarlo: Egli che ci ha dato il più, cioè tutto Se stesso, vuoi che non ci dia anche il meno?” (ibidem)
Messo a confronto con la lettera di Paolo agli Efesini si capisce che Riccardo rivela di essersi lasciato interrogare dalla Parola e di aver saputo cogliere l’insegnamento della sublime pagina dell’Apostolo, così ricca da far emergere cose nuove ad ogni lettura:
« Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. In lui siamo sta-ti fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa deIIa completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria » (Ef 1,3-14).
Quella che Paolo scrive alla comunità di Efeso è una lettera contemplativa e che inizia con una grande visione sintetica della storia di salvezza. Il Card. Martini, parlando ai giovani del XV GMG di Roma, dice che ogni volta che lo leggiamo o lo ascoltiamo, come ci sorprende l’irrompere di una cascata:
“Anzitutto notiamo che è una lunga benedizione: « Benedetto sia Dio… che ci ha benedetti con ogni benedizione ».
• E’ una splendida preghiera che ripete per ben sei volte la formula in Cristo: « Dio ci ha benedetti con ogni benedizione nei cieli -in Cristo », « in lui ci ha scelti », « in lui abbiamo la redenzione », « in lui ha prestabilito di realizzare il suo disegno », « in lui siamo eredi », « in lui anche voi avete ricevuto il suggello dello Spirito »; sei volte si fa riferimento a Gesù come al centro della benedizione.
• Questo testo è un grande canto di riconoscenza: sei volte si fa riferimento a noi che siamo gratificati, ricolmati di tanti doni: siamo scelti in Gesù, in lui predestinati, in lui eredi…
L’Arcivescovo di Milano, che è per noi una preziosa e sicura guida interpretativa del passo biblico, si chiede:
1. Su quale sfondo va letta la pagina?
La stupenda pagina di san Paolo va letta chiaramente sullo sfondo del suo contrario, cioè della maledizioni della storia: guerre, fame, malattie, povertà, ingiustizie, crudeltà; il mondo sotto il potere del peccato, sotto il dominio del profitto fine a se stesso; il non senso della storia vista come un’avventura cinica, crudele.
E’ su tale sfondo che va letto il testo delle benedizioni di Dio, dell’amore, del perdono e della misericordia di Dio. E allora ci svela l’intenzione di Dio su ciascuno di noi, un’intenzione molto semplice, pure se Paolo la spiega con espressioni talora difficili.
2. L’intenzione di Dio
Il progetto di Dio su di noi è che, in una storia che sembra tanto crudele e senza senso, in una storia intessuta di ingiustizia e di violenze, siamo chiamati a essere in Cristo, in lui destinati a essere santi e immacolati. In Gesù « Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità ». E’ quanto dobbiamo approfondire nella nostra catechesi: in Gesù noi siamo stati voluti da Dio; il mondo, tutto ciò che esiste è stato fatto per Gesù e per noi perché noi siamo una cosa sola in lui. “
Ciò premesso, il Martini cercare di farci comprendere meglio il significato della parola « santi ».
“Santi vuol dire essere divini, entrare nella sfera del divino. La santità è una dimensione anzitutto ontologica prima di essere una dimensione morale: essere in Dio, in Gesù, essere figli.
Di conseguenza, immacolati, senza macchia.
Si esprime dunque della santità sia la radice profonda -essere in Gesù- sia le conseguenze etiche -essere immacolati-. I due termini ritornano al c.5 della stessa lettera agli Efesini, là dove Paolo sottolinea: « Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata » (vv.25-27). La Chiesa, tutti noi siamo chiamati a essere santi e immacolati in Gesù.
E’ straordinaria questa intenzione di Dio di fare di ciascuno una sola cosa in Cristo e di fare di noi una cosa santa, cioè la Chiesa; di renderci divini, di purificarci da ogni macchia di egoismo, di odio, di amor proprio; di renderci figli nel Figlio - »predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà »-, portatori nel mondo della presenza di Gesù.”

