SAN RICCARDO PAMPURI O.H. – LA PAROLA NEL CUORE – Autore: Angelo Nocent – © – 2009 All rights

UN GIOVANE CUORE IN ASCOLTO

Archive pour mars, 2009

GLOBULI ROSSI COMPANY

Posté : 13 mars, 2009 @ 6:38 dans z-GLOBULI ROSSI Company | Commentaires fermés

 

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Per me il vivere è Cristo

Fil 1,12 – 2,18

Mi renderò concime

per altre fioriture

Mario Luzi

 

 

  

La Compagnia, Il Movimento, l’Ordine, la Congregazione…

sono mezzi.

  • L’obiettivo è Lui: il Signore Gesù.

  • Il leader è Lui: il Signore Gesù

Dalla Chiesa locale fino agli estremi confini della terra, con il

Protagnista: il Crocifisso-Risorto

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UNA FINESTRA  SUL MONDO

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una musica nel cuore

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Discover
Maurane!

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OPZIONI

*

 

  
   

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Chi siamo?

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO…

  • Donne e uomini in ascolto della voce di un Dio che ama.
  • OspitaTI dentro uno spazio di dono,
  • OspitaLI dentro uno spazio di amicizia, fraternità e profezia,
  • Sentinelle del mattino e della notte…L’amore di CRISTO ci spinge (2 Cor 5,14);
  • SOS: Silenziosi Oranti Solidali,
  • Inventori di sentieri, costruttori di ponti… gli uni verso gli altri…
  • camminiamo insieme verso la LUCE.

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« PORTATE GL’UNI I PESI DEGL’ALTRI » (Gal. 6,2)

Con i carismi comuni della tenerezza : servitium, charitas, hospitalitas ed i carismi particolari di ognuno,

  • donne e uomini, laici e consacrati,sani e malati, giovani e adulti…

  • Donne e uomini in ascolto della voce di un Dio che ama.

  • OspitaTI dentro uno spazio di dono,

  • OspitaLI dentro uno spazio di amicizia, fraternità e profezia,

  • Sentinelle del mattino e della notte…
    L’amore di CRISTO ci spinge (2 Cor 5,14);

  • SOS: Silenziosi Oranti Solidali,

  • Inventori di sentieri, costruttori di ponti…

  • camminiamo insieme verso la LUCE.

Le « terre di nessuno » sono sconfinate. Ogni talento è prezioso. TU SEI UN TALENTO PREZIOSO !

 

  
   

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Quando era ormai imminente per Gesù Cristo il tempo di lasciare questo mondo, egli annunciò agli apostoli « un altro consolatore ». L’evangelista Giovanni, che era presente, scrive che, durante la Cena pasquale precedente il giorno della sua passione e morte, Gesù si rivolse a loro con queste parole:

  • « Qualunque cosa chiederete nel nome mio, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio…

  • Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro consolatore, perché rimanga convoi sempre, lo Spirito di verità ».

  • Proprio questo Spirito di verità, Gesù chiama Paraclito – e parákletosvuol dire « consolatore », e anche « intercessore », o « avvocato ».

  • E dice che è « un altro » consolatore, il secondo, perché egli stesso, Gesù, è il primo consolatore, essendo il primo portatore e donatore della Buona Novella.

Lo Spirito Santo viene dopo di lui e grazie a lui, per continuare nel mondo, mediante la Chiesa, l’opera della Buona Novella di salvezza. Di questa continuazione della sua opera da parte dello Spirito Santo Gesù parla più di una volta durante lo stesso discorso di addio, preparando gli apostoli, riuniti nel Cenacolo, alla sua dipartita, cioè alla sua passione e morte in Croce.

Le parole, alle quali faremo qui riferimento, si trovano nel Vangelo di Giovanni. Ognuna di esse aggiunge un certo contenuto nuovo a quell’annuncio e a quella promessa.

Al tempo stesso, esse sono intrecciate intimamente tra di loro non solo dalla prospettiva dei medesimi eventi, ma anche dalla prospettiva del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che forse in nessun passo della Sacra Scrittura trova un’espressione così rilevata come qui.

Poco dopo l’annuncio surriferito Gesù aggiunge:

« Ma il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto ».

Lo Spirito Santo sarà il consolatore degli apostoli e della Chiesa, sempre presente in mezzo a loro – anche se invisibile – come maestro della medesima Buona Novella che Cristo annunciò.

Quell’ « insegnerà » e « ricorderà » significa non solo che egli, nel modo a lui proprio, continuerà ad ispirare la divulgazione del Vangelo di salvezza, ma anche che aiuterà a comprendere il giusto significato del contenuto del messaggio di Cristo; che ne assicurerà la continuità ed identità di comprensione in mezzo alle mutevoli condizioni e circostanze.

Lo Spirito Santo, dunque, farà sì che nella Chiesa perduri sempre la stessa verità, che gli apostoli hanno udito dal loro Maestro.

 

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C’ERA UNA VOLTA…

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Tutto si è svolto lentamente sotto questo cielo,

ma la scintilla è scoccata a Granada,

il 20 Gennaio 1539,

all’Eremo dei Martiri,

festa di San Sebastiano,

presente San Giovanni d’Avila…

il grande predeicatore della Spagna

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BENVENUTO NELLA

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Tanto si ha lo Spirito,

quanto si ama la Chiesa.

« Se vedi la carità,

vedi la Trinità. »

(S.Agostino)

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  1. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

  2. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

  3. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

  • La carità è paziente,

  • è benigna la carità;

  • non è invidiosa la carità,

  • non si vanta,

  • non si gonfia,

  • non manca di rispetto,

  • non cerca il suo interesse,

  • non si adira,

  • non tiene conto del male ricevuto,

  • non gode dell’ingiustizia,

  • ma si compiace della verità.

  • Tutto copre,

  • tutto crede,

  • tutto spera,

  • tutto sopporta.

  • La carità non avrà mai fine.

  • Le profezie scompariranno;

  • il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.

  • La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.

  • Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

  • Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino.

  • Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

  • Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa;

  • ma allora vedremo a faccia a faccia.

  • Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

  • Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità;

  • ma di tutte più grande è la carità!

Sono parole che sappiamo a memoria. Ma se diventano preghiera, non restano parole. La missione di religiosi e laici è  questa:contagiare.

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« Accoglietevi gli uni gli altri così come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio  » (Rm 15, 7). VENIAMO DA QUESTO SITO: clicca sull’icona

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MSN Gruppi ha deciso di chiudere il servizio a Febbraio 2009. Hai la possibilità, da subito, di iscriverti a questo nuovo blog sostitutivo dove si cercherà di traslocare il lavoro di questi anni per poter continuare a comunicare nella fede.

LA COMPAGNIA E IL CARDINALE

martini-stemma-cardinalizio

carlo-maria-martini-il-pastore-della-chiesa-ambrosiana-150x150REGOLA della COMPAGNIA…

L’idea di COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI vine da lontano.

Ma questa inseminazione dello Spirito nei cuori di alcuni, poveri, pavidi, tribolati , esitanti, incerti… si è ripetuta nel contestodel calendario lunare della Chiesa Ambrosiana, guidata dal ministero episcopale del Cardinale Arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, successore del santo vescovo Ambrogio.

A provocarla è proprio la sua predicazione evangelica, a cominciare dalla prima scossa avvertita con l’invito alla CONTEMPLAZIONE DELLA VITA, seguita da altre forti provocazioni: IN PRINCIPIO LA PAROLA, FARSI PROSSIMO, il SINODO, …fino alla REGOLA DI VITA da lui stesso tracciata per il cristiano contemporaneo che vive tra casa, studio, lavoro, Chiesa, impegno sociale e tempo libero, quali siamo anche noi. Così è parso logico adottarla come strumento pedagogico per vivere più coerentemente il Vangelo della miserricordia.

La ricchezza dell’insegnamento del Pastore, la sua pluriventennale meditazione condotta nel tessuto della Città degli Affari, senza esclusioni di persone o di categorie, è così ampia e profonda che permetterà a lungo di attingere al cospicuo patrimonio, sia per la quotidiana LECTIO DIVINA che per la SCUOLA DELLA PAROLA, passioni che ha saputo inculcare fin dall’inizio del suo ministero episcopale a giovani, aduli ed anziani, al clero ed ai laici, indistintamente. La nota CATTEDRA DEI NON CREDENTI ne è una prova.

Sin dai primi giorni a Milano, si è percepito che il linguaggio tecnico dello studioso esegeta lasciava il posto a parole che avevano una rispondenza interiore. Una semplicità modellata su quella del linguaggio biblico. Spirito teso a cogliere il « tutto » nel frammento, ed in esso la coincidenza degli opposti:

  • ha sviluppato il concetto di « utopia » (non-luogo),

  • accostandolo a quello di « realismo » del vivere quotidiano;

  • « ricordo » e « speranza », sinonimi di passato e futuro, sono andati di pari passo.

Nel suo linguaggio risultano ricorrenti parole chiave come « cuore », « mistero », « discernimento » ed altre ancora, precedute dal suffisso « RI ». Per lui sono verbi fondamentali: ri-cominciare, ri-partire, ri-pensare, ri-educare. ri[e]-cuperare.

Mi ha sempre fatto molta impressione quell’atteggiamento tipico di Dio che parla attraverso il profeta Isaia, 49,2, ma non facilmente riscontrabile sulla bocca di tanti cristiani super-ortodossi, anche giovani, sempre in assetto di partenza per le crociate contro questo mondo  certamente riprovevole in tanti suoi aspeti. Il Cardinale ha spronato la sua Chiesa, dandone l’esempio, ad avere viscere di misericordia e compassione: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme… ».

L’Arcivescovo conosce la radice biblica del termine cuore che spesso è riferito al cuore dell’uomo, incline a fare il male (cfr.Gen 8,21), radice di male (cfr Mc 7,21-22), pietrificato, indurito, non libero, sfasato rispetto al cuore di Dio, chiuso, ma anche luogo dove Dio si comunica, il terrerno dove avviene il misterioso scambio di doni tra il Creatore e la creatura, la sede dell’interiorità, dei sentuimenti, la sede della ricchezza degli affetti e delle emozioni.

Se Martini utilizza questo termine come chiave ermeneutica per leggere i contesti, le situazioni e le problematiche a tutti i livelli, è perché il Pastore chiede al suo gregge di tenere lo stesso atteggiamento verso tutti:

· Prendere a cuore,

· portare al cuore,

· comunicare « cuore a cuore »,

Queste espressioni ricorrenti, « stanno ad indicare di come simbolicamente il cuore sia espressione di radicalità in ogni relazione, in ogni ricerca, in ogni desiderio umano e divino. E’ anche l’unico presupposto ad ogni discorso sulla Chiesa nella quale trascendenza e immanenza, santità e peccato, convivono in na misteriosa unità; così per l’uomo il cui cuore rimane un enigma eccetto che all’occhio divino.

Dunque il concetto di mistero è l’unica possibilità rimasta all’uomo per restare aperto all’infinita novità di Dio, del quale non si può che essere ustodi, sentinelle; mil mistero non si può svelare, si può rivelare, lo si può raccontare senza violarlo »(Damiano Modena – C.M.Martini- EP)

In Alzatevi, andiamo ! , Giovanni Paolo II che lo ha voluto e consacrato vescovo, così scriveva: « …nulla può sostituire la presenza del vescovo  che si siede sulla cattedra o si presenta allambone della sua chiesa vescovile e personalmente spiega la Parola di Dio a coloro che ha radunato attorno a sé.  Anch’egli come lo « scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche »(Mt 13,52). Mi piace qui menzionare il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, le cui catechesi nella cattedrale della sua città attiravano moltitudini di persone, alle quali egli svelava il tesoro della Parola di Dio. Il suo non è che uno dei numerosi esempi che provano come sia grande nella gente la fame della Parola di Dio ».

Con lui, padre, maestro di fede e di vita, resta vivo il legame di comunione, specie in questi suoi momenti di cedimento fisicho che non intacca  l’ardore spirituale del testimone zelante e fedele al Vangelo anche nell’ora della prova. Terminato il  mistero episcopale, vissuto come servizio, oggi, nella Casa dei Gesuiti di Gallarate, riemerge il gesuita che vive in povertà, castita e obbedienza, secondo lo spirito di Sant’Ignazio di Loiola, nello studio e nella preghiera, sacrificando anche il sogno di chiudere i giorni a Gerusalemme: « Eulàbeia, prendere bene tutte le cose…Bisogna cercare Dio là dove si è ». Una nuova testimonianza che viene a completare la lezione di questi anni, vissuti nella logica del suo motto episcopale: PRO VERITATE ADVERSA DILIGERE.

Arcivescovo emerito di Milano cardinale Carlo Maria Martini

Arcivescovo emerito di Milano cardinale Carlo M…

Incontro con il Cardinal Martini

Il Porporato parla della sua malattia, il Morbo di Parkinson

Interviste o citazioni di: Martini Carlo Maria mercoledì, 28 maggio 2008 • tg1 20:00 • notizia n.5 | 02:08

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GRANADA – Basilica di San Giovanni di Dio

UNA SPORTA…

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UN BASTONE DA VIAGGIO…

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PER CINQUE SECOLI…

OGGI

PRENDE FORMA ANCHE LA

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NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’…

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Di buon mattino andremo alle vigne,

vedremo se mette gemme la vite,

sbocciano fiori, se fioriscono i melograni  » .

(Cantico dei Cantici 7,1).

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Shalôm!

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SOTTO IL SEGNO

DELLO SPIRITO

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« Accoglietevi gli uni gli altri così come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio ». (Rm 15,7).

« Fate bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio ! »

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Chi siamo?

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO…

nel cuore del Vangelo a farGli strada:

« Andate…guarite…annunciate… » (Mt 10,5 ss) .

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« PORTATE GL’UNI I PESI DEGL’ALTRI » (Gal. 6,2)

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« L’indefesso camminatore di Granada, colui che faceva appello alla carità dei fratelli, era GIOVANNI DI DIO. Facendosi carico di ogni bisogno, ha fatto ri-palpitare nella Chiesa il cuore del vangelo, ossia la « Charitas-Hospitalitas », la cura paupeum senza frontiere: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv. 20,21).

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PANE E’ OGNI BISOGNO UMANO

Epperò: « Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. » (Deut 8,3)

Questa è un’oasi per prendere fiato, parlarsi, con-dividere:

  • MALATI A DOMICILIO CON LA COMUNITA’ TERAPEUTICA,

  • OPERATORI SANITARI TRA LORO E CON I PAZIENTI,

  • LA CHIESA LOCALE CON LA CHIESA SANANTE.

Un farsi del bene… per amore di Dio, alla scuola del sofferente.

Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono tra le cose Non Non abbiate paura delle nuove tecnologiemeravigliose che Dio ha messo a nostra disposizione per  scoprire, usare, far conoscere la verità ». (Giovanni Paolo II)

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E’ Movimento di Laici e Consacrati, uomini e donne, sani e malati, giovani e adulti che si ispirano

a San Giovanni di Dio, il profeta dell’ Hospitalitas,

a San Riccardo Pampuri, il medico suo discepolo, dei nostri giorni:

« Andate…guarite…annunciate… » (Mt 10,5ss). Testimoni del Vangelo e Chiesa sanante al servizio del mondo.

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L’INIZIO

mater-boni-consilii-dellordine-agostiniano-mad-buonconsi Nel 2008 ricorrono i 469 anni della prima compagnia che ha seguìto san Giovanni di Dio e preso in mano le sue opere. Egli è  l’ignaro fondatore della prima « Compagnia delle Opere » che si registri in sanità.

Poiché la petizione al Pontefice di formale costituzione del Gruppo Ospedaliero risale al 1570, ossia vent’anni dopo la morte del Santo ed è precisamente del 1571  che  avviene il riconoscimento della Congregazione, è giusto evidenziare che per Giovanni di Dio i discepoli – senza distinzione - furono dei necessari collaboratori da subito.

José Cruset, lo scrittore e poeta che ha occupato uno dei primi posti nella letteratura spagnola degli anni ’50 e che, dopo ricerche e profonda meditazione, ha inteso scrivere la vita di san Giovanni di Dio, riuscendovi egregiamente, fa questa considerazione:

« Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò. Ma niente più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplci, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno la possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività » (J. Cruset in Un avventuriero illuminato, p.352)

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Egli così riassume l’attività di fondazione dei Fatebenefratelli che, per praticità di lettura e messa fuoco di concetti essenziali, esprimo sotto forma di elenco:

  1. « Giovanni di Dio non aveva pensato, in nessun momento, di fondare un Ordine. Il desiderio di Giovanni di Dio, manifestato fino all’ora della morte, fu semplicemente che l’ospedale di Gomeles non interrompesse la sua assistenza.

  2. I discepoli, per Giovanni di Dio, furono dei necessari collaboratori. Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò, Ma niente di più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplici, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno le possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava.

  3. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività.

  4. Anton Martin, il successore voluto, designato da Giovanni di Dio, assume la direzione di questo gruppo. Ha l’esempio di Giovanni di Dio scolpito nell’anima; e va innanzi. Quella primitiva audacia, quella inerzia di ciò che apparentemente è sconsiderato in Giovanni di Dio, spiega ogni cosa.

  5. La morte di Giovanni di Dio rimane scolpita nei cuori. Ma nulla s’interrompe.
    Incomincia l’attività. La popolazione d’infermi e poveri cresce. La necessità obbliga ad andare innanzi. L’opera lo merita.

  6. A Granata, con l’aiuto dell’arcivescovo, due anni dopo la morte di Giovanni di Dio (1552) si acquistò un’area fabbricabile nella via san Girolamo. Di fronte all’idea, con l’attività incessante di tutti i discepoli, sotto la direzione di Antòn Martìn, con l’appoggio dell’arcivescovo, e con la divulgazione del progetto, effettuata dal Maestro Giovanni d’Avila [ora santo n.d.r], la popolazione di Granata risponde senza distinzione. Ognuno con quel che può. E si fonda il nuovo ospedale.(Attualmente Ospedale Provinciale di Granata).

