SAN RICCARDO PAMPURI O.H. – LA PAROLA NEL CUORE – Autore: Angelo Nocent – © – 2009 All rights

UN GIOVANE CUORE IN ASCOLTO

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03 – MILANO: I MOTI DEL 1898 – San Riccardo Pampuri

Posté : 12 mars, 2009 @ 1:03 dans 03 I MOTI DEL 1898 | Pas de commentaires »

I MOTI DEL 1898

Quando Erminio aveva un anno, era ancora vivo l’orrore suscitato dalla dura repressione degli scioperi per l’aumento del prezzo del pane, ordinata dal generale Bava Beccaris a Milano e culminata nelle cannonate in viale Piave.

fraceciliocortinovis1.jpgSi sparò sulla folla che attendeva il cibo presso il Convento dei Cappuccini, secondo una tradizione che ancora oggi perdura: la Mensa di San Francesco il cui più illustre testimone è stato fra Cecilio Cortinovis che un giorno vedremo agli onori degli altari. Il dubbio che i cannoni fossero stati puntanti ad arte verso quel luogo ed a quell’ora, è sempre rimasto: non si capisce perché fossero stati proprio presi di mira i poveri dell’opulenta Milano in fila ad attendere un piatto di minestra.

La realtà è che Milano da tempo dava segni di insofferenza verso il Governo centrale di Roma. Ma quei tristi fatti di maggio avevano segnato anche il volto della Chiesa ambrosiana. Non solo perché i cannoni erano stati puntati sulla folla dei poveri che si era raccolta a ricevere un povero pasto; non solo perché i Cappuccini furono arrestati con l’accusa, infamante per loro, di avere sobillato la folla, ma anche per l’umiliazione che si era orchestrata attorno al suo vescovo, il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari.

beatocardandreaferrari.jpgEgli era stato persuaso ad andare in visita pastorale ad Asso: l’Autorità si faceva garante dell’ordine pubblico, anzi contava sulla partenza del cardinale proprio come segnale per tutti che la situazione era tranquilla, come invito agli incerti a placare gli animi, a sedare le tensioni e le preoccupazioni.

Dopo lo scempio, come il bimbo che nasconde la mano, scagliatone il sasso, per placare lo sdegno generale viene utilizzato lo schema abusato dai potenti di turno: coinvolgere tutti come correi di colpa e indicare possibilmente un inerme, che diveni vittima (colpevole) per tutti, trasferendo sulla sua innocenza l’odio e lo sdegno del popolo.

Con una ben orchestrata campagna di stampa si puntò il dito sul « Pastore che aveva trascurato il suo gregge ». Bava Beccaris, con lo sdegno di cui si fanno spesso mantello gli ipocriti, rimproverò solennemente il cardinale e tale fu il turbamento che lo stesso papa Leone XIII fu costretto ad interrogarsi se non fosse conveniente nominare un nuovo arcivescovo di Milano, che placasse gli animi e sanasse le divisioni.

Fortunatamente, proprio perché troppo grande era la sua stima per il cardinale, fu giustamente lasciato al suo posto. La Diocesi di Milano Non posso parlare della Diocesi di Pavia perché non sono documentato. Poiché allora come ora il Metropolita è sempre l’Arcivescovo di Milano, è utile conoscere l’aria che tirava nella capitale lombarda.

La Diocesi di Milano, proprio quattro anni prima, sembrava aver ritrovato con il giovane cardinale Ferrari tutto lo slancio che l’aveva caratterizzata per secoli. Questa ripresa veniva dopo il lungo travaglio del secolo che si stava chiudendo. Il clero di Milano da sempre è stato vicino alla sua gente.

tazzolidonenrico.jpgNon a caso don Enrico Tazzoli, uno dei martiri di Belfiore, scrisse che il clero milanese è, in confronto con quello veneto, più colto, umile ed austero, « di sentimenti liberali, ma liberali nel più bel senso della parola ». Il clero ambrosiano sembrava aver messo in pratica le parole che Parini avrebbe detto ad un giovane seminarista prossimo all’ordinazione:

  • « Il secolo che non vuole nella società inciampi al suo naturale progresso e aspira a pareggiare tutte le condizioni, ha tolto al clero quei privilegi che parevano da mille anni dargli una potenza senza contrasti e senza eccezioni.

  • Tu che sei giovine vedrai anche questi fraticelli snidati, raminghi destare le risa del mondo, di cui non conoscono le usanze.