Riccardo si è interrogato come noi e reso cosciente dell’immensità della divina chiamata a essere santi. Le parole « santo, santità » hanno suscitano certamente anche il lui un brivido di timore pensando che essere santi significasse essere bravissimi, compiere chissà quali sforzi.
Al nipote non nasconde ciò che lui stesso sta vivendo da novizio: “ Il Signore però, chiamandoti alla vita sacerdotale, non intende chiamarti ad una vita comoda e tranquilla poiché Gesù ai suoi Discepoli ha detto che non potevano pretendere trattati meglio di Lui, che era il Maestro: avrebbero patito come Lui doveva patire, sarebbero stati con Lui crocifissi con le più svariate persecuzioni e croci; come Egli aveva aperto una guerra a fondo, irriducibile contro il mondo, i suoi errori ed i suoi vizi, così essi avrebbero dovuto continuare tale guerra, senza quartiere e senza patteggiamenti prima in se stessi nella propria anima, nel proprio cuore per santificare e infiammare se stessi (“Se il sale diventa insipido, a che servirebbe, se non ad essere calpestato?) e poi nelle anime degli altri per santificarle ed infiammarle dell’amore santo di Gesù e della sua Croce”. (ibidem)
Ma si è anche reso conto che la lunga pagina delle benedizioni enunciate dall’Apostolo fa sapere che tutto è assai più semplice. Essere santi vuol dire lasciarsi amare da Dio, lasciarsi guardare da Dio come Dio guarda Gesù, vuol dire essere figli con e in Gesù, essere amati, lavati, perdonati da Gesù.
“Nulla però [i Discepoli] avevano da temere, Egli ha vinto il mondo, ed essi pur lo vincerebbero con la sua grazia, basterebbe confidare in Lui, pregare Lui, restare uniti con Lui, Egli avrebbe loro ispirato per mezzo dello Spirito Santo ciò che avrebbero dovuto fare e dire; uniti a Lui avrebbero potuto compiere ogni cosa, superare ogni ostacolo: “Omnia possum in Eo qui me confortat”.
Il Pampuri ha capito che essere santi è davvero un problema di Dio prima che nostro, un problema che tocca a Dio risolvere. Come Teresa di Lisieux, anche lui si è semplicemente lasciato amare, non si è irrigidito né spaventato. E’ prevalsa in lui piuttosto la meraviglia: quanto mi ami, o mio Dio! quanto mi ami, o Gesù che vuoi essere tutto in me, che vuoi unirmi a te per insegnarmi a vivere, ad amare, a soffrire e a morire come te!
Da bravo e valoroso caporale che sul fronte si è meritato anche una medaglia, , sa come si deve rispondere al Superiore che chiama e così consiglia il nipote: “ Coraggio adunque e generosità: se senti la chiamata del Signore, se il tuo Confessore te lo consiglia, segui tale chiamata, rispondi da buon soldato di Cristo, come i Santi: “Adsum – eccomi!”, mettiti nelle sue paterne divine braccia senza le eccessive preoccupazioni che la prudenza umana (dal Signore chiamata stoltezza) suole far sorgere per spegnere il fuoco santo che il Signore vuole accendere i noi: “Ignem veni mittere, ed quid volo nisi ut accendatur?”
Lasciando operare Dio in lui, sono emersi, a poco a poco, i passi, le caratteristiche, i momenti che hanno ritmato la sua santità. Questa disponibilità lo ha reso
• contemplativo e amante della preghiera, gustata e sempre più allargata, fino a perdere la cognizione del tempo;
• coerente con la sua fede, ha trasmesso ai coetanei e alla sua gente speranza di eternità, fiducia, sorriso, contentezza, serenità, tanti atti di generosità, di servizio, di disponibilità, di gratuità, testimoniato che la santità è possibile;
• generoso nel servizio ai fratelli malati della sua Condotta Medica, vegliandoli anche la notte, mai calcolatore, mettendo mano al portafogli per le medicine o il macellaio;
• membro attivo della Chiesa nelle diverse iniziative (Azione Cattolica, Banda, Esercizi Spirituali, Visite eucaristiche…) trasfondendo vivacità, disponibilità, amore, capacità di perdono…;
• artefice di socializzazione e costruttore di pace e concordia, cominciando dalla famiglia, dalla parrocchia, dal piccolo gruppo, dicendo parole di benevolenza, di comprensione, di accoglienza, di condivisione.