  7. Ma l’espansione varca subito i confini di Granata: Anton Martin, un anno prima di morire, fonda a Madrid un altro ospedale, sotto gli auspici di Filippo II (1553), che dopo la sua morte giunge a piena realizzazione: Questa casa di Madrid si convertirà in residenza generalizia.

  8. Morto Anton Martin, gli succede nella direzione Juan Garcìa, l’ultimo dei cinque amici e compagni, testimoni della vita di Giovanni di Dio.
    Figurano altri nomi accanto ai primi, nomi illustri dei nuovi pr4opagatori dell’Ordine: Rodrigo de Siguenza, Pedro Soriano, e Sebastiano Arias.
    Prosegue il lavoro creativo.

  9. Nel 1564: Montilla. La casa si chiama « Nostra Signora de los Remedios ».

  10. el 1565, Lucena. L’ospedale prende il nome di « San Giovanni Battista ».

  11. 1568. L’insurrezione dei mori a Granata registra giorni di sangue. L’attività assistenziale degli ospedalieri acquista risonanza. L’efficachia delle loro attività viene commentata. Questa data è, come dice Pazzini, il battesimo del fuoco dell’istituzione.
    Anche in quell’anno, un nuovo ospedale: Jerez de la Frontiera. E, subito un altro a Utrera ».

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Ma chi furono i primi partecipanti alla Compagnia delle opere di Dio?

isogna partire da una data precisa: Gennaio 1538. E’ l’anno in cui Giovanni ha una netta visione di Dio, come conseguenza della predica del P. Giovanni d’Avila. E’ l’anno della permanenza nell’Ospedale Reale, dove fa l’esperienza di pazzo con i pazzi, rognosi, infermi d’ogni specie. Dopo tale esperienza, di lui così racconta il Cruset:  

« Uscitone appena, destinato a provare e orientare la sua chiara vocazione, [si ritrova] di nuovo la povertà e la miseria, ambiente ormai definitivo in quanto è oggetto della sua attività.
In esso si muoverà fino alla morte. La persistenza dell’ambiente d’or’innanzi è stabile. Potremmo dire professionale.

E poiché tutto sempre nella sua vita è stato semplice, povero, lacero, un fatto di somma importanza come quello della fioritura, vale a dire della prima risonanza del suo esempio – inconscia nascita della sua opera – con l’apparizione di un discepolo, il primo, ha da collocarsi in circostanze di assoluta semplicità e in un ambiente piccolo, oscuro e negativo.
Dinanzi al nuovo personaggio si rende ancora una volta attuale l’affermazione che le origini della virtù, del bene o della santità hanno un interesse relativo. Quel che conta è l’efficacia. Quanto più grande la sproporzione, tanto maggiore l’ascesa e più visibile il potere della grazia . Non mi stancherò di ripeterlo ».(p.210)

La grazia dello Spirito a questo punto mette in scena il primo discepolo della compagnia, il primo anello di aggancio della catena che si aggancia al Profeta di Granada.

Lo Spirito alita e nasce il Movimento, prende corpo l’idea (la carità-hospitàlitas) che si trasforma in compagnia di testimoni, in aggregazione di intenti e di mani operose all’insegna di « Un criterio ideale, un’amicizia operativa ». intesa come mutua collaborazione e assistenza tra soci, sotto forma di Impresa Missionaria.

E’ affascinante andare a rileggere quella pagina di storia che può ispirare le opzioni di ADESSO e la rifondazione dei primi collaboratori non religiosi in Compagnia dei GLOBULI ROSSI.

Sempre secondo il Cruset, la tesi della visibilità del potere della grazia « trova una dimostrazione nell’apparizione in scena di Antòn Martìn, ruffiano di un postribolo: sordido il luogo di origine, di basso livello morale la persona.

Naturalmente Giovanni di Dio lo ha conosciuto nel suo ambiente. Lo conosce nelle sue visite ai postriboli o a motivo di esse.
Nonostante la sua spregevole occupazione, Giovanni di Dio gli si avvicina. Tutti possono aver bisogno del suo aiuto. Egli la pensa così.

E’ evidente che, dietro ogni cosa, v’è una zona sconosciuta, forse di bene, che a volte non affiora, non giunge a scoprirsi perché nessuno s’è trattenuto a contemplarla o a presentirla o a desiderarla con una ferma speranza.

Anton Martin è un uomo alto che porta sempre in capo un berretto rosso. E’ un uomo forte, giovane, lussurioso e freddo, di buon aspetto e di vita cattiva.

Il motivo della sua presenza a Granada è una strana vendetta familiare, mezzo umana e mezzo primitiva. Il suo vero nome è Anton de Argon. Nativo del borgo di mira, provincia di Cuoenca, figlio di Petro de Argon e Maria Martinez de la Cuesta.

E’ venuto a Granada un po’ alla ventura, condotto dall’idea fissa di vendicare suo fratello Pedro, assassinato da un certo Pedro Velasco (sarà il secondo discepolo del Santo).Lo ha inseguito fino a Granada ed è riuscito a farlo mettere in carcere. Il processo procede lentamente. Il Velasco è di famiglia ricca e non gli mancano buoni patrocinatori per rinviare la sentenza. La vita di Anton Martin si svolge nei bassifondi della città. Il suo modo di vivere è amorale.

Questi sono i dati fondamentali, i lineamenti essenziali di quest’uomo, tipo da postribolo, accecato dall’idea fissa di vendicare un assassino. Quest’uomo che giungerà ad essere il discepolo prediletto di Giovanni di Dio, modello di virtù.

Per ora ci interessa solo quel che egli è in questo momento e come inizia il suo contatto con Giovanni di Dio, le circostanze della sua prodigiosa conversione e la sua conseguenza immediata. Il resto verrà dopo

. » (p.212)

san-giovanni-di-dion-el-fundadorIl miracolo della Grazia è provocato da Giovanni di Dio che introduce il discorso sul perdono:

« E quando Anton Martin parla del sangue del fratello, Giovanni di Dio parla del sangue del Cristo nelle cui labbra del color di viola morta è il perdono per tutti » .

Anton Martin si induce a perdonare. Giovanni di Dio che dispone di amici influentia Granada, ottiene l’incontro di lui con Pedro Velasco nel carcere, e si riconciliano. Poi viene il perdono ufficiale, legale, di Anton Martin, del quale dovrà rimanere il documento negli atti, per l’ottenimento della libertà di Pedro Velasco che, finalmente – certo per mediazione di Giovanni di Dio -, è ottenuto ».

E’ il primo passo.

Dopo, si susseguono gli avvenimenti, come se una mano invisibile aprisse la cortina per far penetrare la luce. E comincia l’azione. Anton Martin si converte. L’ascesa è gloriosa, se si pensa alla sua vita. Inoltre si arrende senza condizioni, si offre come collaboratore di Giovanni di Dio. Rinunzia a tutto, e lo seguirà fino alla morte. Sarà – col tempo – suo successore eminente e discepolo preferito.

Ma c’è di più. Pedro Velasco, colpito dall’avvenimento, si converte anche lui e decide di mettersi a fianco di Giovanni di Dio. E’ quasi in coincidenza con Anton Martin il secondo discepolo.
L’Andaluso Velasco « seguirà Giovanni di Dio, commosso dalla sua opera. La sua vita si dividerà tra la carità e la più dura penitenza.

…La conoscenza di di Anton Martin avviene quando Giovanni di Dio, disponendo di personale che lo aiuta nel suo lavoro ospedaliero, può estendere l’area della sua attività a zone bisognose propriamente aliene all’ospedale, come la sua campagna nei postriboli.

L’affermazione è incerta, ma l’importanza è il fatto esemplare. La condotta di Giovanni di Dio colpisce e l’opera inizia ».

san-giovanni-di-dio-lo-caballeros-image001Altri tre discepoli vengono a collaborare con Giovanni di Dio dopo Anton Martin e Pedro Velasco. Imprecisa la data ma, ma sicuri i nomi e l’ordine della loro comparsa.

Simon de Avila:

 » Di Granata. Se non nemico di Giovanni di Dio, è considerato come uno dei fabbricatori della maldicenza che lo avvolge. E’ sicuramente di umile condizione.

Spia e commenta le visite che Giovanni di Dio effettua, occupazione poco dignitosa. Inquisisce, va curiosando. Temperamento frivolo, dedito alla sterile attività di spiare i passi di Giovanni di Dio e poi commentarli. Prende contatto con lui, alfine si converte, e ripara il male che aveva fatto con importanti servizi, austero e fattivo, in favore dei poveri. »

Domenico Piola:

« Sposato, genovese, noto mercante di Granada. Danaroso. Giovanni di Dio lo conosce perché va da lui a chiedere elemosina. Nei primi tentativi il rifiuto del mercante è categorico e il suo atteggiamento è cipiglioso. Una volta l’elemosina viene strappata sotto forma di prestito. Un prestito di trenta ducati. Il genovese gli chiede garanzia. Giovanni di Dio non gli rappresenta alcuna garanzia. Nella discussione attorno all’avvallo che il mercante pretende, Giovanni di Dio prende a parlare delle garanzie divine, le uniche di cui dispone. Domenico Piola, colpito dalle parole di Giovanni di Dio, gli dà il denaro. Dopo, si converte in un protettore abituale, e più tardi, « a tempo opportuno, quando fu libero dal matrimonio » [si suppone vedovo], liquida i suoi beni e rimane in compagnia di Giovanni di Dio. Si esercita nel chiedere elemosina gridando il solito richiamo per la città e, giacché tutti conoscono la sua provenienza, riesce commovente ed efficace ».

Juan Garcia:

« Anche lui di Guardafortuna, come Pedro Velasco. Povero in canna. Uomo virtuoso e austero che si avvicina a Giovanni di Dio e, passando da una vita solitaria e contemplativa alla massima attività, giunge ad essere infermiere maggiore. Muore a sett’antanni, in opinione di grandissima virtù. »

La conclusione cui giunge l’Autore, sempre attento ad evidenziare « la grande sproporzione » tra l’insignificanza della risorsa umana che è in gioco e i potere della grazia, è questa:

« Anton Martin, Pedro Velasco, Simon de Avila, Domenico Piola e Juan Garcìa, attorno a Giovanni di Dio, rappresentano la continuità. Sono i cinque primi compagni di Giovanni di Dio. Compatto manipolo votato al sacrificio, con una croce in mano, senz’altra risorsa che la speranza, travolti dall’esempio prodigioso del pastore di Oropesa, già circonfuso dai primi inspiegabili raggi della santità, si arruolano nella sua grande avventura. Sono i depositari del suo esempio, testimoni delle sue virtù e mandatari verbali della sua idea. Sono l’opera.

Tengasi presente che son tutti, nonostante la buona posizione economica di Domenico Piola, uomini senz’alcuna formazione e senza interessi intellettuali. Questo spiega l’assenza di una versione diretta della vita di Giovanni di Dio, quanto meno del Giovanni di Dio di quel periodo. Questo spiega che siano, come lui stesso, uomini d’azione. Come lui stesso, che non pensò ad una continuità organizzata. Se così fosse, sarebbe stato logico pensare che si sarebbero preoccupati di annotare tutta la sua dottrina e le caratteristiche della sua personalità, E, anche senza esplorare la sua vita interiore, ne avrebbero descritto il colorito del volto, la forma delle labbra o lo strano potere illuminato delle parole. Ma non è così. Ben poco sappiamo. Ben poco. » (p.217)

Sappiamo quel tanto che basta dalle fonti stesse dove ha attinto il Cruset.

Disponiamo di elementi sufficienti a giustificare la presenza della Compagnia dei GLOBULI ROSSI, Movimento con DNA O.H., che si ispira agli inizi della Fondazione e si muove nel segno della continuità. E’ il testimone che passa di mano in mano, di generazione in generazione, fiamma che non si spegne perché alimentata dalla carità di Dio riversata, per lo Spirito, nei cuori dei discepoli ed espressa secondo il mutare dei tempi.

La domanda che nasce spontanea è come abbia potuto questa forte-debolezza resistere a tutte le intemperie, a varcare i secoli. La risposta è racchiusa nella 2 Lettera di Paolo ai Corinti: « Quando sono debole, è allora che sono forte ».

Il testo Scritturale va letto per intero perché è la sintesi della biografia spirituale di san Giovanni di Dio, del suo rapporto con il Mistero della Grazia che ha vissuto segretamente nella sua anima e riassumibile nell’espressione ricorrente all’inizio di ogni sua lettera:

« Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre integra, Dio avanti e sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù ». Questo è il suo Cielo in cui si trova rapito.

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« 1 Non è bello vantarsi, eppure devo farlo. Perciò vi parlerò delle visioni e delle rivelazioni che il Signore mi ha concesse.

2 Conosco un credente che quattordici anni or sono fu portato fino al terzo cielo. (Io non so se vi fu portato anima e corpo, o se lo fu soltanto in spirito: lo sa Dio).

3-4 So che quell’uomo fu portato sino al paradiso. (Se lo fu fisicamente o solamente in spirito – lo ripeto – io non lo so: Dio solo lo sa). Lassù udì parole sublimi che per un uomo è impossibile ripetere.

5Di quel tale sono disposto a vantarmi, ma per quanto riguarda me, mi vanterò soltanto delle mie debolezze.

6Se avessi voglia di vantarmi non sarei un pazzo perché direi la pura verità. Tuttavia non lo faccio: voglio che la gente mi giudichi in base a ciò che faccio e dico, e che non abbia di me un’opinione più alta.

« 7 Io ho avuto grandi rivelazioni. Ma proprio per questo, perché non diventassi orgoglioso, mi è stata inflitta una sofferenza che mi tormenta come una scheggia nel corpo, come un messaggero di Satana che mi colpisce per impedirmi di diventare orgoglioso.

8 Tre volte ho supplicato il Signore di liberarmi da questa sofferenza.

9 Ma egli mi ha risposto: « Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole ». È per questo che io mi vanto volentieri della mia debolezza, perché la potenza di Cristo agisca in me.

10 Perciò io mi rallegro della debolezza, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo, perché quando sono debole, allora sono veramente forte.

« 11 Ho parlato come se fossi pazzo! Siete voi che mi avete costretto » (2 Cor 12, 1-11).

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L’Apostolo prima, Giovanni di Dio poi, hanno colto dove sta la potenza del Vangelo: non nella « forza » dell’imposizione ma nella « debolezza » della proposta.

  • « DEBOLEZZA » non è assumere una posizione rinunciataria nei confronti dell’annuncio di Cristo che è e rimane « Via, Verità e Vita ».

  • Vuol dire invece accettare la logica divina di un amore convincente perché è donato, e senza pretese.

  • Non c’è nulla di più « debole » al mondo di un Dio che muore e la cui opera si presenta agli occhi della insipienza umana come una sconfitta.

san-giovanni-di-dio-e-il-crocifisso-ovaleE’ il segreto della riuscita di San Giovanni di Dio, il brevetto che la Compagnia si tramanda:

« Quando sarete afflitta [scrive alla duchessa di Sessa] ricorrete alla Passione di Gesù Cristo nostro Signore e alle sue preziose piaghe e proverete gran consolazione ».

Ricorrere per provare. Ma a chi, a un Crocifisso? Che coraggio! Che follia!

Ha scritto il teologo Bruno Forte che « I più grandi movimenti della filosofia occidentale hanno riconosciuto proprio nella parola della croce, nel fatto che Dio faccia sua la morte per amore del mondo, quanto di più alto la mente umana abbia potuto raggiungere » (Avvenire 21 giugno 2000, p. 23).

L’attrattiva che scaturisce dal messaggio evangelico consiste allora in questo: nel rinunciare ad ogni genere di potenza umana (armi, denaro, potere politico) per contare unicamente sulla forza dello Spirito, l’unica che alla fine può riuscire vittoriosa. Poiché conta su di un amore che è un « amore onnipotente » (F. Varillon).

Chi si lascia catturare da questo fascino, impara che Dio sta dalla parte di chi non cerca l’arroganza, di chi resiste alla tentazione della violenza per affidarsi unicamente a quegli strumenti « deboli » quali l’annuncio, il dialogo, la testimonianza, la carità, il perdono.

san-giovanni-di-dio-lurna-contenente-i-resti-mortali-l202901ede1847e62ae2a12341e86ebd6-300x217Senza andare lontano, sono esattamente i martiri della giustizia e della carità del XX secolo a mettere in evidenza come una parte del patrimonio cristiano può essere terreno di condivisione con gli stessi non credenti.

Proprio perché ciò che Gesù insegna sui rapporti tra gli uomini, se non è per essi oggetto di fede, rappresenta tuttavia un grande valore umano, prende il via il Movimento dei GLOBULI ROSSI che trova ispirazione nella debolezza divina.

Chiamato ad immischiarsi nelle contraddizioni umane, si rifà a San Giovanni di Dio ed ai cinque della prima ora, nell’ordine di comparsa sulla scena dell’hospitalitas: Anton, Pedro, Simon, Domenico, Juan. Ma anche agli ultimi big della cordata, San Riccardo Pampuri.

Le armi della Compagnia sono quelle di sempre: « Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole » (v.9) .

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ASCOLTA, ISRAELE:

IL SIGNORE È NOSTRO DIO,

IL SIGNORE È UNO.

(a voce bassa)

Benedetto il Nome glorioso del suo Regno  in eterno e per sempre.

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LA FEDE

E’ UN FUOCO

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LA CARITA’

E’ COME L’INCENDIO

CHE SI ALIMENTA

PROPAGANDOSI

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ne18ANGULO  

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Per me

il vivere

è Cristo

Fil 1,12 – 2,18

Mi renderò concime

per altre fioriture

Mario Luzi

La Compagnia, Il Movimento, l’Ordine, la Congregazione…

sono mezzi.