  • Continueranno quei soli che sono evidentemente attivi ed utili, perché il secolo non avrà il coraggio di far valere contro essi i suoi pretesti. • Fate sinceramente del bene, e l’avvenire vi rispetterà …

  • Tu figlio, presto sarai prete. Che tu possa non dimenticare giammai la tua tremenda missione! Il campo è più che mai aperto e sgombro, e bisogna entrarvi spogli e colle sole armi della carità e della fede, e l’amore e la venerazione de’ popoli dovrete conquistarli colle azioni.

  • La famiglia nostra è il genere umano.

  • Le nostre speranze e i nostri timori non sono di questo mondo. Il mondo sa troppo bene che la nostra carità non deve aver limiti, e se vede in noi un’esuberanza di forze e di agi la guarda con occhio incredulo e derisorio, quasi avanzasse al dovere che abbiamo verso gli altri.

  • Studia, perché bisogna fare vedere che i preti non hanno paura del progresso e della verità, e dobbiamo giovare agli altri con tutti i mezzi che l’incivilimento ossia Dio medesimo ci porge.

  • Ma soprattutto ama, ama sinceramente, e allora tutti i doveri ti diverranno facili »5. Questi preti sembravano aver fatto proprie le parole di Alessandro Manzoni nelle sue Osservazioni sulla Morale Cattolica:

  • « Forse che sono cessati i ministri degni di tale ufficio? No, Dio non ha abbandonato la sua Chiesa.

  • Egli mantiene in essa uomini che non hanno, che non vogliono altro mestiere che sacrificarsi per la salute dei loro fratelli,

  • e in quanto vedono un vero premio (dei pericoli, dei patimenti, della vita più laboriosa) [...] il mondo [...] guarderà questi con venerazione e con riconoscenza;

  • in ogni ministro zelante, umile e disinteressato, vedrà un uomo grande » (cap. 8). Ma il controllo esercitato dal Governo austriaco prima e dopo l’illusione napoleonica e, in seguito, il Risorgimento italiano, così come si era andato realizzando, avevano diviso il clero e conseguentemente gli animi dei cattolici. Non era certo stata una bella pagina di storia della Chiesa milanese quella scritta dall’arcivescovo Giovanni Battista Montecuccoli Caprara, quando aveva promulgato, per compiacere il suo imperatore, il cosiddetto Catechismo Napoleonico, che insegnava:

  • « (Domanda :) Quali sono i doveri dei Cristiani verso i Principi che li governano; e quali sono in particolare i nostri doveri verso Napoleone I, Imperatore e Re nostro?

  • (Risposta :) I Cristiani debbono ai Principi, da cui sono governati e noi in particolare a Napoleone I, Imperatore e Re nostro, amore, rispetto, obbedienza, fedeltà, il servizio militare, le imposizioni ordinate per la conservazione e difesa del trono: noi gli dobbiamo ancora fervorose preghiere per la di lui salute, e per la prosperità spirituale e temporale dello Stato ».

Non è mai bene attribuire ad un dovere verso Dio l’obbedienza ad un principe di questo mondo. Ma gli austriaci erano presto tornati con deciso desiderio di riportare l’ordine. Così imposero la ricostituzione degli Oblati di S. Ambrogio e S. Carlo, soppressi al tempo di Napoleone (1810), perché considerati un ordine religioso (erano detti i « gesuiti ambrosiani » e non dei preti diocesani che san Carlo aveva costituito, proponendo ad alcuni sacerdoti di oblare, di consegnare nelle sue mani, i loro diritti e le loro autonomie (a quel tempo molto forti) nei confronti del proprio vescovo.

Così facendo essi sceglievano uno stile di povertà e di essenzialità, ed insieme si disponevano a dare il primato all’impegno pastorale, al ministero della parola e della catechesi, aspetti tutti un poco trascurati dal clero del tempo. Insieme a tutto questo essi assumevano (o concretavano) un programma di vita spirituale intenso, che li sorresse nel corso dei secoli. A questi oblati gli austriaci, facendo pressione sull’arcivescovo Bartolomeo Romilli (1847- 1859), avevano affidato il Seminario, allontanando tutti i docenti compromessi con le idee liberali, come si diceva allora.

Non era un buon biglietto da visita e sopra gli oblati pesò sempre il sospetto, al di là della loro generosità, che fossero dalla parte dei potenti, desiderosi di condividerne dividerne i poteri e i privilegi e a loro immagine formassero i seminaristi. D’altronde gli austriaci avevano (dal loro punto di vista) dei buoni motivi per giustificare le loro scelte. Si narra che durante le Cinque Giornate di Milano, la barricata meglio costruita, quella che resistette alle truppe di Radetzky fu quella fatta con i banchi di scuola…e le panche della cappella del Seminario, che allora si trovava nell’attuale Corso Venezia 11, proprio all’imbocco di piazza San Babila e delle vie che conducono al Duomo.