Riccardo ha capito che il donare Gesù agli uomini, il condividere il tesoro che possedeva, non era un compito fra gli altri né un’attività che uno si assume come può. Egli lo ha fatto scopo della sua vita, tutta protesa in quest’ottica.
Se è legittimo chiedersi come abbia potuto realizzare un così impegnativo progetto di vita, come abbia fatto a tradurre le caratteristiche della santità nella quotidianità, la risposta, se vogliamo, è semplice:
• LA PAROLA DI DIO. In anni in cui lo studio e la lettura della Sacra Scrittura erano penalizzate, Egli intuitivamente è rimasto in costante ascolto della Parola. Il Vangelo è diventato il suo tesoro più prezioso e dall’Imitazione di Cristo è stato spronato a leggerlo. Se essere santi significa essere come Gesù, in Gesù, è proprio il vangelo, letto e meditato quotidianamente, che mette in noi la vita, i sentimenti, i giudizi, i pensieri, le azioni di Gesù.
A tal proposito così scriveva il Dr. Erminio Pampuri a un certo Sig. Milani il 5 dicembre 1924: “ La lettura del S.Vangelo quanto più ripetutamente e attentamente si fa, con la volontà decisa e lo sforzo di applicarne le massime divine alla pratica della vita la Lectio Divina diremmo noi oggi), tanto più è compresa nel suo significato materiale, morale e mistico. E’ soprattutto lo sforzo sincero di applicarlo quello che fa sempre meglio comprendere lo spirito del Vangelo. E’ inoltre indispensabile per la giusta interpretazione la spiegazione di esso, e appunto per questo soprattutto è stato istituito da Gesù Cristo l’infallibile magistero della Chiesa”.
E ancora: “Nella lettura del Vangelo come di tutta la Sacra Scrittura, torna di gran giovamento il tener presente queste parole dell’autore dell’”Imitazione di Cristo”. E cioè: “Quando alcuno sarà più in sé raccolto e semplice di cuore, tanto maggiori e più sublimi dottrine ei comprenderà senza fatica: perché di sopra (cioè da Dio) riceve il lume della intelligenza”, libro I,cap.III”
“La nostra curiosità ci è spesso di ostacolo nella lettura delle Sacre Scritture, quando vogliamo capire e discutere, dove sarebbe da passarvi sopra semplicemente. Se tu vuoi cavarne profitto, leggile con umiltà, con semplicità e con fede”, libro I, cap.V”.
E San Gregorio Magno dice:
“Se la Scrittura contiene in sé i misteri atti ad esercitare gli uomini più illuminati, essa contiene anche verità semplici atte a nutrire anche gli umili e i meno sapienti, ella porta al di fuori di che allattare i bambini, e di dentro, nei suoi più secreti significati, di che riempire d’ammirazione le menti più sublimi; simile ad un fiume così basso in certi luoghi che un agnello vi può passare a guado, e così profondo in certi altri, che un elefante vi potrebbe nuotare”.
• L’EUCARISTIA. Fin dalla tenera età ha attinto vigore dai sacramenti, specialmente dall’Eucaristia e dalla Penitenza ». In entrambi ha ritrovato il sostegno per le sue debolezze, la forza di riprendere ogni giorno a essere come Gesù, ad essere santo.
L’Eucaristia è rivelatrice della verità di Gesù in tutta la sua interezza. Ed è insieme la rivelazione della verità del discepolo. Gesù viene dal cielo, Gesù è colui che si offre per la vita del mondo. Sono questi i due aspetti che definiscono Gesù nella sua persona e nella sua missione. E il discepolo è colui che mangia e beve la carne e il sangue di Gesù. In altre parole, è colui che riconosce l’origine di Gesù e il suo significato di salvezza e, di conseguenza, l’accoglie e la condivide.