  • L’obiettivo è Lui: il Signore Gesù.

  • Il leader è Lui: il Signore Gesù

Dalla Chiesa locale fino agli estremi confini della terra, con il

Protagnista: il Crocifisso-Risorto

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UNA FINESTRA

SUL MONDO

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una musica nel cuore

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Discover
Maurane!

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OPZIONI

*

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Chi siamo?

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO…

  • Donne e uomini in ascolto della voce di un Dio che ama.
  • OspitaTI dentro uno spazio di dono,
  • OspitaLI dentro uno spazio di amicizia, fraternità e profezia,
  • Sentinelle del mattino e della notte…L’amore di CRISTO ci spinge (2 Cor 5,14);
  • SOS: Silenziosi Oranti Solidali,
  • Inventori di sentieri, costruttori di ponti… gli uni verso gli altri…
  • camminiamo insieme verso la LUCE.

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« PORTATE GL’UNI I PESI DEGL’ALTRI » (Gal. 6,2)

Con i carismi comuni della tenerezza : servitium, charitas, hospitalitas ed i carismi particolari di ognuno,

  • donne e uomini, laici e consacrati,sani e malati, giovani e adulti…

  • Donne e uomini in ascolto della voce di un Dio che ama.

  • OspitaTI dentro uno spazio di dono,

  • OspitaLI dentro uno spazio di amicizia, fraternità e profezia,

  • Sentinelle del mattino e della notte…
    L’amore di CRISTO ci spinge (2 Cor 5,14);

  • SOS: Silenziosi Oranti Solidali,

  • Inventori di sentieri, costruttori di ponti…

  • camminiamo insieme verso la LUCE.

Le « terre di nessuno » sono sconfinate. Ogni talento è prezioso. TU SEI UN TALENTO PREZIOSO !

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Quando era ormai imminente per Gesù Cristo il tempo di lasciare questo mondo, egli annunciò agli apostoli « un altro consolatore ». L’evangelista Giovanni, che era presente, scrive che, durante la Cena pasquale precedente il giorno della sua passione e morte, Gesù si rivolse a loro con queste parole:

  • « Qualunque cosa chiederete nel nome mio, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio…

  • Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro consolatore, perché rimanga convoi sempre, lo Spirito di verità ».

  • Proprio questo Spirito di verità, Gesù chiama Paraclito – e parákletosvuol dire « consolatore », e anche « intercessore », o « avvocato ».

  • E dice che è « un altro » consolatore, il secondo, perché egli stesso, Gesù, è il primo consolatore, essendo il primo portatore e donatore della Buona Novella.

Lo Spirito Santo viene dopo di lui e grazie a lui, per continuare nel mondo, mediante la Chiesa, l’opera della Buona Novella di salvezza. Di questa continuazione della sua opera da parte dello Spirito Santo Gesù parla più di una volta durante lo stesso discorso di addio, preparando gli apostoli, riuniti nel Cenacolo, alla sua dipartita, cioè alla sua passione e morte in Croce.

Le parole, alle quali faremo qui riferimento, si trovano nel Vangelo di Giovanni. Ognuna di esse aggiunge un certo contenuto nuovo a quell’annuncio e a quella promessa.

Al tempo stesso, esse sono intrecciate intimamente tra di loro non solo dalla prospettiva dei medesimi eventi, ma anche dalla prospettiva del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che forse in nessun passo della Sacra Scrittura trova un’espressione così rilevata come qui.

Poco dopo l’annuncio surriferito Gesù aggiunge:

« Ma il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto ».

Lo Spirito Santo sarà il consolatore degli apostoli e della Chiesa, sempre presente in mezzo a loro – anche se invisibile – come maestro della medesima Buona Novella che Cristo annunciò.

Quell’ « insegnerà » e « ricorderà » significa non solo che egli, nel modo a lui proprio, continuerà ad ispirare la divulgazione del Vangelo di salvezza, ma anche che aiuterà a comprendere il giusto significato del contenuto del messaggio di Cristo; che ne assicurerà la continuità ed identità di comprensione in mezzo alle mutevoli condizioni e circostanze.

Lo Spirito Santo, dunque, farà sì che nella Chiesa perduri sempre la stessa verità, che gli apostoli hanno udito dal loro Maestro.

 

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C’ERA UNA VOLTA…

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Tutto si è svolto lentamente sotto questo cielo,

ma la scintilla è scoccata a Granada,

il 20 Gennaio 1539,

all’Eremo dei Martiri,

festa di San Sebastiano,

presente San Giovanni d’Avila…

il grande predeicatore della Spagna

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BENVENUTO NELLA

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Tanto si ha lo Spirito,

quanto si ama la Chiesa.

« Se vedi la carità,

vedi la Trinità. »

(S.Agostino)

Paolo di Tarso apostolo identikit polizia scientifica tedesca

  1. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

  2. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

  3. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

  • La carità è paziente,

  • è benigna la carità;

  • non è invidiosa la carità,

  • non si vanta,

  • non si gonfia,

  • non manca di rispetto,

  • non cerca il suo interesse,

  • non si adira,

  • non tiene conto del male ricevuto,

  • non gode dell’ingiustizia,

  • ma si compiace della verità.

  • Tutto copre,

  • tutto crede,

  • tutto spera,

  • tutto sopporta.

  • La carità non avrà mai fine.

  • Le profezie scompariranno;

  • il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.

  • La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.

  • Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

  • Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino.

  • Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

  • Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa;

  • ma allora vedremo a faccia a faccia.

  • Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

  • Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità;

  • ma di tutte più grande è la carità!

Sono parole che sappiamo a memoria. Ma se diventano preghiera, non restano parole. La missione di religiosi e laici è  questa:contagiare.

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« Accoglietevi gli uni gli altri così come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio  » (Rm 15, 7). VENIAMO DA QUESTO SITO: clicca sull’icona

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MSN Gruppi ha deciso di chiudere il servizio a Febbraio 2009. Hai la possibilità, da subito, di iscriverti a questo nuovo blog sostitutivo dove si cercherà di traslocare il lavoro di questi anni per poter continuare a comunicare nella fede.

LA COMPAGNIA E IL CARDINALE

martini-stemma-cardinalizio

carlo-maria-martini-il-pastore-della-chiesa-ambrosiana-150x150REGOLA della COMPAGNIA…

L’idea di COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI vine da lontano.

Ma questa inseminazione dello Spirito nei cuori di alcuni, poveri, pavidi, tribolati , esitanti, incerti… si è ripetuta nel contestodel calendario lunare della Chiesa Ambrosiana, guidata dal ministero episcopale del Cardinale Arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, successore del santo vescovo Ambrogio.

A provocarla è proprio la sua predicazione evangelica, a cominciare dalla prima scossa avvertita con l’invito alla CONTEMPLAZIONE DELLA VITA, seguita da altre forti provocazioni: IN PRINCIPIO LA PAROLA, FARSI PROSSIMO, il SINODO, …fino alla REGOLA DI VITA da lui stesso tracciata per il cristiano contemporaneo che vive tra casa, studio, lavoro, Chiesa, impegno sociale e tempo libero, quali siamo anche noi. Così è parso logico adottarla come strumento pedagogico per vivere più coerentemente il Vangelo della miserricordia.

La ricchezza dell’insegnamento del Pastore, la sua pluriventennale meditazione condotta nel tessuto della Città degli Affari, senza esclusioni di persone o di categorie, è così ampia e profonda che permetterà a lungo di attingere al cospicuo patrimonio, sia per la quotidiana LECTIO DIVINA che per la SCUOLA DELLA PAROLA, passioni che ha saputo inculcare fin dall’inizio del suo ministero episcopale a giovani, aduli ed anziani, al clero ed ai laici, indistintamente. La nota CATTEDRA DEI NON CREDENTI ne è una prova.

Sin dai primi giorni a Milano, si è percepito che il linguaggio tecnico dello studioso esegeta lasciava il posto a parole che avevano una rispondenza interiore. Una semplicità modellata su quella del linguaggio biblico. Spirito teso a cogliere il « tutto » nel frammento, ed in esso la coincidenza degli opposti:

  • ha sviluppato il concetto di « utopia » (non-luogo),

  • accostandolo a quello di « realismo » del vivere quotidiano;

  • « ricordo » e « speranza », sinonimi di passato e futuro, sono andati di pari passo.

Nel suo linguaggio risultano ricorrenti parole chiave come « cuore », « mistero », « discernimento » ed altre ancora, precedute dal suffisso « RI ». Per lui sono verbi fondamentali: ri-cominciare, ri-partire, ri-pensare, ri-educare. ri[e]-cuperare.

Mi ha sempre fatto molta impressione quell’atteggiamento tipico di Dio che parla attraverso il profeta Isaia, 49,2, ma non facilmente riscontrabile sulla bocca di tanti cristiani super-ortodossi, anche giovani, sempre in assetto di partenza per le crociate contro questo mondo  certamente riprovevole in tanti suoi aspeti. Il Cardinale ha spronato la sua Chiesa, dandone l’esempio, ad avere viscere di misericordia e compassione: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme… ».

L’Arcivescovo conosce la radice biblica del termine cuore che spesso è riferito al cuore dell’uomo, incline a fare il male (cfr.Gen 8,21), radice di male (cfr Mc 7,21-22), pietrificato, indurito, non libero, sfasato rispetto al cuore di Dio, chiuso, ma anche luogo dove Dio si comunica, il terrerno dove avviene il misterioso scambio di doni tra il Creatore e la creatura, la sede dell’interiorità, dei sentuimenti, la sede della ricchezza degli affetti e delle emozioni.

Se Martini utilizza questo termine come chiave ermeneutica per leggere i contesti, le situazioni e le problematiche a tutti i livelli, è perché il Pastore chiede al suo gregge di tenere lo stesso atteggiamento verso tutti:

· Prendere a cuore,

· portare al cuore,

· comunicare « cuore a cuore »,

Queste espressioni ricorrenti, « stanno ad indicare di come simbolicamente il cuore sia espressione di radicalità in ogni relazione, in ogni ricerca, in ogni desiderio umano e divino. E’ anche l’unico presupposto ad ogni discorso sulla Chiesa nella quale trascendenza e immanenza, santità e peccato, convivono in na misteriosa unità; così per l’uomo il cui cuore rimane un enigma eccetto che all’occhio divino.

Dunque il concetto di mistero è l’unica possibilità rimasta all’uomo per restare aperto all’infinita novità di Dio, del quale non si può che essere ustodi, sentinelle; mil mistero non si può svelare, si può rivelare, lo si può raccontare senza violarlo »(Damiano Modena – C.M.Martini- EP)

In Alzatevi, andiamo ! , Giovanni Paolo II che lo ha voluto e consacrato vescovo, così scriveva: « …nulla può sostituire la presenza del vescovo  che si siede sulla cattedra o si presenta allambone della sua chiesa vescovile e personalmente spiega la Parola di Dio a coloro che ha radunato attorno a sé.  Anch’egli come lo « scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche »(Mt 13,52). Mi piace qui menzionare il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, le cui catechesi nella cattedrale della sua città attiravano moltitudini di persone, alle quali egli svelava il tesoro della Parola di Dio. Il suo non è che uno dei numerosi esempi che provano come sia grande nella gente la fame della Parola di Dio ».

Con lui, padre, maestro di fede e di vita, resta vivo il legame di comunione, specie in questi suoi momenti di cedimento fisicho che non intacca  l’ardore spirituale del testimone zelante e fedele al Vangelo anche nell’ora della prova. Terminato il  mistero episcopale, vissuto come servizio, oggi, nella Casa dei Gesuiti di Gallarate, riemerge il gesuita che vive in povertà, castita e obbedienza, secondo lo spirito di Sant’Ignazio di Loiola, nello studio e nella preghiera, sacrificando anche il sogno di chiudere i giorni a Gerusalemme: « Eulàbeia, prendere bene tutte le cose…Bisogna cercare Dio là dove si è ». Una nuova testimonianza che viene a completare la lezione di questi anni, vissuti nella logica del suo motto episcopale: PRO VERITATE ADVERSA DILIGERE.

Arcivescovo emerito di Milano cardinale Carlo Maria Martini

Arcivescovo emerito di Milano cardinale Carlo M…

Incontro con il Cardinal Martini

Il Porporato parla della sua malattia, il Morbo di Parkinson

Interviste o citazioni di: Martini Carlo Maria mercoledì, 28 maggio 2008 • tg1 20:00 • notizia n.5 | 02:08

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GRANADA – Basilica di San Giovanni di Dio

UNA SPORTA…

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UN BASTONE DA VIAGGIO…

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cuore-palpitante-di-carita-ardenteUN CUORE DA SAMARITANO…

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PER CINQUE SECOLI…

OGGI

PRENDE FORMA ANCHE LA

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NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’…

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Di buon mattino andremo alle vigne,

vedremo se mette gemme la vite,

sbocciano fiori, se fioriscono i melograni  » .

(Cantico dei Cantici 7,1).

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Shalôm!

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SOTTO IL SEGNO

DELLO SPIRITO

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« Accoglietevi gli uni gli altri così come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio ». (Rm 15,7).

« Fate bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio ! »

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Chi siamo?

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO…

nel cuore del Vangelo a farGli strada:

« Andate…guarite…annunciate… » (Mt 10,5 ss) .

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« PORTATE GL’UNI I PESI DEGL’ALTRI » (Gal. 6,2)

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« L’indefesso camminatore di Granada, colui che faceva appello alla carità dei fratelli, era GIOVANNI DI DIO. Facendosi carico di ogni bisogno, ha fatto ri-palpitare nella Chiesa il cuore del vangelo, ossia la « Charitas-Hospitalitas », la cura paupeum senza frontiere: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv. 20,21).

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PANE E’ OGNI BISOGNO UMANO

Epperò: « Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. » (Deut 8,3)

Questa è un’oasi per prendere fiato, parlarsi, con-dividere:

  • MALATI A DOMICILIO CON LA COMUNITA’ TERAPEUTICA,

  • OPERATORI SANITARI TRA LORO E CON I PAZIENTI,

  • LA CHIESA LOCALE CON LA CHIESA SANANTE.

Un farsi del bene… per amore di Dio, alla scuola del sofferente.

Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono tra le cose Non Non abbiate paura delle nuove tecnologiemeravigliose che Dio ha messo a nostra disposizione per  scoprire, usare, far conoscere la verità ». (Giovanni Paolo II)

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E’ Movimento di Laici e Consacrati, uomini e donne, sani e malati, giovani e adulti che si ispirano

a San Giovanni di Dio, il profeta dell’ Hospitalitas,

a San Riccardo Pampuri, il medico suo discepolo, dei nostri giorni:

« Andate…guarite…annunciate… » (Mt 10,5ss). Testimoni del Vangelo e Chiesa sanante al servizio del mondo.

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L’INIZIO

mater-boni-consilii-dellordine-agostiniano-mad-buonconsi Nel 2008 ricorrono i 469 anni della prima compagnia che ha seguìto san Giovanni di Dio e preso in mano le sue opere. Egli è  l’ignaro fondatore della prima « Compagnia delle Opere » che si registri in sanità.

Poiché la petizione al Pontefice di formale costituzione del Gruppo Ospedaliero risale al 1570, ossia vent’anni dopo la morte del Santo ed è precisamente del 1571  che  avviene il riconoscimento della Congregazione, è giusto evidenziare che per Giovanni di Dio i discepoli – senza distinzione - furono dei necessari collaboratori da subito.

José Cruset, lo scrittore e poeta che ha occupato uno dei primi posti nella letteratura spagnola degli anni ’50 e che, dopo ricerche e profonda meditazione, ha inteso scrivere la vita di san Giovanni di Dio, riuscendovi egregiamente, fa questa considerazione:

« Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò. Ma niente più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplci, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno la possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività » (J. Cruset in Un avventuriero illuminato, p.352)

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Egli così riassume l’attività di fondazione dei Fatebenefratelli che, per praticità di lettura e messa fuoco di concetti essenziali, esprimo sotto forma di elenco:

  1. « Giovanni di Dio non aveva pensato, in nessun momento, di fondare un Ordine. Il desiderio di Giovanni di Dio, manifestato fino all’ora della morte, fu semplicemente che l’ospedale di Gomeles non interrompesse la sua assistenza.

  2. I discepoli, per Giovanni di Dio, furono dei necessari collaboratori. Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò, Ma niente di più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplici, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno le possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava.

  3. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività.

  4. Anton Martin, il successore voluto, designato da Giovanni di Dio, assume la direzione di questo gruppo. Ha l’esempio di Giovanni di Dio scolpito nell’anima; e va innanzi. Quella primitiva audacia, quella inerzia di ciò che apparentemente è sconsiderato in Giovanni di Dio, spiega ogni cosa.

  5. La morte di Giovanni di Dio rimane scolpita nei cuori. Ma nulla s’interrompe.
    Incomincia l’attività. La popolazione d’infermi e poveri cresce. La necessità obbliga ad andare innanzi. L’opera lo merita.

  6. A Granata, con l’aiuto dell’arcivescovo, due anni dopo la morte di Giovanni di Dio (1552) si acquistò un’area fabbricabile nella via san Girolamo. Di fronte all’idea, con l’attività incessante di tutti i discepoli, sotto la direzione di Antòn Martìn, con l’appoggio dell’arcivescovo, e con la divulgazione del progetto, effettuata dal Maestro Giovanni d’Avila [ora santo n.d.r], la popolazione di Granata risponde senza distinzione. Ognuno con quel che può. E si fonda il nuovo ospedale.(Attualmente Ospedale Provinciale di Granata).

  7. Ma l’espansione varca subito i confini di Granata: Anton Martin, un anno prima di morire, fonda a Madrid un altro ospedale, sotto gli auspici di Filippo II (1553), che dopo la sua morte giunge a piena realizzazione: Questa casa di Madrid si convertirà in residenza generalizia.