Al loro ritorno fu naturale che gli austriaci imponessero il loro ordine anche in Seminario. L’ultimo dono che Francesco Giuseppe fece a Milano fu germe della più acuta divisione ecclesiastica. Prima di ritirarsi per sempre da Milano e dalla Lombardia l’imperatore volle esercitare un’ultima volta il diritto di presentare al papa il nome dell’arcivescovo gradito per Milano.

Il 12 dicembre 1857 mons. Romilli era stato colpito da infarto ed era rimasto infermo sino alla morte, 7 maggio 1859. Occorreva provvedere rapidamente alla guida pastorale di Milano, poiché da due anni ormai la diocesi era senza guida. Il 4 giugno (meno di un mese dopo la morte di Romilli) si ebbe la battaglia di Magenta, che determinò l’abbandono austriaco della Lombardia.

L’imperatore Francesco Giuseppe – su designazione del suo ministro per il culto (5 giugno) – prima di lasciare Milano usò del suo diritto e il 7 giugno designò Paolo Angelo Ballerini, sino ad allora Vicario Generale, ma l’8 giugno Napoleone III e Vittorio Emanuele Il entrarono trionfalmente in Milano.

La situazione militare era incerta (solo l’11luglio ci fu l’armistizio di Villafranca) e, comunque, il diritto era dalla parte della Corte imperiale austriaca. Pio IX – con una rapidità davvero eccezionale – confermò la nomina imperiale nel Concistoro del 20 giugno 1859. Il nuovo governo piemontese (e subito dopo, italiano) non accettò mai questa nomina e considerò vacante la diocesi di Milano, lasciandola di fatto governare dal Vicario Capitolare, mons. Caccia Dominioni, che Ballerini nominò suo Vicario Generale.

Il povero mons. Caccia si trovò in una situazione paradossale: il Governo gli permetteva solo quegli atti propri del Vicario Capitolare, mentre bloccava quegli atti che Ballerini autorizzava come suo Vicario Generale. A cercare di sanare tutto questo fu scelto, dopo lunghe trattative con il Governo italiano, Luigi Nazari di Calabiana (1867-1893) vescovo di Casale Monferrato, ove si era distinto per carità, zelo e mitezza evangelica, tanto che, quando fu proposto per Milano, un anonimo (ce ne sono sempre anche nella Chiesa) scrisse a Roma, denunciandolo per la troppa familiarità con i preti, dai quali si faceva dare spesso del « tu ». Calabiana ispirò i venticinque anni del suo episcopato ambrosiano a due massime.

Una era quella del suo stemma: « Ognun mi sente ». Fu suo preciso programma cercare il dialogo con tutti, anche con i cosidetti lontani, e allora erano molti. Cercò in ogni modo la concordia, il dialogo con la società del suo tempo in profonda evoluzione sia sociale e politica che culturale e spirituale. Non a caso questo suo motto era scritto in italiano e non, secondo il solito, in latino: anche solo leggendo il suo stemma si sarebbe colto il suo desiderio di dialogo e di italianità.

In latino era invece il secondo motto del suo episcopato che riprendeva che riprendeva una frase di Sant’Agostino: « in necessariis unitas, in dubiis libertas, in annibus charitas ». Era quello che si propose in tutto il suo episcopato nei confronti dei suoi preti e dei laici e potremmo sintetizzarlo nella volontà di rispetto reciproco per tutti, perché, come egli stesso diceva, quando manca la carità, spesso si smarrisce anche la verità.

Quando Mons. Calabiana morì, il 23 ottobre 1893, si sentiva il bisogno di rinnovamento, anzi lo chiedeva proprio quella unità ritrovata della diocesi e fu, forse anche per questo, che Leone XIII scelse come nuovo arcivescovo il giovane vescovo di Como, Andrea Ferrari, che subito assunse anche il nome di Carlo.

Egli era nato nel 1850, quando Calabiana era già vescovo da due anni: il giovane Ferrari apparteneva veramente ad un’altra epoca e sarebbe toccato a lui traghettare la Chiesa milanese nel nuovo secolo. L’Anno Santo Il 1900 chiudeva un secolo tragico per la Chiesa ed apriva al primo Anno Santo dopo 125 anni.