Lui, prete mancato, perché non accolto dai gesuiti per malferma salute, dopo aver partecipato con entusiastico ardore al Congresso Eucaristico Nazionale di Genova nel settembre 1923, così scrive: “Quali tesori, quali torrenti di grazie ha riversato Gesù Eucaristico durante quel suo glorioso trionfo!…Dal gaudio di quei felici momenti, ben si può comprendere, per quanto lo permette la nostra mente limitata, qual gaudio infinito di perfetta felicità si compenetrerà nella beatifica visione diretta di Dio in Cielo” ( 6 ottobre 1923).
Sono sintomatiche le parole che sono state scolpite sulla sua tomba, segno evidente di una sensazione avvertita e diffusa: “NEL SECOLO E NEL CHIOSTRO ANGELICAMENTE PURO, EUCARISTICAMENTE PIO, APOSTOLICAMENTE OPEROSO”.
• LA SILENZIOSA VIA DELLA CROCE. L’attaccamento a Gesù deve superare ogni altro legame. Il primato di Gesù non va solo affermato e riconosciuto a parole, ma concretamente nella sequela: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me». La via della Croce è un modo nuovo di vedere le cose e di agire, di valutare e di scegliere: la via della Croce è la via del dono di sé, della solidarietà, della rinuncia a fare della propria persona il centro attorno a cui tutto deve ruotare. Ma nessuna paura: questa logica, così diversa da quella abituale, non è generatrice di morte, ma di vita: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».
La meditazione della passione e morte di Gesu è stata per lui “di stimolo continuo ed efficace a sopportare le croci, ad amarle, a desiderarle per amor suo con quell’ardore vivissimo col quale Egli sospirò di portare quella croce pesantissima” (10 aprile 1924).
• LO SPIRITO DI RACCOGLIMENTO E DI UNIONE CON DIO. Il motivo lo si può trovare nei suggerimenti espressi a suo nipote: “Non chiacchierare troppo, ma abituati a tacere ed a restare un po’ raccolto in te stesso, poiché la bottiglia aperta lascia svaporare la forza del vino che contiene e lo fa inacidire”.(8 settembre 1928).

• LA SPIRITUALITA’ DEL SACRO CUORE DI GESU’. In tempi come i nostri in cui, nonostante l’autorevole enciclica di PIO XII “Haurietis aquas”, la devozione al Sacro Cuore è, senz’altro, in crisi, utile soffermarsi e dilungarsi su questo punto che ha caratterizzatola la chiesa della prima metà del ‘900 e la spiritualità del Pampuri in particolare. Proprio perché rimane ancora valida l’osservazione di K. RAHNER che “non esclude l’ipotesi che la devozione al Sacro Cuore, da popolare diventi una devozione dei Santi, degli spirituali, dei mistici, i quali troveranno, come in un punto ardente, la risposta dell’unico Cuore alle supreme istanze del loro cuore umano”, è il caso di sottolineare che Riccardo ha saputo cogliere nel segno.
La spiritualità del S. Cuore, è in verità “l’anima di tutte le devozioni”, perché ci fa vivere pienamente la MEDIAZIONE del Verbo incarnato; ci fa rapportare alla seconda Persona della Trinità, accogliendolo nella sua duplice natura di UOMO-DIO. “La spiritualità del Cuore di Gesù è un modo di sentire e di vivere tutto il mistero di Cristo, come mistero d’amore”. Perché, come scriveva PIO XII: “La devozione al Cuore di Gesù è, in sostanza, il culto dell’amore che Dio ha per noi, nel Cristo ed, insieme, la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli altri uomini”. È la spiritualità più CRISTOCENTRICA, la più capace che inglobare e determinare tutta la nostra vita. Con essa “la religione diventa amore”, perché mette al centro – attraverso il simbolismo del cuore – l’amore stesso di Dio, così come si rivela nell’AT in Os 11,1.3-4; 14,5-6; Is 49,14-15: Ct 2,2: 6,2; 8,6; e come ce l’ha manifestato Gesù nel NT (cf. Gv 19,37; Lc 15).