  8. Morto Anton Martin, gli succede nella direzione Juan Garcìa, l’ultimo dei cinque amici e compagni, testimoni della vita di Giovanni di Dio.
    Figurano altri nomi accanto ai primi, nomi illustri dei nuovi pr4opagatori dell’Ordine: Rodrigo de Siguenza, Pedro Soriano, e Sebastiano Arias.
    Prosegue il lavoro creativo.

  9. Nel 1564: Montilla. La casa si chiama « Nostra Signora de los Remedios ».

  10. el 1565, Lucena. L’ospedale prende il nome di « San Giovanni Battista ».

  11. 1568. L’insurrezione dei mori a Granata registra giorni di sangue. L’attività assistenziale degli ospedalieri acquista risonanza. L’efficachia delle loro attività viene commentata. Questa data è, come dice Pazzini, il battesimo del fuoco dell’istituzione.
    Anche in quell’anno, un nuovo ospedale: Jerez de la Frontiera. E, subito un altro a Utrera ».

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Ma chi furono i primi partecipanti alla Compagnia delle opere di Dio?

isogna partire da una data precisa: Gennaio 1538. E’ l’anno in cui Giovanni ha una netta visione di Dio, come conseguenza della predica del P. Giovanni d’Avila. E’ l’anno della permanenza nell’Ospedale Reale, dove fa l’esperienza di pazzo con i pazzi, rognosi, infermi d’ogni specie. Dopo tale esperienza, di lui così racconta il Cruset:  

« Uscitone appena, destinato a provare e orientare la sua chiara vocazione, [si ritrova] di nuovo la povertà e la miseria, ambiente ormai definitivo in quanto è oggetto della sua attività.
In esso si muoverà fino alla morte. La persistenza dell’ambiente d’or’innanzi è stabile. Potremmo dire professionale.

E poiché tutto sempre nella sua vita è stato semplice, povero, lacero, un fatto di somma importanza come quello della fioritura, vale a dire della prima risonanza del suo esempio – inconscia nascita della sua opera – con l’apparizione di un discepolo, il primo, ha da collocarsi in circostanze di assoluta semplicità e in un ambiente piccolo, oscuro e negativo.
Dinanzi al nuovo personaggio si rende ancora una volta attuale l’affermazione che le origini della virtù, del bene o della santità hanno un interesse relativo. Quel che conta è l’efficacia. Quanto più grande la sproporzione, tanto maggiore l’ascesa e più visibile il potere della grazia . Non mi stancherò di ripeterlo ».(p.210)

La grazia dello Spirito a questo punto mette in scena il primo discepolo della compagnia, il primo anello di aggancio della catena che si aggancia al Profeta di Granada.

Lo Spirito alita e nasce il Movimento, prende corpo l’idea (la carità-hospitàlitas) che si trasforma in compagnia di testimoni, in aggregazione di intenti e di mani operose all’insegna di « Un criterio ideale, un’amicizia operativa ». intesa come mutua collaborazione e assistenza tra soci, sotto forma di Impresa Missionaria.

E’ affascinante andare a rileggere quella pagina di storia che può ispirare le opzioni di ADESSO e la rifondazione dei primi collaboratori non religiosi in Compagnia dei GLOBULI ROSSI.

Sempre secondo il Cruset, la tesi della visibilità del potere della grazia « trova una dimostrazione nell’apparizione in scena di Antòn Martìn, ruffiano di un postribolo: sordido il luogo di origine, di basso livello morale la persona.

Naturalmente Giovanni di Dio lo ha conosciuto nel suo ambiente. Lo conosce nelle sue visite ai postriboli o a motivo di esse.
Nonostante la sua spregevole occupazione, Giovanni di Dio gli si avvicina. Tutti possono aver bisogno del suo aiuto. Egli la pensa così.

E’ evidente che, dietro ogni cosa, v’è una zona sconosciuta, forse di bene, che a volte non affiora, non giunge a scoprirsi perché nessuno s’è trattenuto a contemplarla o a presentirla o a desiderarla con una ferma speranza.

Anton Martin è un uomo alto che porta sempre in capo un berretto rosso. E’ un uomo forte, giovane, lussurioso e freddo, di buon aspetto e di vita cattiva.

Il motivo della sua presenza a Granada è una strana vendetta familiare, mezzo umana e mezzo primitiva. Il suo vero nome è Anton de Argon. Nativo del borgo di mira, provincia di Cuoenca, figlio di Petro de Argon e Maria Martinez de la Cuesta.

E’ venuto a Granada un po’ alla ventura, condotto dall’idea fissa di vendicare suo fratello Pedro, assassinato da un certo Pedro Velasco (sarà il secondo discepolo del Santo).Lo ha inseguito fino a Granada ed è riuscito a farlo mettere in carcere. Il processo procede lentamente. Il Velasco è di famiglia ricca e non gli mancano buoni patrocinatori per rinviare la sentenza. La vita di Anton Martin si svolge nei bassifondi della città. Il suo modo di vivere è amorale.

Questi sono i dati fondamentali, i lineamenti essenziali di quest’uomo, tipo da postribolo, accecato dall’idea fissa di vendicare un assassino. Quest’uomo che giungerà ad essere il discepolo prediletto di Giovanni di Dio, modello di virtù.

Per ora ci interessa solo quel che egli è in questo momento e come inizia il suo contatto con Giovanni di Dio, le circostanze della sua prodigiosa conversione e la sua conseguenza immediata. Il resto verrà dopo

. » (p.212)

san-giovanni-di-dion-el-fundadorIl miracolo della Grazia è provocato da Giovanni di Dio che introduce il discorso sul perdono:

« E quando Anton Martin parla del sangue del fratello, Giovanni di Dio parla del sangue del Cristo nelle cui labbra del color di viola morta è il perdono per tutti » .

Anton Martin si induce a perdonare. Giovanni di Dio che dispone di amici influentia Granada, ottiene l’incontro di lui con Pedro Velasco nel carcere, e si riconciliano. Poi viene il perdono ufficiale, legale, di Anton Martin, del quale dovrà rimanere il documento negli atti, per l’ottenimento della libertà di Pedro Velasco che, finalmente – certo per mediazione di Giovanni di Dio -, è ottenuto ».

E’ il primo passo.

Dopo, si susseguono gli avvenimenti, come se una mano invisibile aprisse la cortina per far penetrare la luce. E comincia l’azione. Anton Martin si converte. L’ascesa è gloriosa, se si pensa alla sua vita. Inoltre si arrende senza condizioni, si offre come collaboratore di Giovanni di Dio. Rinunzia a tutto, e lo seguirà fino alla morte. Sarà – col tempo – suo successore eminente e discepolo preferito.

Ma c’è di più. Pedro Velasco, colpito dall’avvenimento, si converte anche lui e decide di mettersi a fianco di Giovanni di Dio. E’ quasi in coincidenza con Anton Martin il secondo discepolo.
L’Andaluso Velasco « seguirà Giovanni di Dio, commosso dalla sua opera. La sua vita si dividerà tra la carità e la più dura penitenza.

…La conoscenza di di Anton Martin avviene quando Giovanni di Dio, disponendo di personale che lo aiuta nel suo lavoro ospedaliero, può estendere l’area della sua attività a zone bisognose propriamente aliene all’ospedale, come la sua campagna nei postriboli.

L’affermazione è incerta, ma l’importanza è il fatto esemplare. La condotta di Giovanni di Dio colpisce e l’opera inizia ».

san-giovanni-di-dio-lo-caballeros-image001Altri tre discepoli vengono a collaborare con Giovanni di Dio dopo Anton Martin e Pedro Velasco. Imprecisa la data ma, ma sicuri i nomi e l’ordine della loro comparsa.

Simon de Avila:

 » Di Granata. Se non nemico di Giovanni di Dio, è considerato come uno dei fabbricatori della maldicenza che lo avvolge. E’ sicuramente di umile condizione.

Spia e commenta le visite che Giovanni di Dio effettua, occupazione poco dignitosa. Inquisisce, va curiosando. Temperamento frivolo, dedito alla sterile attività di spiare i passi di Giovanni di Dio e poi commentarli. Prende contatto con lui, alfine si converte, e ripara il male che aveva fatto con importanti servizi, austero e fattivo, in favore dei poveri. »

Domenico Piola:

« Sposato, genovese, noto mercante di Granada. Danaroso. Giovanni di Dio lo conosce perché va da lui a chiedere elemosina. Nei primi tentativi il rifiuto del mercante è categorico e il suo atteggiamento è cipiglioso. Una volta l’elemosina viene strappata sotto forma di prestito. Un prestito di trenta ducati. Il genovese gli chiede garanzia. Giovanni di Dio non gli rappresenta alcuna garanzia. Nella discussione attorno all’avvallo che il mercante pretende, Giovanni di Dio prende a parlare delle garanzie divine, le uniche di cui dispone. Domenico Piola, colpito dalle parole di Giovanni di Dio, gli dà il denaro. Dopo, si converte in un protettore abituale, e più tardi, « a tempo opportuno, quando fu libero dal matrimonio » [si suppone vedovo], liquida i suoi beni e rimane in compagnia di Giovanni di Dio. Si esercita nel chiedere elemosina gridando il solito richiamo per la città e, giacché tutti conoscono la sua provenienza, riesce commovente ed efficace ».

Juan Garcia:

« Anche lui di Guardafortuna, come Pedro Velasco. Povero in canna. Uomo virtuoso e austero che si avvicina a Giovanni di Dio e, passando da una vita solitaria e contemplativa alla massima attività, giunge ad essere infermiere maggiore. Muore a sett’antanni, in opinione di grandissima virtù. »

La conclusione cui giunge l’Autore, sempre attento ad evidenziare « la grande sproporzione » tra l’insignificanza della risorsa umana che è in gioco e i potere della grazia, è questa:

« Anton Martin, Pedro Velasco, Simon de Avila, Domenico Piola e Juan Garcìa, attorno a Giovanni di Dio, rappresentano la continuità. Sono i cinque primi compagni di Giovanni di Dio. Compatto manipolo votato al sacrificio, con una croce in mano, senz’altra risorsa che la speranza, travolti dall’esempio prodigioso del pastore di Oropesa, già circonfuso dai primi inspiegabili raggi della santità, si arruolano nella sua grande avventura. Sono i depositari del suo esempio, testimoni delle sue virtù e mandatari verbali della sua idea. Sono l’opera.

Tengasi presente che son tutti, nonostante la buona posizione economica di Domenico Piola, uomini senz’alcuna formazione e senza interessi intellettuali. Questo spiega l’assenza di una versione diretta della vita di Giovanni di Dio, quanto meno del Giovanni di Dio di quel periodo. Questo spiega che siano, come lui stesso, uomini d’azione. Come lui stesso, che non pensò ad una continuità organizzata. Se così fosse, sarebbe stato logico pensare che si sarebbero preoccupati di annotare tutta la sua dottrina e le caratteristiche della sua personalità, E, anche senza esplorare la sua vita interiore, ne avrebbero descritto il colorito del volto, la forma delle labbra o lo strano potere illuminato delle parole. Ma non è così. Ben poco sappiamo. Ben poco. » (p.217)

Sappiamo quel tanto che basta dalle fonti stesse dove ha attinto il Cruset.

Disponiamo di elementi sufficienti a giustificare la presenza della Compagnia dei GLOBULI ROSSI, Movimento con DNA O.H., che si ispira agli inizi della Fondazione e si muove nel segno della continuità. E’ il testimone che passa di mano in mano, di generazione in generazione, fiamma che non si spegne perché alimentata dalla carità di Dio riversata, per lo Spirito, nei cuori dei discepoli ed espressa secondo il mutare dei tempi.

La domanda che nasce spontanea è come abbia potuto questa forte-debolezza resistere a tutte le intemperie, a varcare i secoli. La risposta è racchiusa nella 2 Lettera di Paolo ai Corinti: « Quando sono debole, è allora che sono forte ».

Il testo Scritturale va letto per intero perché è la sintesi della biografia spirituale di san Giovanni di Dio, del suo rapporto con il Mistero della Grazia che ha vissuto segretamente nella sua anima e riassumibile nell’espressione ricorrente all’inizio di ogni sua lettera:

« Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre integra, Dio avanti e sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù ». Questo è il suo Cielo in cui si trova rapito.

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« 1 Non è bello vantarsi, eppure devo farlo. Perciò vi parlerò delle visioni e delle rivelazioni che il Signore mi ha concesse.

2 Conosco un credente che quattordici anni or sono fu portato fino al terzo cielo. (Io non so se vi fu portato anima e corpo, o se lo fu soltanto in spirito: lo sa Dio).

3-4 So che quell’uomo fu portato sino al paradiso. (Se lo fu fisicamente o solamente in spirito – lo ripeto – io non lo so: Dio solo lo sa). Lassù udì parole sublimi che per un uomo è impossibile ripetere.

5Di quel tale sono disposto a vantarmi, ma per quanto riguarda me, mi vanterò soltanto delle mie debolezze.

6Se avessi voglia di vantarmi non sarei un pazzo perché direi la pura verità. Tuttavia non lo faccio: voglio che la gente mi giudichi in base a ciò che faccio e dico, e che non abbia di me un’opinione più alta.

« 7 Io ho avuto grandi rivelazioni. Ma proprio per questo, perché non diventassi orgoglioso, mi è stata inflitta una sofferenza che mi tormenta come una scheggia nel corpo, come un messaggero di Satana che mi colpisce per impedirmi di diventare orgoglioso.

8 Tre volte ho supplicato il Signore di liberarmi da questa sofferenza.

9 Ma egli mi ha risposto: « Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole ». È per questo che io mi vanto volentieri della mia debolezza, perché la potenza di Cristo agisca in me.

10 Perciò io mi rallegro della debolezza, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo, perché quando sono debole, allora sono veramente forte.

« 11 Ho parlato come se fossi pazzo! Siete voi che mi avete costretto » (2 Cor 12, 1-11).

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L’Apostolo prima, Giovanni di Dio poi, hanno colto dove sta la potenza del Vangelo: non nella « forza » dell’imposizione ma nella « debolezza » della proposta.

  • « DEBOLEZZA » non è assumere una posizione rinunciataria nei confronti dell’annuncio di Cristo che è e rimane « Via, Verità e Vita ».

  • Vuol dire invece accettare la logica divina di un amore convincente perché è donato, e senza pretese.

  • Non c’è nulla di più « debole » al mondo di un Dio che muore e la cui opera si presenta agli occhi della insipienza umana come una sconfitta.

san-giovanni-di-dio-e-il-crocifisso-ovaleE’ il segreto della riuscita di San Giovanni di Dio, il brevetto che la Compagnia si tramanda:

« Quando sarete afflitta [scrive alla duchessa di Sessa] ricorrete alla Passione di Gesù Cristo nostro Signore e alle sue preziose piaghe e proverete gran consolazione ».

Ricorrere per provare. Ma a chi, a un Crocifisso? Che coraggio! Che follia!

Ha scritto il teologo Bruno Forte che « I più grandi movimenti della filosofia occidentale hanno riconosciuto proprio nella parola della croce, nel fatto che Dio faccia sua la morte per amore del mondo, quanto di più alto la mente umana abbia potuto raggiungere » (Avvenire 21 giugno 2000, p. 23).

L’attrattiva che scaturisce dal messaggio evangelico consiste allora in questo: nel rinunciare ad ogni genere di potenza umana (armi, denaro, potere politico) per contare unicamente sulla forza dello Spirito, l’unica che alla fine può riuscire vittoriosa. Poiché conta su di un amore che è un « amore onnipotente » (F. Varillon).

Chi si lascia catturare da questo fascino, impara che Dio sta dalla parte di chi non cerca l’arroganza, di chi resiste alla tentazione della violenza per affidarsi unicamente a quegli strumenti « deboli » quali l’annuncio, il dialogo, la testimonianza, la carità, il perdono.

san-giovanni-di-dio-lurna-contenente-i-resti-mortali-l202901ede1847e62ae2a12341e86ebd6-300x217Senza andare lontano, sono esattamente i martiri della giustizia e della carità del XX secolo a mettere in evidenza come una parte del patrimonio cristiano può essere terreno di condivisione con gli stessi non credenti.

Proprio perché ciò che Gesù insegna sui rapporti tra gli uomini, se non è per essi oggetto di fede, rappresenta tuttavia un grande valore umano, prende il via il Movimento dei GLOBULI ROSSI che trova ispirazione nella debolezza divina.

Chiamato ad immischiarsi nelle contraddizioni umane, si rifà a San Giovanni di Dio ed ai cinque della prima ora, nell’ordine di comparsa sulla scena dell’hospitalitas: Anton, Pedro, Simon, Domenico, Juan. Ma anche agli ultimi big della cordata, San Riccardo Pampuri.

Le armi della Compagnia sono quelle di sempre: « Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole » (v.9) .

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ASCOLTA, ISRAELE:

IL SIGNORE È NOSTRO DIO,

IL SIGNORE È UNO.

(a voce bassa)

Benedetto il Nome glorioso del suo Regno  in eterno e per sempre.

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LA FEDE

E’ UN FUOCO

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LA CARITA’

E’ COME L’INCENDIO

CHE SI ALIMENTA

PROPAGANDOSI

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Alla voce Pagine, sulla colonna di sinistra, trovi ulteriori spiegazioni sulla GLOBULI ROSI COMPNY. Grazie della visita e buona bavigazione !

ATTENZIONE ALLE IMBOSCATE …dello SPIRITO !

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ne18ANGULO  

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Per me

il vivere

è Cristo

Fil 1,12 – 2,18

Mi renderò concime

per altre fioriture

Mario Luzi

La Compagnia, Il Movimento, l’Ordine, la Congregazione…

sono mezzi.

  • L’obiettivo è Lui: il Signore Gesù.

  • Il leader è Lui: il Signore Gesù

Dalla Chiesa locale fino agli estremi confini della terra, con il

Protagnista: il Crocifisso-Risorto

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UNA FINESTRA

SUL MONDO

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una musica nel cuore

trans
Discover
Maurane!