Il secolo precedente si era aperto senza papa: il 29 agosto 1799 Pio VI era morto in esilio (un eufemismo per non dire: prigioniero) in Francia a Valence e i giornali avevano annunciato che con la sua morte era finita la Chiesa Cattolica, poiché dispersi erano i cardinali, ridotti semplici cittadini; soppresso lo Stato Pontificio e con esso tutta la Curia romana; confiscati tutti i suoi beni e trasferiti forzatamente a Parigi gli Archivi Vaticani ed i tesori dei suoi Musei, molti dei quali sono andati perduti per sempre.

Ci vollero sei mesi e il benevolo permesso di Napoleone che ormai aveva preso il potere e contava sull’appoggio dei cristiani, perché i cardinali, riuniti nel monastero protetto dell’Isola di S. Giorgio a Venezia eleggessero il nuovo Papa, Pio VII. L’inizio di questo pontificato, che cominciava un secolo nuovo, fu mesto e povero e più che mai evangelico.

A quel tempo era necessario incoronare il papa con il triregno ed allora i monaci benedettini, da sempre cultori dell’arte, costruirono una tiara dalla calotta di legno rivestita di carta stagnola (sì, quella dei cioccolatini) dorata e argentata e con pietre dure al posto delle solite gemme: un vero gioiello d’artigianato, splendido anche oggi a vedersi nella bellezza della sua povertà.

Non ci fu tempo per celebrare un Anno Santo in quei frangenti. Né furono tempi migliori quelli successivi: nel 1825 la tensione per i moti rivoluzionari che agitavano l’Europa, spinse a tenere il Giubileo in tono minore (furono calcolati poco meno di 300.000 pellegrini) e nel 1850 il papa preferì sospenderlo, perché troppo freschi erano i ricordi dei moti del 1848 – 49 e della prima guerra d’indipendenza italiana (ancora oggi per indicare una grande confusione si dice « fare un Quarantotto »).

Infine nel 1875 Pio IX si era volontariamente rinchiuso in Vaticano per protestare contro la mancanza di indipendenza che gli era derivata dalla presa di Roma, divenuta capitale d’Italia con la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870.

Ora, nel 1900, tutti speravano si aprisse un secolo nuovo, foriero di nuove speranze e di maggiore benessere; che lasciasse il posto dell’odio all’amore; portasse pace e non più guerra; giustizia e non più violenza; libertà e non oppressione. Forse erano speranze utopiche: i segni della prepotenza e della violenza erano molto più forti sia in Italia che nel contesto europeo e mondiale.

Tutte le nazioni europee affrontavano il nuovo secolo pervase da un delirio di potenza, se non di onnipotenza: la corsa agli armamenti e alle colonie, aveva scatenato istinti di guerra e l’imperalismo sembrava la nuova dottrina, sostenuta dai segni di evidente crisi mortale degli antichi imperi ancora esistenti: l’impero russo degli Czar ancora troppo arretrato; quello austriaco, composto da etnie troppo diverse; quello cinese, travolto dalla sua corruzione.

leoxiii.jpgGli imperi recenti non avevano più a reggerli quelle figure per certi versi carismatiche che ne avevano permesso l’effimero costituirsi: a Londra non c’era più una quasi mistica Regina Vittoria ed a Berlino Guglielmo II non ricordava più i consigli di Bismarck. Anche in Italia, proprio durante l’Anno Santo (il 29 giugno 1900), mentre si recava nella reggia di Monza, il re Umberto I veniva assassinato dall’anarchico Bresci, che voleva vendicare le vittime della repressione di Milano di due anni prima.

A queste ombre il papa Leone XIII (1878 – 1903) aveva voluto opporre la speranza che nasce dalla fede. Per questo aveva affidato il Giubileo ed il nuovo secolo al Sacro Cuore, consacrandogli tutta l’umanità.

In molte case, e certo anche nella casa di Luigi a Cislago, si custodiva con venerazione – spesso proprio sopra la porta d’ingresso – l’immagine del S. Cuore, che invitava ad avere fiducia in un Dio che ci ama con tutto il Suo cuore, poichè, come dicevano in dialetto i nostri antenati, « el Signur el fa no i robb de fa no« : il Signore non fa le cose che non si devono fare; Egli vuole sempre il nostro bene, anche quando a noi sembra un poco difficile crederci.

Il questo clima di grandi tensioni, il  2 agsto 1897 vede la luce Erminio Pampuri che verà batezzato il giorno seguente.

 

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