• “GLI STESSI SENTIMENTI DI CRISTO GESÙ” (Fil 25 ) . II Cuore di Gesù, e ciò che esso significa come relazione personale affettiva, e ci dice quanto un uomo possa percepire l’amore di Dio, e fino a quali potenzialità possa rispondervi (Ef 3,17-19). L’amore di Gesù per ciascuno di noi, è la conseguenza dell’incarnazione e di quella solidarietà che Egli ha con l’umanità intera. San Paolo, che ha meditato e annunciato questo mistero, per esprimerlo conia per noi, dei neologismi, come:
• con-patire (Rm 8,17),
• con-crocifiggere (Rm 6,6),
• con-morire (2Cor 7,3),
• con-seppellire (Rm 6,4),
• con-risuscitare (Ef 2,6),
• con-vivere (Rm 6,8),
• con-vivificare (Ef 2,5),
• con-fondati (Rm 6,5),
• co-eredi (Rm 8,17),
• con-figurare (Fil 3,10),
• con-formare (Rm 8,21),
• con-glorificare (Rm 8,17),
• con-sedere (Ef 2,6),
• con-regnare (2Tm 3,10).
Tutto a riprova che “non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). D’altra parte, il cristiano che è unito al suo Signore, sa che per questa comunione il Cristo co-agisce con il credente quando prega, quando soffre, quando ama.
• Una PRESENZA viva La Sacrosanctum Concilium, al n. 7, parla delle varie presenze “reali” del Risorto, nella sua Chiesa:nelle azioni liturgiche, nel sacrificio della Messa, nei sacramenti, nella sua parola, nella comunità riunita per la preghiera.In più, ogni cristiano dovrebbe sentire il Signore “presente in sé”, secondo la promessa dello stesso Salvatore (cf. Gv 14,20) Gesù è “nostro contemporaneo”, infatti, Egli è “lo stesso, ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8).
• Quando noi viviamo in santità, – cioé in comunione con Lui – diveniamo co-attori dei misteri della sua vita terrena, sia nella dimensione sacramentale offertaci dall’ANNO LITURGICO, che nell’unione dei cuori, sperimentabile nell’esperienza mistica. Tutta la persona, anche la sua dimensione affettiva, è coinvolta nella vita di Cristo: con tenerezza, per Gesù Bambino;
• con amicizia, per l’Evangelizzatore di Galilea;
• con compassione, per l’Innocente sofferente e crocifisso;
• con adorazione, per il Signore risorto. Presente nella nostra storia.
• II Cristo si fa presente nella vita d’ogni cristiano con grazie particolari, soprattutto nei momenti decisionali. A volte, la percezione della sua presenza è così certa, gratuita, illuminante, da avvicinarsi ad una vera “esperienza mistica”.I momenti sono questi:
• Vocazione, soprattutto quando questa è chiamata ad una vita di speciale consacrazione. Es.: Maria (Lc 1,26-38).
• Conversione, che non è necessariamente “mutamento di condotta etica, ma nuovo orientamento teologale di tutta la persona e l’esistenza a Cristo”. Es.: san Paolo (At 9,1-8).
• Sequela, che è l’aspetto conseguente la vocazione e la conversione. Si segue Gesù per “convivere, comunicare e condividere” con Lui (cf. Mc 3,14).
• Comunità, come luogo al quale porta la vocazione e la conversione, perché in essa e per essa si attua la sequela. Solo nella comunità si ha la certezza di incontrarsi con Cristo (Mt 18,19-20).
• Missione, che è evangelizzazione e (o) testimonianza, imitando, anche in questo, Gesù, il Messia salvatore.

E’ facile, è possibile vivere così, tendere alla santità?
Non credo si possa affermare che è facile essere santi. Non lo è stato neanche per Riccardo. Ma certamente è molto più bello del contrario e ogni volta che uno ci prova è costretto a dare ragione a tale affermazione. Certo, sembra duro e magari spaventa. Eppure, lo sappiamo tutti, è bello essere in Gesù e come Gesù; è assai più bello del contrario. Perché la negligenza, la pigrizia, la svogliatezza, il cercare sempre e soltanto i propri comodi, è la cosa più triste che ci sia.