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OPZIONI

*

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Chi siamo?

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO…

  • Donne e uomini in ascolto della voce di un Dio che ama.
  • OspitaTI dentro uno spazio di dono,
  • OspitaLI dentro uno spazio di amicizia, fraternità e profezia,
  • Sentinelle del mattino e della notte…L’amore di CRISTO ci spinge (2 Cor 5,14);
  • SOS: Silenziosi Oranti Solidali,
  • Inventori di sentieri, costruttori di ponti… gli uni verso gli altri…
  • camminiamo insieme verso la LUCE.

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« PORTATE GL’UNI I PESI DEGL’ALTRI » (Gal. 6,2)

Con i carismi comuni della tenerezza : servitium, charitas, hospitalitas ed i carismi particolari di ognuno,

  • donne e uomini, laici e consacrati,sani e malati, giovani e adulti…

  • Donne e uomini in ascolto della voce di un Dio che ama.

  • OspitaTI dentro uno spazio di dono,

  • OspitaLI dentro uno spazio di amicizia, fraternità e profezia,

  • Sentinelle del mattino e della notte…
    L’amore di CRISTO ci spinge (2 Cor 5,14);

  • SOS: Silenziosi Oranti Solidali,

  • Inventori di sentieri, costruttori di ponti…

  • camminiamo insieme verso la LUCE.

Le « terre di nessuno » sono sconfinate. Ogni talento è prezioso. TU SEI UN TALENTO PREZIOSO !

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Quando era ormai imminente per Gesù Cristo il tempo di lasciare questo mondo, egli annunciò agli apostoli « un altro consolatore ». L’evangelista Giovanni, che era presente, scrive che, durante la Cena pasquale precedente il giorno della sua passione e morte, Gesù si rivolse a loro con queste parole:

  • « Qualunque cosa chiederete nel nome mio, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio…

  • Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro consolatore, perché rimanga convoi sempre, lo Spirito di verità ».

  • Proprio questo Spirito di verità, Gesù chiama Paraclito – e parákletosvuol dire « consolatore », e anche « intercessore », o « avvocato ».

  • E dice che è « un altro » consolatore, il secondo, perché egli stesso, Gesù, è il primo consolatore, essendo il primo portatore e donatore della Buona Novella.

Lo Spirito Santo viene dopo di lui e grazie a lui, per continuare nel mondo, mediante la Chiesa, l’opera della Buona Novella di salvezza. Di questa continuazione della sua opera da parte dello Spirito Santo Gesù parla più di una volta durante lo stesso discorso di addio, preparando gli apostoli, riuniti nel Cenacolo, alla sua dipartita, cioè alla sua passione e morte in Croce.

Le parole, alle quali faremo qui riferimento, si trovano nel Vangelo di Giovanni. Ognuna di esse aggiunge un certo contenuto nuovo a quell’annuncio e a quella promessa.

Al tempo stesso, esse sono intrecciate intimamente tra di loro non solo dalla prospettiva dei medesimi eventi, ma anche dalla prospettiva del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che forse in nessun passo della Sacra Scrittura trova un’espressione così rilevata come qui.

Poco dopo l’annuncio surriferito Gesù aggiunge:

« Ma il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto ».

Lo Spirito Santo sarà il consolatore degli apostoli e della Chiesa, sempre presente in mezzo a loro – anche se invisibile – come maestro della medesima Buona Novella che Cristo annunciò.

Quell’ « insegnerà » e « ricorderà » significa non solo che egli, nel modo a lui proprio, continuerà ad ispirare la divulgazione del Vangelo di salvezza, ma anche che aiuterà a comprendere il giusto significato del contenuto del messaggio di Cristo; che ne assicurerà la continuità ed identità di comprensione in mezzo alle mutevoli condizioni e circostanze.

Lo Spirito Santo, dunque, farà sì che nella Chiesa perduri sempre la stessa verità, che gli apostoli hanno udito dal loro Maestro.

 

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C’ERA UNA VOLTA…

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Tutto si è svolto lentamente sotto questo cielo,

ma la scintilla è scoccata a Granada,

il 20 Gennaio 1539,

all’Eremo dei Martiri,

festa di San Sebastiano,

presente San Giovanni d’Avila…

il grande predeicatore della Spagna

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BENVENUTO NELLA

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Tanto si ha lo Spirito,

quanto si ama la Chiesa.

« Se vedi la carità,

vedi la Trinità. »

(S.Agostino)

Paolo di Tarso apostolo identikit polizia scientifica tedesca

  1. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

  2. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

  3. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

  • La carità è paziente,

  • è benigna la carità;

  • non è invidiosa la carità,

  • non si vanta,

  • non si gonfia,

  • non manca di rispetto,

  • non cerca il suo interesse,

  • non si adira,

  • non tiene conto del male ricevuto,

  • non gode dell’ingiustizia,

  • ma si compiace della verità.

  • Tutto copre,

  • tutto crede,

  • tutto spera,

  • tutto sopporta.

  • La carità non avrà mai fine.

  • Le profezie scompariranno;

  • il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.

  • La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.

  • Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

  • Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino.

  • Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

  • Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa;

  • ma allora vedremo a faccia a faccia.

  • Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

  • Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità;

  • ma di tutte più grande è la carità!

Sono parole che sappiamo a memoria. Ma se diventano preghiera, non restano parole. La missione di religiosi e laici è  questa:contagiare.

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« Accoglietevi gli uni gli altri così come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio  » (Rm 15, 7). VENIAMO DA QUESTO SITO: clicca sull’icona

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MSN Gruppi ha deciso di chiudere il servizio a Febbraio 2009. Hai la possibilità, da subito, di iscriverti a questo nuovo blog sostitutivo dove si cercherà di traslocare il lavoro di questi anni per poter continuare a comunicare nella fede.

LA COMPAGNIA E IL CARDINALE

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carlo-maria-martini-il-pastore-della-chiesa-ambrosiana-150x150REGOLA della COMPAGNIA…

L’idea di COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI vine da lontano.

Ma questa inseminazione dello Spirito nei cuori di alcuni, poveri, pavidi, tribolati , esitanti, incerti… si è ripetuta nel contestodel calendario lunare della Chiesa Ambrosiana, guidata dal ministero episcopale del Cardinale Arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, successore del santo vescovo Ambrogio.

A provocarla è proprio la sua predicazione evangelica, a cominciare dalla prima scossa avvertita con l’invito alla CONTEMPLAZIONE DELLA VITA, seguita da altre forti provocazioni: IN PRINCIPIO LA PAROLA, FARSI PROSSIMO, il SINODO, …fino alla REGOLA DI VITA da lui stesso tracciata per il cristiano contemporaneo che vive tra casa, studio, lavoro, Chiesa, impegno sociale e tempo libero, quali siamo anche noi. Così è parso logico adottarla come strumento pedagogico per vivere più coerentemente il Vangelo della miserricordia.

La ricchezza dell’insegnamento del Pastore, la sua pluriventennale meditazione condotta nel tessuto della Città degli Affari, senza esclusioni di persone o di categorie, è così ampia e profonda che permetterà a lungo di attingere al cospicuo patrimonio, sia per la quotidiana LECTIO DIVINA che per la SCUOLA DELLA PAROLA, passioni che ha saputo inculcare fin dall’inizio del suo ministero episcopale a giovani, aduli ed anziani, al clero ed ai laici, indistintamente. La nota CATTEDRA DEI NON CREDENTI ne è una prova.

Sin dai primi giorni a Milano, si è percepito che il linguaggio tecnico dello studioso esegeta lasciava il posto a parole che avevano una rispondenza interiore. Una semplicità modellata su quella del linguaggio biblico. Spirito teso a cogliere il « tutto » nel frammento, ed in esso la coincidenza degli opposti:

  • ha sviluppato il concetto di « utopia » (non-luogo),

  • accostandolo a quello di « realismo » del vivere quotidiano;

  • « ricordo » e « speranza », sinonimi di passato e futuro, sono andati di pari passo.

Nel suo linguaggio risultano ricorrenti parole chiave come « cuore », « mistero », « discernimento » ed altre ancora, precedute dal suffisso « RI ». Per lui sono verbi fondamentali: ri-cominciare, ri-partire, ri-pensare, ri-educare. ri[e]-cuperare.

Mi ha sempre fatto molta impressione quell’atteggiamento tipico di Dio che parla attraverso il profeta Isaia, 49,2, ma non facilmente riscontrabile sulla bocca di tanti cristiani super-ortodossi, anche giovani, sempre in assetto di partenza per le crociate contro questo mondo  certamente riprovevole in tanti suoi aspeti. Il Cardinale ha spronato la sua Chiesa, dandone l’esempio, ad avere viscere di misericordia e compassione: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme… ».

L’Arcivescovo conosce la radice biblica del termine cuore che spesso è riferito al cuore dell’uomo, incline a fare il male (cfr.Gen 8,21), radice di male (cfr Mc 7,21-22), pietrificato, indurito, non libero, sfasato rispetto al cuore di Dio, chiuso, ma anche luogo dove Dio si comunica, il terrerno dove avviene il misterioso scambio di doni tra il Creatore e la creatura, la sede dell’interiorità, dei sentuimenti, la sede della ricchezza degli affetti e delle emozioni.

Se Martini utilizza questo termine come chiave ermeneutica per leggere i contesti, le situazioni e le problematiche a tutti i livelli, è perché il Pastore chiede al suo gregge di tenere lo stesso atteggiamento verso tutti:

· Prendere a cuore,

· portare al cuore,

· comunicare « cuore a cuore »,

Queste espressioni ricorrenti, « stanno ad indicare di come simbolicamente il cuore sia espressione di radicalità in ogni relazione, in ogni ricerca, in ogni desiderio umano e divino. E’ anche l’unico presupposto ad ogni discorso sulla Chiesa nella quale trascendenza e immanenza, santità e peccato, convivono in na misteriosa unità; così per l’uomo il cui cuore rimane un enigma eccetto che all’occhio divino.

Dunque il concetto di mistero è l’unica possibilità rimasta all’uomo per restare aperto all’infinita novità di Dio, del quale non si può che essere ustodi, sentinelle; mil mistero non si può svelare, si può rivelare, lo si può raccontare senza violarlo »(Damiano Modena – C.M.Martini- EP)

In Alzatevi, andiamo ! , Giovanni Paolo II che lo ha voluto e consacrato vescovo, così scriveva: « …nulla può sostituire la presenza del vescovo  che si siede sulla cattedra o si presenta allambone della sua chiesa vescovile e personalmente spiega la Parola di Dio a coloro che ha radunato attorno a sé.  Anch’egli come lo « scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche »(Mt 13,52). Mi piace qui menzionare il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, le cui catechesi nella cattedrale della sua città attiravano moltitudini di persone, alle quali egli svelava il tesoro della Parola di Dio. Il suo non è che uno dei numerosi esempi che provano come sia grande nella gente la fame della Parola di Dio ».

Con lui, padre, maestro di fede e di vita, resta vivo il legame di comunione, specie in questi suoi momenti di cedimento fisicho che non intacca  l’ardore spirituale del testimone zelante e fedele al Vangelo anche nell’ora della prova. Terminato il  mistero episcopale, vissuto come servizio, oggi, nella Casa dei Gesuiti di Gallarate, riemerge il gesuita che vive in povertà, castita e obbedienza, secondo lo spirito di Sant’Ignazio di Loiola, nello studio e nella preghiera, sacrificando anche il sogno di chiudere i giorni a Gerusalemme: « Eulàbeia, prendere bene tutte le cose…Bisogna cercare Dio là dove si è ». Una nuova testimonianza che viene a completare la lezione di questi anni, vissuti nella logica del suo motto episcopale: PRO VERITATE ADVERSA DILIGERE.

Arcivescovo emerito di Milano cardinale Carlo Maria Martini

Arcivescovo emerito di Milano cardinale Carlo M…

Incontro con il Cardinal Martini

Il Porporato parla della sua malattia, il Morbo di Parkinson

Interviste o citazioni di: Martini Carlo Maria mercoledì, 28 maggio 2008 • tg1 20:00 • notizia n.5 | 02:08

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GRANADA – Basilica di San Giovanni di Dio

UNA SPORTA…

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UN BASTONE DA VIAGGIO…

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cuore-palpitante-di-carita-ardenteUN CUORE DA SAMARITANO…

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PER CINQUE SECOLI…

OGGI

PRENDE FORMA ANCHE LA

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NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’…

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Di buon mattino andremo alle vigne,

vedremo se mette gemme la vite,

sbocciano fiori, se fioriscono i melograni  » .

(Cantico dei Cantici 7,1).

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Shalôm!

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SOTTO IL SEGNO

DELLO SPIRITO

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« Accoglietevi gli uni gli altri così come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio ». (Rm 15,7).

« Fate bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio ! »

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Chi siamo?

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO…

nel cuore del Vangelo a farGli strada:

« Andate…guarite…annunciate… » (Mt 10,5 ss) .

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« PORTATE GL’UNI I PESI DEGL’ALTRI » (Gal. 6,2)

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« L’indefesso camminatore di Granada, colui che faceva appello alla carità dei fratelli, era GIOVANNI DI DIO. Facendosi carico di ogni bisogno, ha fatto ri-palpitare nella Chiesa il cuore del vangelo, ossia la « Charitas-Hospitalitas », la cura paupeum senza frontiere: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv. 20,21).

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PANE E’ OGNI BISOGNO UMANO

Epperò: « Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. » (Deut 8,3)

Questa è un’oasi per prendere fiato, parlarsi, con-dividere:

  • MALATI A DOMICILIO CON LA COMUNITA’ TERAPEUTICA,

  • OPERATORI SANITARI TRA LORO E CON I PAZIENTI,

  • LA CHIESA LOCALE CON LA CHIESA SANANTE.

Un farsi del bene… per amore di Dio, alla scuola del sofferente.

Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono tra le cose Non Non abbiate paura delle nuove tecnologiemeravigliose che Dio ha messo a nostra disposizione per  scoprire, usare, far conoscere la verità ». (Giovanni Paolo II)

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E’ Movimento di Laici e Consacrati, uomini e donne, sani e malati, giovani e adulti che si ispirano

a San Giovanni di Dio, il profeta dell’ Hospitalitas,

a San Riccardo Pampuri, il medico suo discepolo, dei nostri giorni:

« Andate…guarite…annunciate… » (Mt 10,5ss). Testimoni del Vangelo e Chiesa sanante al servizio del mondo.

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L’INIZIO

mater-boni-consilii-dellordine-agostiniano-mad-buonconsi Nel 2008 ricorrono i 469 anni della prima compagnia che ha seguìto san Giovanni di Dio e preso in mano le sue opere. Egli è  l’ignaro fondatore della prima « Compagnia delle Opere » che si registri in sanità.

Poiché la petizione al Pontefice di formale costituzione del Gruppo Ospedaliero risale al 1570, ossia vent’anni dopo la morte del Santo ed è precisamente del 1571  che  avviene il riconoscimento della Congregazione, è giusto evidenziare che per Giovanni di Dio i discepoli – senza distinzione - furono dei necessari collaboratori da subito.

José Cruset, lo scrittore e poeta che ha occupato uno dei primi posti nella letteratura spagnola degli anni ’50 e che, dopo ricerche e profonda meditazione, ha inteso scrivere la vita di san Giovanni di Dio, riuscendovi egregiamente, fa questa considerazione:

« Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò. Ma niente più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplci, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno la possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività » (J. Cruset in Un avventuriero illuminato, p.352)

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Egli così riassume l’attività di fondazione dei Fatebenefratelli che, per praticità di lettura e messa fuoco di concetti essenziali, esprimo sotto forma di elenco:

  1. « Giovanni di Dio non aveva pensato, in nessun momento, di fondare un Ordine. Il desiderio di Giovanni di Dio, manifestato fino all’ora della morte, fu semplicemente che l’ospedale di Gomeles non interrompesse la sua assistenza.

  2. I discepoli, per Giovanni di Dio, furono dei necessari collaboratori. Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò, Ma niente di più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplici, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno le possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava.

  3. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività.

  4. Anton Martin, il successore voluto, designato da Giovanni di Dio, assume la direzione di questo gruppo. Ha l’esempio di Giovanni di Dio scolpito nell’anima; e va innanzi. Quella primitiva audacia, quella inerzia di ciò che apparentemente è sconsiderato in Giovanni di Dio, spiega ogni cosa.

  5. La morte di Giovanni di Dio rimane scolpita nei cuori. Ma nulla s’interrompe.
    Incomincia l’attività. La popolazione d’infermi e poveri cresce. La necessità obbliga ad andare innanzi. L’opera lo merita.

  6. A Granata, con l’aiuto dell’arcivescovo, due anni dopo la morte di Giovanni di Dio (1552) si acquistò un’area fabbricabile nella via san Girolamo. Di fronte all’idea, con l’attività incessante di tutti i discepoli, sotto la direzione di Antòn Martìn, con l’appoggio dell’arcivescovo, e con la divulgazione del progetto, effettuata dal Maestro Giovanni d’Avila [ora santo n.d.r], la popolazione di Granata risponde senza distinzione. Ognuno con quel che può. E si fonda il nuovo ospedale.(Attualmente Ospedale Provinciale di Granata).

  7. Ma l’espansione varca subito i confini di Granata: Anton Martin, un anno prima di morire, fonda a Madrid un altro ospedale, sotto gli auspici di Filippo II (1553), che dopo la sua morte giunge a piena realizzazione: Questa casa di Madrid si convertirà in residenza generalizia.

  8. Morto Anton Martin, gli succede nella direzione Juan Garcìa, l’ultimo dei cinque amici e compagni, testimoni della vita di Giovanni di Dio.
    Figurano altri nomi accanto ai primi, nomi illustri dei nuovi pr4opagatori dell’Ordine: Rodrigo de Siguenza, Pedro Soriano, e Sebastiano Arias.
    Prosegue il lavoro creativo.

  9. Nel 1564: Montilla. La casa si chiama « Nostra Signora de los Remedios ».

  10. el 1565, Lucena. L’ospedale prende il nome di « San Giovanni Battista ».

  11. 1568. L’insurrezione dei mori a Granata registra giorni di sangue. L’attività assistenziale degli ospedalieri acquista risonanza. L’efficachia delle loro attività viene commentata. Questa data è, come dice Pazzini, il battesimo del fuoco dell’istituzione.
    Anche in quell’anno, un nuovo ospedale: Jerez de la Frontiera. E, subito un altro a Utrera ».

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Ma chi furono i primi partecipanti alla Compagnia delle opere di Dio?

isogna partire da una data precisa: Gennaio 1538. E’ l’anno in cui Giovanni ha una netta visione di Dio, come conseguenza della predica del P. Giovanni d’Avila. E’ l’anno della permanenza nell’Ospedale Reale, dove fa l’esperienza di pazzo con i pazzi, rognosi, infermi d’ogni specie. Dopo tale esperienza, di lui così racconta il Cruset:  

« Uscitone appena, destinato a provare e orientare la sua chiara vocazione, [si ritrova] di nuovo la povertà e la miseria, ambiente ormai definitivo in quanto è oggetto della sua attività.
In esso si muoverà fino alla morte. La persistenza dell’ambiente d’or’innanzi è stabile. Potremmo dire professionale.

E poiché tutto sempre nella sua vita è stato semplice, povero, lacero, un fatto di somma importanza come quello della fioritura, vale a dire della prima risonanza del suo esempio – inconscia nascita della sua opera – con l’apparizione di un discepolo, il primo, ha da collocarsi in circostanze di assoluta semplicità e in un ambiente piccolo, oscuro e negativo.
Dinanzi al nuovo personaggio si rende ancora una volta attuale l’affermazione che le origini della virtù, del bene o della santità hanno un interesse relativo. Quel che conta è l’efficacia. Quanto più grande la sproporzione, tanto maggiore l’ascesa e più visibile il potere della grazia . Non mi stancherò di ripeterlo ».(p.210)

La grazia dello Spirito a questo punto mette in scena il primo discepolo della compagnia, il primo anello di aggancio della catena che si aggancia al Profeta di Granada.

Lo Spirito alita e nasce il Movimento, prende corpo l’idea (la carità-hospitàlitas) che si trasforma in compagnia di testimoni, in aggregazione di intenti e di mani operose all’insegna di « Un criterio ideale, un’amicizia operativa ». intesa come mutua collaborazione e assistenza tra soci, sotto forma di Impresa Missionaria.

E’ affascinante andare a rileggere quella pagina di storia che può ispirare le opzioni di ADESSO e la rifondazione dei primi collaboratori non religiosi in Compagnia dei GLOBULI ROSSI.

Sempre secondo il Cruset, la tesi della visibilità del potere della grazia « trova una dimostrazione nell’apparizione in scena di Antòn Martìn, ruffiano di un postribolo: sordido il luogo di origine, di basso livello morale la persona.

Naturalmente Giovanni di Dio lo ha conosciuto nel suo ambiente. Lo conosce nelle sue visite ai postriboli o a motivo di esse.
Nonostante la sua spregevole occupazione, Giovanni di Dio gli si avvicina. Tutti possono aver bisogno del suo aiuto. Egli la pensa così.

E’ evidente che, dietro ogni cosa, v’è una zona sconosciuta, forse di bene, che a volte non affiora, non giunge a scoprirsi perché nessuno s’è trattenuto a contemplarla o a presentirla o a desiderarla con una ferma speranza.

Anton Martin è un uomo alto che porta sempre in capo un berretto rosso. E’ un uomo forte, giovane, lussurioso e freddo, di buon aspetto e di vita cattiva.

Il motivo della sua presenza a Granada è una strana vendetta familiare, mezzo umana e mezzo primitiva. Il suo vero nome è Anton de Argon. Nativo del borgo di mira, provincia di Cuoenca, figlio di Petro de Argon e Maria Martinez de la Cuesta.

E’ venuto a Granada un po’ alla ventura, condotto dall’idea fissa di vendicare suo fratello Pedro, assassinato da un certo Pedro Velasco (sarà il secondo discepolo del Santo).Lo ha inseguito fino a Granada ed è riuscito a farlo mettere in carcere. Il processo procede lentamente. Il Velasco è di famiglia ricca e non gli mancano buoni patrocinatori per rinviare la sentenza. La vita di Anton Martin si svolge nei bassifondi della città. Il suo modo di vivere è amorale.

Questi sono i dati fondamentali, i lineamenti essenziali di quest’uomo, tipo da postribolo, accecato dall’idea fissa di vendicare un assassino. Quest’uomo che giungerà ad essere il discepolo prediletto di Giovanni di Dio, modello di virtù.

Per ora ci interessa solo quel che egli è in questo momento e come inizia il suo contatto con Giovanni di Dio, le circostanze della sua prodigiosa conversione e la sua conseguenza immediata. Il resto verrà dopo

. » (p.212)

san-giovanni-di-dion-el-fundadorIl miracolo della Grazia è provocato da Giovanni di Dio che introduce il discorso sul perdono:

« E quando Anton Martin parla del sangue del fratello, Giovanni di Dio parla del sangue del Cristo nelle cui labbra del color di viola morta è il perdono per tutti » .

Anton Martin si induce a perdonare. Giovanni di Dio che dispone di amici influentia Granada, ottiene l’incontro di lui con Pedro Velasco nel carcere, e si riconciliano. Poi viene il perdono ufficiale, legale, di Anton Martin, del quale dovrà rimanere il documento negli atti, per l’ottenimento della libertà di Pedro Velasco che, finalmente – certo per mediazione di Giovanni di Dio -, è ottenuto ».

E’ il primo passo.

Dopo, si susseguono gli avvenimenti, come se una mano invisibile aprisse la cortina per far penetrare la luce. E comincia l’azione. Anton Martin si converte. L’ascesa è gloriosa, se si pensa alla sua vita. Inoltre si arrende senza condizioni, si offre come collaboratore di Giovanni di Dio. Rinunzia a tutto, e lo seguirà fino alla morte. Sarà – col tempo – suo successore eminente e discepolo preferito.

Ma c’è di più. Pedro Velasco, colpito dall’avvenimento, si converte anche lui e decide di mettersi a fianco di Giovanni di Dio. E’ quasi in coincidenza con Anton Martin il secondo discepolo.
L’Andaluso Velasco « seguirà Giovanni di Dio, commosso dalla sua opera. La sua vita si dividerà tra la carità e la più dura penitenza.

…La conoscenza di di Anton Martin avviene quando Giovanni di Dio, disponendo di personale che lo aiuta nel suo lavoro ospedaliero, può estendere l’area della sua attività a zone bisognose propriamente aliene all’ospedale, come la sua campagna nei postriboli.

L’affermazione è incerta, ma l’importanza è il fatto esemplare. La condotta di Giovanni di Dio colpisce e l’opera inizia ».

san-giovanni-di-dio-lo-caballeros-image001Altri tre discepoli vengono a collaborare con Giovanni di Dio dopo Anton Martin e Pedro Velasco. Imprecisa la data ma, ma sicuri i nomi e l’ordine della loro comparsa.

Simon de Avila:

 » Di Granata. Se non nemico di Giovanni di Dio, è considerato come uno dei fabbricatori della maldicenza che lo avvolge. E’ sicuramente di umile condizione.

Spia e commenta le visite che Giovanni di Dio effettua, occupazione poco dignitosa. Inquisisce, va curiosando. Temperamento frivolo, dedito alla sterile attività di spiare i passi di Giovanni di Dio e poi commentarli. Prende contatto con lui, alfine si converte, e ripara il male che aveva fatto con importanti servizi, austero e fattivo, in favore dei poveri. »

Domenico Piola:

« Sposato, genovese, noto mercante di Granada. Danaroso. Giovanni di Dio lo conosce perché va da lui a chiedere elemosina. Nei primi tentativi il rifiuto del mercante è categorico e il suo atteggiamento è cipiglioso. Una volta l’elemosina viene strappata sotto forma di prestito. Un prestito di trenta ducati. Il genovese gli chiede garanzia. Giovanni di Dio non gli rappresenta alcuna garanzia. Nella discussione attorno all’avvallo che il mercante pretende, Giovanni di Dio prende a parlare delle garanzie divine, le uniche di cui dispone. Domenico Piola, colpito dalle parole di Giovanni di Dio, gli dà il denaro. Dopo, si converte in un protettore abituale, e più tardi, « a tempo opportuno, quando fu libero dal matrimonio » [si suppone vedovo], liquida i suoi beni e rimane in compagnia di Giovanni di Dio. Si esercita nel chiedere elemosina gridando il solito richiamo per la città e, giacché tutti conoscono la sua provenienza, riesce commovente ed efficace ».

Juan Garcia:

« Anche lui di Guardafortuna, come Pedro Velasco. Povero in canna. Uomo virtuoso e austero che si avvicina a Giovanni di Dio e, passando da una vita solitaria e contemplativa alla massima attività, giunge ad essere infermiere maggiore. Muore a sett’antanni, in opinione di grandissima virtù. »

La conclusione cui giunge l’Autore, sempre attento ad evidenziare « la grande sproporzione » tra l’insignificanza della risorsa umana che è in gioco e i potere della grazia, è questa:

« Anton Martin, Pedro Velasco, Simon de Avila, Domenico Piola e Juan Garcìa, attorno a Giovanni di Dio, rappresentano la continuità. Sono i cinque primi compagni di Giovanni di Dio. Compatto manipolo votato al sacrificio, con una croce in mano, senz’altra risorsa che la speranza, travolti dall’esempio prodigioso del pastore di Oropesa, già circonfuso dai primi inspiegabili raggi della santità, si arruolano nella sua grande avventura. Sono i depositari del suo esempio, testimoni delle sue virtù e mandatari verbali della sua idea. Sono l’opera.

Tengasi presente che son tutti, nonostante la buona posizione economica di Domenico Piola, uomini senz’alcuna formazione e senza interessi intellettuali. Questo spiega l’assenza di una versione diretta della vita di Giovanni di Dio, quanto meno del Giovanni di Dio di quel periodo. Questo spiega che siano, come lui stesso, uomini d’azione. Come lui stesso, che non pensò ad una continuità organizzata. Se così fosse, sarebbe stato logico pensare che si sarebbero preoccupati di annotare tutta la sua dottrina e le caratteristiche della sua personalità, E, anche senza esplorare la sua vita interiore, ne avrebbero descritto il colorito del volto, la forma delle labbra o lo strano potere illuminato delle parole. Ma non è così. Ben poco sappiamo. Ben poco. » (p.217)

Sappiamo quel tanto che basta dalle fonti stesse dove ha attinto il Cruset.

Disponiamo di elementi sufficienti a giustificare la presenza della Compagnia dei GLOBULI ROSSI, Movimento con DNA O.H., che si ispira agli inizi della Fondazione e si muove nel segno della continuità. E’ il testimone che passa di mano in mano, di generazione in generazione, fiamma che non si spegne perché alimentata dalla carità di Dio riversata, per lo Spirito, nei cuori dei discepoli ed espressa secondo il mutare dei tempi.

La domanda che nasce spontanea è come abbia potuto questa forte-debolezza resistere a tutte le intemperie, a varcare i secoli. La risposta è racchiusa nella 2 Lettera di Paolo ai Corinti: « Quando sono debole, è allora che sono forte ».

Il testo Scritturale va letto per intero perché è la sintesi della biografia spirituale di san Giovanni di Dio, del suo rapporto con il Mistero della Grazia che ha vissuto segretamente nella sua anima e riassumibile nell’espressione ricorrente all’inizio di ogni sua lettera:

« Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre integra, Dio avanti e sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù ». Questo è il suo Cielo in cui si trova rapito.

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« 1 Non è bello vantarsi, eppure devo farlo. Perciò vi parlerò delle visioni e delle rivelazioni che il Signore mi ha concesse.

2 Conosco un credente che quattordici anni or sono fu portato fino al terzo cielo. (Io non so se vi fu portato anima e corpo, o se lo fu soltanto in spirito: lo sa Dio).

3-4 So che quell’uomo fu portato sino al paradiso. (Se lo fu fisicamente o solamente in spirito – lo ripeto – io non lo so: Dio solo lo sa). Lassù udì parole sublimi che per un uomo è impossibile ripetere.

5Di quel tale sono disposto a vantarmi, ma per quanto riguarda me, mi vanterò soltanto delle mie debolezze.

6Se avessi voglia di vantarmi non sarei un pazzo perché direi la pura verità. Tuttavia non lo faccio: voglio che la gente mi giudichi in base a ciò che faccio e dico, e che non abbia di me un’opinione più alta.

« 7 Io ho avuto grandi rivelazioni. Ma proprio per questo, perché non diventassi orgoglioso, mi è stata inflitta una sofferenza che mi tormenta come una scheggia nel corpo, come un messaggero di Satana che mi colpisce per impedirmi di diventare orgoglioso.

8 Tre volte ho supplicato il Signore di liberarmi da questa sofferenza.

9 Ma egli mi ha risposto: « Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole ». È per questo che io mi vanto volentieri della mia debolezza, perché la potenza di Cristo agisca in me.

10 Perciò io mi rallegro della debolezza, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo, perché quando sono debole, allora sono veramente forte.

« 11 Ho parlato come se fossi pazzo! Siete voi che mi avete costretto » (2 Cor 12, 1-11).

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L’Apostolo prima, Giovanni di Dio poi, hanno colto dove sta la potenza del Vangelo: non nella « forza » dell’imposizione ma nella « debolezza » della proposta.

  • « DEBOLEZZA » non è assumere una posizione rinunciataria nei confronti dell’annuncio di Cristo che è e rimane « Via, Verità e Vita ».

  • Vuol dire invece accettare la logica divina di un amore convincente perché è donato, e senza pretese.

  • Non c’è nulla di più « debole » al mondo di un Dio che muore e la cui opera si presenta agli occhi della insipienza umana come una sconfitta.

san-giovanni-di-dio-e-il-crocifisso-ovaleE’ il segreto della riuscita di San Giovanni di Dio, il brevetto che la Compagnia si tramanda:

« Quando sarete afflitta [scrive alla duchessa di Sessa] ricorrete alla Passione di Gesù Cristo nostro Signore e alle sue preziose piaghe e proverete gran consolazione ».

Ricorrere per provare. Ma a chi, a un Crocifisso? Che coraggio! Che follia!

Ha scritto il teologo Bruno Forte che « I più grandi movimenti della filosofia occidentale hanno riconosciuto proprio nella parola della croce, nel fatto che Dio faccia sua la morte per amore del mondo, quanto di più alto la mente umana abbia potuto raggiungere » (Avvenire 21 giugno 2000, p. 23).

L’attrattiva che scaturisce dal messaggio evangelico consiste allora in questo: nel rinunciare ad ogni genere di potenza umana (armi, denaro, potere politico) per contare unicamente sulla forza dello Spirito, l’unica che alla fine può riuscire vittoriosa. Poiché conta su di un amore che è un « amore onnipotente » (F. Varillon).

Chi si lascia catturare da questo fascino, impara che Dio sta dalla parte di chi non cerca l’arroganza, di chi resiste alla tentazione della violenza per affidarsi unicamente a quegli strumenti « deboli » quali l’annuncio, il dialogo, la testimonianza, la carità, il perdono.

san-giovanni-di-dio-lurna-contenente-i-resti-mortali-l202901ede1847e62ae2a12341e86ebd6-300x217Senza andare lontano, sono esattamente i martiri della giustizia e della carità del XX secolo a mettere in evidenza come una parte del patrimonio cristiano può essere terreno di condivisione con gli stessi non credenti.

Proprio perché ciò che Gesù insegna sui rapporti tra gli uomini, se non è per essi oggetto di fede, rappresenta tuttavia un grande valore umano, prende il via il Movimento dei GLOBULI ROSSI che trova ispirazione nella debolezza divina.

Chiamato ad immischiarsi nelle contraddizioni umane, si rifà a San Giovanni di Dio ed ai cinque della prima ora, nell’ordine di comparsa sulla scena dell’hospitalitas: Anton, Pedro, Simon, Domenico, Juan. Ma anche agli ultimi big della cordata, San Riccardo Pampuri.

Le armi della Compagnia sono quelle di sempre: « Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole » (v.9) .

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ASCOLTA, ISRAELE:

IL SIGNORE È NOSTRO DIO,

IL SIGNORE È UNO.

(a voce bassa)

Benedetto il Nome glorioso del suo Regno  in eterno e per sempre.

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LA FEDE

E’ UN FUOCO

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LA CARITA’

E’ COME L’INCENDIO

CHE SI ALIMENTA

PROPAGANDOSI

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Alla voce Pagine, sulla colonna di sinistra, trovi ulteriori spiegazioni sulla GLOBULI ROSI COMPNY. Grazie della visita e buona bavigazione !

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Erminio Filippo Dr. PAMPURI – San Riccardo dei Fatebenefratelli – Di Angelo Nocent

Posté : 12 mars, 2009 @ 4:14 dans * BIOGRAFIA ESSENZIALE | Pas de commentaires »

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La sua carità operosa

verso i malati

non conosceva limiti  

sanriccardopampuritondo22.jpgBeatificazione, canonizzazione, centenario della nascita, sono date, tutte vicine, che hanno stimolato la produzione di scritti, convegni e libri sul medico di Trivolzio ed oggi, le buone biografie su San Riccardo Pampuri o.h. non mancano, anche se la mia predilezione va verso CAMICE E TONACA di Mons. Giuseppe Gornati, suo coetaneo e sacerdote, Cancelliere Arcivescovile di Milano, 1954, perché sa cogliere sfumature della vita spirituale che sfuggono ad altre penne.