Invece la santità, l’essere in Gesù, l’avvicinarsi a lui è la cosa più bella in assoluto. Provare per credere.

E’ possibile realizzare questo ideale?
L’evangelista Luca è molto attento non soltanto al servizio e all’assistenza che le donne svolgono nella comunità, ma anche al loro compito per l’edificazione e coesione della Chiesa (At.9,36; 16,14; 18,26). Ma è particolarmente interessato a quello dell’ascolto della Parola. E certamente non si tratta di un ascolto ozioso, inerte, o per un mero fatto culturale e contemplativo; è beato, infatti, chi ascolta la Parola per metterla in pratica.
Egli utilizza i dati in suo possesso per ricostruire una scena ideale, in cui sono illustrati due atteggiamenti sull’accoglienza di Gesù, il servizio generoso di Marta per l’ospite gradito e di riguardo e l’ascolto attento di Maria alle parole del Signore.
L’attenzione al Maestro, l’ascolto della sua Parola è per il discepolo la “parte migliore”, che non gli sarà tolta. Per Luca, ascoltare la Parola non ha nulla a che fare con la contemplazione oziosa, bensì sfocia nell’azione concreta ed esigente (Lc.8,15). Se questo vale per ogni cristiano, tanto più diventa essenziale per coloro che “lasciando ogni cosa per amore di cristo, lo seguono come l’unica cosa necessaria (Lc.10,42, ascoltandone le parole (Lc.10,39), pieni di sollecitudine per le cose sue”.
Maria di Betania, senza rendersene conto, sta realizzando in quel preciso istante la definizione dell’essere umano, chiamato l’unità del fare e dell’ascolto. Che cosa significa essere uomini o donne? E’ scoprire il mistero di noi stessi nell’ascolto della Parola di Uno, più grande di noi, che avendo fatto il nostro cuore, ce ne rivela i segreti.
Maria di Betania è immagine dell’uomo che si autocomprende, che giunge all’autenticità, alla chiarezza del possesso cognitivo di sé ponendosi con umiltà all’ascolto della Parola divina che ci rivela e, nello stesso tempo, ci riempie. Credo si possa affermare decisamente che il mistero dell’ascolto di Maria di Betania è una vera e propria rivelazione della condizione umana che siamo chiamati ad accogliere. Dal nostro essere aperti al discorso di Dio, gratuito e benevolo, noi impariamo che siamo in ascolto, dono, e ci realizziamo nella gratuità. Ciò che emerge dal fatto è
Riccardo è la testimonianza di un’autocoscienza vigile e di questo ideale realizzato. Egli ha saputo coniugare servizio generoso con l’ascolto attento. E come lui, una miriade di persone. Basterebbe fare un po’ d’attenzione e ci accorgeremmo di essere circondati da santi. Ho provato a indagare superficialmente e subito mi sono accorto di quanti santi solo del ‘900 sono già assurti alla gloria degli altari o vi sono candidati. Senza contare quelli che non lo saranno mai. La santità è, di fatto, in mezzo a noi, sulle strade, sui tram, in metropolitana, non lontana da noi. Se si pensa che il Signore ha concesso al nostro secolo che appare così secolarizzato, così pagano, di essere il più ricco di santi e di martiri di tutti gli altri secoli, c’è da restare stupefatti. Ed anche da arrossire dalla vergogna a stare dall’altra parte della barricata, fatta di pigri ed oziosi operai nella stessa vigna del Signore.
E, se una lieta notizia ne deriva, consiste nel fatto che Dio ha una Parola per me, per noi, per tutti e possiamo ascoltarla, nel silenzio e nella pace. Da tale ascolto
• siamo nutriti,
• cresciamo nella fede,
• ci realizziamo come essere umano,
• cresciamo insieme a tanti altri come Chiesa in cammino.
• A tutti viene assicuratao: “Questa parte migliore non ti sarà mai tolta”.

 

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