E’ il primo biografo, esaustivo, al quale i successivi attingono, avendo egli potuto rivolgersi ed interrogare le tante persone, allora ancora in vita, che  anno potuto riferire di lui, studente, militare, medico condotto e religioso, avendolo conosciuto di persona. E’ inevitabile: gli appunti e i racconti non possono costituire ciò che solo l’incontro vivo può rivelare. 

Poiché il mio intento non è di aggiungerne una nuova ma di  are a scandagliare aspetti di questa santità meno evidenziati nell’attuale bibliografia, ho ritenuto di utilizzare, come premessa biografica per il lettore che non  conosce il Pampuri da altre fonti, un testo elaborato dallo stesso Postulatore, Padre Gabriele Russotto. E’ lui stesso a raccontare dove e come ha potuto raccogliere le notizie da presentare ai tribunali ecclesiastici per l’avvio della causa di beatificazione:

« Raccolte e ricevute prontamente le informaziononi chieste[formalmente ai confratelli della Provincia Lombardo-Veneta con circolare del 30 agosto 1947) ]  dal Padre Provincialeche [P.Zaccaria castelletti], ed inviate alla Postulazione o date personalemente a me, mi misi a girare per lungo e per largo tutti i paesi e le località, che avevano relazione col beato, intervistando, interrogando, ascoltando dalla loro viva voce, e chiedendo testimonianze scritte, ai parenti di Fra Riccardo, ai nostri confratelli e a quanti lo avevano conosciuto nel secolo o nella vita religiosa.

I miei viaggi non furono sempre agevoli, poiché ancora in diverse località si vedevano i danni della seconda guerra mondiale, che spesso impedivano di avere mezzi di locomozione a disposizione »

In questo mio pellegrinare, o meglio istruttoria privata, in vista del Processo, ebbi preziosi accompagnatori e guide, per lungo tempo Fra Onorio Tosini, attualmente Provinciale, e poi Fra Giacomo Usardi, oggi zelante cappellano.

L’esito fu quanto mai prezioso, come documentano le dichiarazioni e le testimonianze contenute in questo volume: » (G.Russotto .Testimonianze vive sul Beato Riccardo Pampuri« .

Quando ricevette la nomina dal Priore Generale P. Efrem Blandeau, « con particolare pressante invito di iniziare subito« , è lui stesso a scrivere:

  »A dire il vero, io non avevo bisogno di sprone, perché ammirato ed edificato dalla « figura luminosa » di Fra Riccardo Pampuri » – come ebbe a dire il Santo Padre Giovanni Paolo II alla nostra comunità religiosa nella sua visita all’ospedale dell’Isola Tiberina il 5 aprile 1981, cioè cinquue mesi prima di dichiararlo Beato – già fin dal 1939 mi ero interessato di lui, pubblicando le sue note e i suoi propositi spirituali col titolo NEL SEGRETO DI UN’ANIMA OSPEDALIERA . » (In  “Melograno fiorito” –  Varese). Per andar sul sicuro, mi sono limitato a integrare questi lineamenti essenziali della vita del santo, aggiungendo, qua e là,  qualche particolare in più, senza alterarne la sequenza cronologica ed il fluire narrativo. Sono certo che il lettore che si accosta per la prima volta a questa figura di santo dei nostri giorni, pur con  un quadro agiografico essenziale e sufficientemente completo, sentirà il bisogno di nuove letture, di ulteriori approfondimenti. 

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16 maggio 1951.

Il Postulatore Padre Gabriele Russotto O.H.  racconta che “Fin dalle prime ore del mattino, nelle strade di Trivolzio — paesino agricolo con più di mille abitanti, nel Pavese — si notava un insolito movimento di gente accorsa dai paesi e dalle frazioni vicine. I vari gruppi man mano diventavano folla ed avevano per meta il piccolo cimitero locale. Nessuno li aveva convocati. 

La Postulazione e le autorità ecclesiastiche avevano concordato che l’esumazione e la traslazione della salma di Fra Riccardo Pampuri avvenisse in forma molto riservata: non fu possibile. La notizia trapelò e si sparse in un baleno: centinaia di persone d’ogni condizione ed età volevano assistere all’evento. 
Quando apparve la cassa fu impossibile poter trattenere la folla: tutti facevano ressa per poterla toccare e poggiarvi oggetti di devozione. Il carro funebre che la trasportava, camminava molto lentamente per la gente che lo precedeva e quella che lo seguiva recitando il santo Rosario. Nella Chiesa parrocchiale vi era appena lo spazio necessario per collocare la cassa.

Dopo la Santa Messa la cassa venne seppellita nel pavimento della Chiesa e sul marmo vennero incise le sole parole: «Fra Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli, medico chirurgo, 18971930».

Ma chi era questo giovane medico, divenuto Fratello Ospedaliero, il cui ricordo dopo tanti anni era ancora vivo nel cuore di questa gente? 

LA SUA CASA 

Il suo curriculum vitae è breve e molto semplice. Decimo di undici figli, Erminio Filippo nacque il 2 agosto 1897 a Trivolzio, località a dodici chilometri da Pavia.  Il giorno seguente fu battezzato dal prevosto Francesco Merli. Madrina la zia paterna, Luigia Germini, nel battesimo ricevette i nomi di Erminio Filippo.  Erminio era il decimo di undici figli di Innocente Pampuri e Angela Campari. La mamma morì il 25 marzo 1900; il papà, più tardi, nel 1907, in un incidente stradale. 

Rimasto orfano di madre all’età di tre anni, Erminio fu accolto in casa del nonno materno, Giovanni Campari, benestante affittuario di Torrino Pavese, località a circa tre chilometri da Trivolzio; una casa dove regnava il timor di Dio: il nonno era u vero cristiano, come lo zio medico Carlo Campari e il prozio Pietro, anche loro cristiani all’antica, tutti d’un pezzo. Vi era poi in quella casa la zia Maria che gli fece da mamma e da guida cristiana. E anche la domestica, la buona Carolina, era una donna di grande pietà e capace di aiutarlo a crescere nelle virtù e nell’amore del Signore. 

  

In questo contesto Erminio cominciò ben presto ad aprire la mente  e il cuore agli ideali della bontà e della carità.  Ma, seppur lontana, in Egitto,  vi era anche un’altra creatura ideale che riempiva la casa di un’atmosfera  di particolare pietà, la sorella di Erminio: suor Maria Longina, delle Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria, morta al Cairo il 2 agosto 1977. 

L’esempio della sorella gli fu sempre di sprone e modello di vita spirituale e distacco dal mondo. In quanta considerazione tenesse la sorella ce lo dimostrano anche le sessantasei  lettere che le scrisse. La prima nel 1914, l’ultima un mese prima di morire. 

STUDENTE E GIOVANE IMPEGNATO  

All’età di sei anni anche Erminio, come tutti i suoi coetanei, iniziò la scuola recandosi ogni giorno al vicino paese di Trovo, dove pure frequentò la seconda e la terza elementare. La sua prima maestra fu Rosa Zappa. 

Al termine della terza elementare, invece, dovette recarsi fino a Casorate Primo, a cinque chilometri da Torrino, per frequentare la quarta e la quinta classe. 

Il suo maestro fu il Sig. Luigi Baldi, che di Erminio poi dirà: “Era ottimo scolaro, assiduo alle lezioni anche quando c’erano temporali”. 

A sette anni, il 10 luglio 1904 , ricevette la Cresima da Mons. Francesco Ciceri, vescovo di Pavia e, a nove, il Giovedì di Passione, 5 aprile 1906. si accostò per la prima volta al banchetto eucaristico, ricevendo la prima comunione dalle mani di don Merli, preposto di Trivolzio, parrocchia alla quale appartiene anche la popolazione di Torrino. 

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  Lo storico liceo classico Manzoni  milanese nato nel 1884 – Il “Manzoni”, fondato nel 1884, è cronologicamente il terzo liceo di Milano, dopo il “Beccaria” (1810) e il “Parini” (1842). Sarebbero nati in seguito il “Berchet” (in un primo tempo Regio ginnasio liceo moderno, 1911) ed il “Carducci” (1934).  Il nostro istituto nasce da una scissione del “Beccaria”, così come il “Carducci” è una filiazione del “Parini” ed il “Tito Livio” una dello stesso ”Manzoni”.
La scelta del nome risponde alle indicazioni del Ministero della Pubblica Istruzione, che già dal 1865 aveva stabilito che ogni liceo recasse l’intitolazione a qualche illustre personaggio: in tal modo, a pochi anni dalla morte di Alessandro Manzoni, Milano rendeva omaggio al suo celebre cittadino.
La nascita ufficiale del nuovo istituto data al 17 febbraio 1884, in esecuzione del regio decreto n° 2481, che verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno n° 167, del 14 luglio 1884.

Compiute le scuole elementari, nel 1909 frequentò la prima ginnasio presso il Liceo «Manzoni» di Milano, ospite di suo fratello Ferdinando. Alla fine dell’anno scolastico (1908-1909) che fu di scarso rendimento, tornò a Torrino e gli zii decisero di fargli completare gli studi ginnasiali nel Collegio Convitto «Sant’Agostino» di Pavia,  ove frequentò anche il liceo, presso l’Istituto Ugo Foscolo, pur rimanendo Convittato. 

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Scorcio del duomo di Pavia dal cortile del collegio Sant’Agostino fu fondato a Pavia nel Maggio del 1897per volontà del Cardinale Agostino Gaetano Riboldi mosso dal desiderio della diocesi pavese di creare un ambiente nel quale gli studenti universitari provenienti da tutta Italia fossero in grado di coniugare la formazione scientifica universitaria con quella civile d’ispirazione cattolica.

La sua storia turbolenta e l’accesa partecipazione nella vita pubblica cittadina si manifestarono tra il 1915 e il 1917 quando, nel culmine della Prima Guerra Mondiale, la sua funzione fu dapprima solo parzialmente e poi completamente interrotta per fare posto ad un ospedale militare. La testimonianza del successo di questa opera caritatevole culminò nella santificazione, avvenuta il 1º novembre 1989, di san Riccardo Pampuri, già insignito medaglia d’oro al valore militare e divenuto in seguito Santo Patrono del Collegio.

Il Sant’Agostino annovera stretti legami con il primo Circolo Universitario Cattolico d’Italia, fondato anch’esso dal Cardinale Riboldi nel 1898 e posto sotto la protezione di Severino Boezio, filosofo e santo pavese.

Di quegl’anni di ginnasio si ricorda quanto ebbe a dire don Roberto Cerri, allora direttore spirituale del collegio: “Era veramente un angelo per costumi e pietà; uno studente distinto ed esemplare”. 

Si confessava con molta frequenza, senza però che il sacramento degenerasse in abitudine. “Inginocchiato davanti a me – dice ancora don Cerri – non mi sembrava un penitente, ma un piccolo santo che pregava, quando colle mani giunte guardava cooi suoi occhi sereni e belli il Corocifisso che gli stava davanti”: 

Ogni giorno si accostava alla comunione, tra l’edificazione dei compagni, tanto da essere chiamato da qualche attento osservatore “il san Luigi del Collegio”. 

Era durante il tempo del liceo, e soprattutto nel periodo delle vacanze che Erminio metteva a disposizione le sue doti e il suo entusiasmo per istruire i ragazzini del catechismo, manifestando una particolare gioia se gli affidavano i bambini della prima comunione per essere preparati al grande giorno. 

E’ di questi anni la fondazione, naturalmente in collaborazione col Prevosto, dell’Azione Cattolica Giovanile e del Circolo “Don Bosco”. Scegliendo fra i migliori giovani egli riuscì a formare un gruppo  con il quale ogni sera si recava a visitare il santissimo Sacramento. 

Il diciassettenne Erminio è un ragazzo ormai dedito  alla meditazione e alla riflessione, come lui stesso conferma in una  lettera alla sorella  suora dell’11 Gennaio 1914, la prima, che ci risulti, del suo epistolario: “Quanto avrei desiderato di poter teco ammirare  quelle famose Piramidi che, attraverso i secoli, ci fano conoscere la grandezza e la potenza di quei superbi faraoni che si fecero chiamare “Figli del Sole” e che pur dovettero piegare la fronte  ai voleri del Dio di Israele quando comandò, per bocca di Mosé, la liberazione del popolo ebreo”. 

Si arriva così al 1915, quando il Pampuri si iscrisse alla facoltà di medicina  presso l’Università di Pavia dove concluderà i suoi studi universitari nel 1921 conseguendo la laurea a pieni voti. E’ in questo periodo che si registra l’interruzione forzata degli studi per il periodo di servizio militare in zona di combattimento durante la prima guerra mondiale. 

NEL CIRCOLO UNIVERSITARIO “SEVERINO BOEZIO” 


Conseguita la maturità classica, lo zio dott. Carlo, che lo aveva adottato, lo voleva medico. Le sue ragioni erano anche nobili: egli pensava  che la società ha bisogno di medici di coscienza ed smici disinteressati degli uomini sofferenti, tanto più che da laico un medico cristiano è in grado di fare un mondo di bene tra i suoi pazienti. 

Quando Erminio si iscrisse all’università, già esisteva nella città universitaria del Ticino il menzionato Circolo per gli studenti cattolici, fondato già nel 1874 da mons. Agostino Riboldi, vescovo di Pavia. La motivazione di questa iniziativa diceva:     La sfrenata baldanza con la quale la gioventù scredente, stretta in numerose città, muove guerra agli studenti universitari cattolici, e le pubbliche dimostrazioni  con le quali si tenta d’intimorirli e di ridurli a vile apostasia, rendono necessario che anche gli studenti cattolici si uniscano fra loro per trovare nell’unione la forza per sostenersi”.   

E’ attorno a questao Circolo che gira l’attività del   venerabile Vico Necchi, del beato Contardo Ferrini, dello scienziato e cardinale Pietro Maffi e di don Giovanni Cazzani che fu poi arcivescovo di Cremona.                  

Divenuto socio zelante ed assiduo del Circolo Universitario «Severino Boezio», delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, già primo presidente dell’Associazione giovanile di Azione Cattolica «Don Bosco» di Trivolzio, è  nel 1921 s’iscrisse al terz’Ordine di San Francesco. 

In questo periodo universitario il Pampuri si ad combattere l’insegnamento positivista e materialista allora largamente in voga tra i colleghi e ad immunizzarli con l’antidoto della verità cristiana. Egli camminava sulle cime e così facendo, incitava gl’altri a salirvi.  Il professore don Giuseppe Ballerini, divenuto vescovo di Pavia, così si esprime in merito all’opera del Pampuri:

“All’università  quel  bravo  giovane  nulla ha rimesso della sua fede e della  sua purezza. Il Circolo Universitario “Severino Boezio” va glorioso del  nome  del carissimo dott. Pampuri, perché vi portò più soci lui col suo esempio e con la intemerata sua vita, che non tutte le conferenze e gli altri mezzi di propaganda; non arrossisco il dirlo, compreso il mio interessamento personale. Oh! Se lo ricordo bene!”. 

Lo stesso mons. Ballerini, al momento dell’ngresso del Pampuri tra i Fatebenefratelli, ebbe a dire: “Mi spiace che lasci la mia dioesi, ma Voi, miei cari Fatebenefratelli, fate un ottimo acquisto. Se però, più che agli ammalati, lo lascerete vicino ai giovani, farà un gran bene.” 

sanriccardopampurialfrontelabibbianellozaino.jpgSOLDATO DURANTE

LA PRIMA GUERRA MONDIALE 

Il Pamouri fu arruolato soldato il primo aprile 1917 e, perché studente di medicina, venne iscritto all’86 ma Sezione di Sanità e mandato in zona diu guerra. 

Da una lettera a sua sorella suora in data 1° settembre 1917 veniamo a sapere la sua attività e il suo dolore per le atrocità della guerra. Il fatto di essere in una posizione relativamente tranquilla lo conforta e rafforza le sue preghiere per una soluzione immediata e pacifica del conflitto destinato a produrre solo un’ ”inutile strage”. Questo suo stato d’animo è ben descritto dalle parole che usa con la sorella Lon­gina Maria:  

«Dopo essere stato tre mesi a Milano, un po’ in caserma ed un po’ in un Ospedale Militare di riserva, sono stato assegnato alla 86a Sezione di Sanità e mandato in zona di guerra. Fortunatamente qui mi sono trovato molto meglio di quanto mi ero aspettato; poiché essendo noi stati mandati come truppa suppletiva non siamo stati aggregati a nessun reggimento restando in un paesello tranquillo, molto lontano dalla linea di combattimento, e quindi fuori di ogni pericolo. Ora da due settimane fac­cio servizio in un Ospedaletto da Campo in sala di medi­cazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la Divina Misericordia questo flagello abbia a terminare presto, molto presto!». 

Forse è proprio da questo suo  tirocinio di assistenza ai soldati  feriti  in  zona di guerra che si può cogliere  la nota saliente di quel cristiano poema d’amore che fu la sua futura attività di medico, come pure il germe della sua futura vocazione religiosa. 

Anche nel trambusto di un ospedale da campo il suo  morale era molto elevato. Il segreto di ciò lo si può trovare in quello che scrive alla sorella suora nella medesima lettera: “Prega perché non abbia mai a perdere di vista in mezzo a tante cause di distrazione il mio ultimo fine”. 

Nei Promessi Sposi il Manzoni mette in bocca a don Abbondio questa frase : Il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare”, Se la massima aveva valore per il pavido curato inventato dal romanziere, che tanta paura aveva di Don Rodrigo e dei suoi bravi, il caporale Erminio Pampuri, nel fuggi fuggi generale della ritirata di Caporetto,  compie una arditissima prodezza con un coraggio che gli può venire soltanto dall’alto e che riceve come un dono di Dio. Da questa accettazione, la sua vita rimarrà per sempre segnata. “Il suo era il coraggio di chi è al servizio del Signore e non ha paura di donare la propria vita per gli altri, qualora sia questo il disegno di Dio. Di questo coraggio che arriva dall’alto Erminio ne ha. Anzi, ne ha da vendere!  

Il 24 ottobre 1917 sono in corso i combattimenti di Caporetto e l’esercito italiano, guidato dal generale Cadorna, è in procinto di subire una dura sconfitta. In quella giornata il soldato e medi­co Erminio Filippo Pampuri si rende protagonista di un episodio che gli frutterà la medaglia di bronzo al va­lore militare e la promozione al grado di sergente. Per timore di essere accerchiato dalle truppe austria­che, l’esercito italiano riceve l’ordine di ritirarsi.  Gli ufficiali medici si uniscono alle decine di migliaia di sol­dati che caoticamente indietreggiano e levano il campo, abbandonando tutti i medicinali e l’attrezzatura sanita­ria dell’ospedale da campo.

Pampuri, per impedire che del materiale tanto importante andasse perduto, carica tutto su un carretto trainato da una mucca. Per venti­quattr’ore, sotto una pioggia torrenziale e in mezzo a campi impantanati, corre a perdifiato sino a raggiunge­re i compagni a Latisana.  Per i commilitoni e i superio­ri, che lo davano ormai per disperso, fu un’autentica sorpresa ma anche una nuova occasione per stupirsi del temperamento di Erminio.

Chi combatté con lui ne conserva un ricordo che mette in risalto la grande carità cristiana, lo straordinario amore di chi vede nel giovane soldato malato o morente il viso di Cristo: «Ebbe sempre grande carità verso i soldati infermi – racconta un testimone – e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po’ di morale e la sua assennata parola era sempre tenu­ta in grande considerazione».  (Il Dottor carità  di A. Montonati) 

Le tremende giornate della sconfitta di Caporetto rivelarono pienamente l’alto senso di responsabilità e d’iniziativa del Pampuri, e l’episodio seguente lo dimostra ampiamente: 

Il 24 ottobre 1917 sono in corso i combattimenti di Caporetto e l’esercito italiano, guidato dal generale Cadorna, è in procinto di subire una dura sconfitta. In quella giornata il soldato e medi­co Erminio Filippo Pampuri si rende protagonista di un episodio che gli frutterà la medaglia di bronzo al va­lore militare e la promozione al grado di sergente. Per timore di essere accerchiato dalle truppe austria­che, l’esercito italiano riceve l’ordine di ritirarsi.  

Gli ufficiali medici si uniscono alle decine di migliaia di sol­dati che caoticamente indietreggiano e levano il campo, abbandonando tutti i medicinali e l’attrezzatura sanita­ria dell’ospedale da campo. Pampuri, per impedire che del materiale tanto importante andasse perduto, carica tutto su un carretto trainato da una mucca. Per venti­quattr’ore, sotto una pioggia torrenziale e in mezzo a campi impantanati, corre a perdifiato sino a raggiunge­re i compagni a Latisana.  

Per i commilitoni e i superio­ri, che lo davano ormai per disperso, fu un’autentica sorpresa ma anche una nuova occasione per stupirsi del temperamento di Erminio. Chi combatté con lui ne conserva un ricordo che mette in risalto la grande carità cristiana, lo straordinario amore di chi vede nel giovane soldato malato o morente il viso di Cristo: «Ebbe sempre grande carità verso i soldati infermi – racconta un testimone – e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po’ di morale e la sua assennata parola era sempre tenu­ta in grande considerazione». (idem) Il Montonati giunge alla seguente conclusione: 

“In guerra Erminio si accorge più che mai della fecon­dità di un cristianesimo incentrato sulle opere e la cari­tà verso il prossimo. La sua vocazione di medico diven­ta più chiara. Medicina ed esperienza cristiana non sono in contrasto per lui. L’ammalato deve essere cura­to ma questo ammalato è innanzitutto un uomo, con tutto il suo bisogno spirituale e materiale.

Pampuri co­mincia a comprendere che il medico non è solo il medi­co del corpo ma anche dell’anima. Donare conforto ai malati, condividere con gesti e parole la vita del fronte insieme. agli altri soldati, sono occasioni per non dimen­ticare le parole di Gesù: «In verità vi dico: ogni volta che l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).  Stava in mezzo agli altri militari Riccardo per portare loro il volto amico di Cristo. Egli era tra di loro, ma non si adeguava alla loro mentalità e ai loro costumi (possia­mo facilmente immaginare i loro discorsi!). Come ricor­da Don Luigi Pergoni, compagno d’armi di Pampuri a Baggio, il ragazzo di Trivolzio amava molto di più stare accanto agli uomini di Chiesa presenti sulle trincee.

La vicinanza di sacerdoti e religiosi aiutava Erminio a capi­re l’importanza di avere in quei momenti così tragici delle guide, persone che gli fossero amiche nell’abbrac­cio di una compagnia cristiana. Noi stessi, nei frangen­ti più delicati e drammatici della vita, cerchiamo questa compagnia ed è proprio in questi frangenti che ne per­cepiamo maggiormente la bellezza e la gratuità. 

Il 4 novembre 1918 si conclude per l’Italia il conflitto. I giovani morti sui campi di battaglia sono oltre 600.000. Riccardo riesce a sopravvivere e riprende con solerzia i suoi studi di medicina, facoltà a cui si era iscritto fin dal 1915. Alcune licenze concessegli nel corso della guerra gli avevano permesso di restare alla pari con gli esami.” (idem) 

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LA LAUREA 

Conseguita la laurea in medicina e chirurgia il 6 luglio dello stesso anno, dopo un breve tirocinio presso lo zio, accettò la condotta medica di Moribondo in provincia di Milano, a 15 chilometri da Torrino. Questa formò l’amato campo del suo lavoro professionale per sei anni consecutivi (1921-1927), nel quale profuse largamente i tesori della sua scienza medica e del suo cuore apostolico. 

Morimondo, una volta importante per il suo celebre e antico monastero cistercense, è un centro molto piccolo: allora contava appena 1.470 abitanti in tutto il Comune; ma la condotta medica, scomoda ed impervia, si estendeva per circa 16 chilometri ed abbracciava una ventina tra frazioni e cascine, alcune distanti anche più di sei chilometri dalla sede del medico. Alla missione di medico e di apostolo, egli si era andato preparando diligentemente ed intensamente da lunghi anni.

Ora che l’aveva raggiunta pregava il Signore che «la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra passione» non gli avessero bendato gli occhi ed impedito di vedere, curare e confortare Gesù sofferente in ogni infermo. Alle persone care, specialmente a sua sorella Suor Longina, chiedeva che l’aiutassero in ciò con le preghiere. «Prega pure per i miei ammalati, affinché con l’aiuto di Dio io possa tornare loro di reale giovamento» (20 aprile 1922). 

«Tu manifesti molta fiducia nell’opera mia di propaganda religiosa presso i miei ammalati, ma purtroppo la fiamma della carità è sempre troppo languida per poter comunicare agli altri il proprio calore» (28 aprile 1923).
«Mi raccomando quindi più che mai alle tue preghiere per ottenere da Dio di non venir mai meno ai miei doveri professionali, ed affinché il Divin Cuore di Gesù, ardentissimo di amore per noi, abbia da accendere, da infiammare anche il mio povero cuore, tanto freddo ed insensibile, della fiamma della Carità» (30 marzo 1924). 

«Per me poi dovrebbe tornare ancora più facile pensare sempre a Lui (Gesù Bambino), potendo per la mia professione vederne riflessa la infinita bellezza e bontà attraverso le grandi pupille ingenue di tanti piccoli e graziosi innocenti» (18 dicembre 1926). 
La sua carità, perciò, verso i malati non conosceva limiti: non si risparmiava in nulla, pur non avendo una forte costituzione fisica. Dava loro gratuitamente medicine, denaro, viveri, coperte ed indumenti. 

Li visitava più volte al giorno, qualunque fosse la distanza, e spesso, passava la notte al loro capezzale, mettendo così in pratica uno dei suoi più importanti propositi spirituali: «Voglio servirti, o mio Dio, per l’avvenire con perseveranza ed amore sommo: … nei malati tuoi prediletti: dammi la grazia di servirli come servirei Te». 
Fondatore e presidente dell’Associazione Giovanile d’Azione Cattolica, segretario e cassiere della Commissione Missionaria parrocchiale di Morimondo, oltre ad essere il più valido collaboratore del Parroco, era il consigliere, l’amico, il fratello ed il missionario dei poveri, degli operai e di quanti lo avvicinavano. Con l’aiuto materiale, dava anche quello morale e religioso: organizzava turni di esercizi spirituali; ore di adorazione eucaristica e comunioni collettive; teneva conferenze ascetiche o sul Vangelo o sulla religione; insegnava e spiegava la dottrina cristiana. Per i giovani dell’Azione Cattolica spendeva le migliori energie, attingendo alle sue inesauribili e geniali risorse che gli facevano escogitare ed attuare innumerevoli iniziative apostoliche. Nell’esercizio della professione medica e nelle molteplici opere di carità e di apostolato, ebbe lo spirito d’un contemplativo. In una lettera scriveva: «Ho bisogno di raccogliermi un po’ in me stesso alla presenza del Signore, perché l’anima mia non si inaridisca e perda in sterili e dannose preoccupazioni esterne» (15 marzo 1925). 

Tale «bisogno» lo teneva sempre unito ed assorto in Dio anche in mezzo alle opere esteriori; gli faceva passare ore intere in adorazione, spesso in contemplazione, dinanzi al SS. Sacramento, recitare più volte il santo Rosario mentre si recava a visitare gli infermi da una cascina all’altra, praticare austerità, digiuni e mortificazioni con l’umiltà e col fervore dei più rigidi penitenti.
Fin da ragazzo, insieme con l’attrattiva alla sanità e all’apostolato, aveva sentito anche quella alla vita missionaria e religiosa, ma ne era stato dissuaso a motivo della sua gracile salute. 

pampurifrariccardooh.jpgNel 1927, dopo aver molto pregato, chiesto consiglio e riflettuto, entrò nell’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio in Milano. Vestito da novizio in Brescia il 21 ottobre col nome di Fra Riccardo, vi emise i voti religiosi il 24 ottobre dell’anno seguente. 

Il periodo di tre anni, l’ultimo della sua breve vita, passato tra i Fatebenefratelli fu per lui come la salita della cima più alta d’una montagna che già da tempo aveva cominciato a scalare. Egli intraprese il cammino della perfezione religiosa con generosità e con filiale fiducia nell’aiuto del Signore. Nei primi giorni della nuova vita scriveva: «Mi appoggerò al Suo SS. Cuore, mi metterò sotto la sicura protezione delle ali del suo infinito amore ed Egli mi prenderà per mano… e mi condurrà sicuro oltre ogni scoglio nel porto della salute» (23 agosto 1927). 

E giunse al «porto della salute» prima ancora che egli stesso avesse potuto pensare. Per lui, medico e molto innanzi nella perfezione cristiana, non fu difficile acquistare lo spirito proprio dell’Ordine ospedaliero, tanto da divenire ben presto un modello perfetto dei figli di san Giovanni di Dio. Amò con entusiasmo la sua nuova famiglia e ne zelò le opere con filiale gratitudine.

Il 28 ottobre 1928 scriveva alla sorella suora: «Non so come degnamente ringraziare il Signore per tanta immeritata grazia, e solo cercherò di farlo col mantenermi a Lui fedele nel compiere sempre meglio che mi sarà possibile, con prontezza ed amore, la sua SS. Volontà». 

Intanto la pleurite — che, contratta durante il servizio militare in seguito alla fatica e allo strapazzo in zona di guerra, minava subdolamente la sua esistenza — si riacutizzò, degenerando in broncopolmonite specifica, e ben presto lo ridusse in fin di vita. Trasportato da Brescia a Milano il 18 aprile 1930, il primo maggio spirò. Aveva amato e servito il Signore fin dai più teneri anni con fervore, naturalezza e semplicità, edificando altamente i suoi compagni di collegio, d’università e d’arme, i suoi colleghi, i suoi malati, i suoi confratelli e quanti lo conobbero. L’ideachiave della sua santità era stata d’una limpidezza cristallina: «Quello che vuole il Signore, lo voglio anch’io»; «Sarò fedele al Signore in tutte le occasioni e circostanze delle quali è intessuta la vita di ogni giorno: farò le piccole cose con grande amore».

Ciò gli diede tanta serenità e tanta pace in punto di morte, alla quale andò incontro col suo abituale sorriso come a colei che lo introduceva nella patria celeste dopo l’esilio terreno. Qualche giorno prima aveva detto a sua zia: «Son contento e felice di aver fatto la volontà di Dio. Che cosa abbiamo su questa terra? Siamo sulla via del cielo, ed io, ora che mi vedo vicino a raggiungerlo, sono felice»; ed al sacerdote, che lo aveva guidato nella vocazione religiosa: «Padre, come mi accoglierà Iddio?»; poi, alzando gli occhi al cielo, aggiungeva: «L’ho amato tanto e l’amo tanto!».

Per questo suo grande amor di Dio, tradotto nel più generoso amore del prossimo, il ricordo del dottor Erminio Pampuri, dell’umile Fra Riccardo dei Fatebenefratelli, dopo tanti anni dalla morte è ancora vivissimo non solo in mezzo al suo popolo, ma anche in mezzo a quelli d’altre lingue ed altre nazioni. 
Il 1° aprile 1949 viene aperto il suo processo di canonizzazione dal Card. Schuster. Il 4 ottobre 1981 è dichiarato beato, mentre otto anni più tardi, il 1° novembre 1989, il dottorino di Moribondo viene iscritto nell’albo dei santi.

Dal 16 maggio 1951 le sue spoglie mortali riposano nella chiesa parrocchiale di Trivolzio. 

IL RELIGIOSO ESEMPLARE

FEDELE AL CARISMA DEL FONDATORE 

Marco  Belladelli 

sanriccardofotodigruppo.jpgÈ importante, per ripercorrere la vita di san Riccardo Pampuri, prendere in considerazione il suo epistolario e in particolare le 66 lettere indirizzate alla sorella maggiore, Suor Longina, missionaria francescana in Egitto. Fin dai primi scritti possiamo vedere come Erminio si aprisse a lei con una confidenza che andava ben oltre il semplice rapporto parentale, per configurarsi sempre più come un vero e proprio dialogo spirituale.
Nelle lettere è il santo stesso che si fa interprete del suo vissuto e ci guida sempre più nella profondità del suo animo. 

Molte di esse sono vere e proprie pagine di profonda spiritualità nelle quali ritroviamo anticipati nel vissuto del Pampuri temi teologici che diverranno poi tanto attuali nel dibattito del futuro Concilio Vaticano II. 
In quella del giugno del ’29, scrive: «Eccoci tutti tuoi per sempre, ti rendiamo il tesoro della libertà che ci hai donato con la vita, perché tu ce la custodisca per la vita eterna, fa di noi per mano dei superiori tutto quello che ti pare e piace, noi siamo cosa tua, solo tua, non più nostra né dei nostri parenti od amici, a noi e ad essi abbiamo rinunciato completamente e per sempre, su questa terra, sicuri che così potremo un giorno cantare con loro le tue infinite misericordie, le tue glorie eternamente in Cielo». 

Si tratta di un passo molto significativo, perché manifesta con chiarezza, come egli intendesse la sua consacrazione a Dio nella vita religiosa, quello che con buone ragioni possiamo ritenere il vertice di tutta la sua vita spirituale e di uomo. 
La lettera prende spunto dalla devozione al Sacro Cuore, tanto raccomandata dalla Chiesa nel mese di giugno. 

Per lui, il coroncino e le litanie al Sacro Cuore sono un’ulteriore occasione per riflettere sulle «meraviglie dell’infinito amore di Gesù per noi». Egli mette in evidenza come il Verbo Divino, dopo essersi incarnato, continua ad abbandonarsi nelle mani della divina giustizia per la nostra salvezza.
Tutta la sua esistenza terrena è stata mossa dal desiderio di immolarsi per noi, «per me e per te in modo particolare, o carissima Sorella, tutto il suo Divin Sangue fino all’ultima goccia». La riflessione a questo punto diventa personalissima.
La sua consacrazione e quella della sorella sono la risposta all’atto di amore che Gesù ha rivolto a ciascuno di loro personalmente e direttamente, e non in modo generico. Quello della sorella, missionaria in Egitto, è uno slancio di generosità, mentre la sua consacrazione è «per un sentimento di riconoscenza per avermi strappato dall’inferno le mille volte aperto sotto i miei piedi dalle mie iniquità». A questo punto san Riccardo fa seguire una riflessione, nella quale egli esprime qual è per lui il senso ultimo della sua consacrazione alla vita religiosa. 

La libera offerta della libertà diventa ampia disponibilità alla volontà dei superiori, nella sicurezza di appartenere a Dio e soltanto a Lui, senza temere che qualcosa possa andare perduto. Un aspetto che ricorda la persona e l’azione dello Spirito Santo all’interno della via intratrinitaria. È lo Spirito infatti che rende possibile al Verbo di assecondare la volontà del Padre, come il farsi uomo nel grembo verginale di Maria, il sottoporsi all’umiliazione della morte in croce, l’essere esaltato nella gloria della risurrezione, fino al farsi carico Lui stesso di continuare l’opera della redenzione, fino al suo compimento.
«Non più nostra, né dei nostri parenti od amici, a noi e ad essi abbiamo rinunciato completamente e per sempre su questa terra». 

San Riccardo mette la mano in una delle ferite più dolorose del suo animo. È la sofferenza più profonda che ha provocato a se stesso e a coloro che lo amavano. In questo caso egli parla espressamente di rinuncia: a che cosa?
Non certo agli affetti, perché anche nel periodo della sua vita religiosa egli li ha sempre coltivati e rafforzati. Egli intende rinunciare a quella forma di rapporto affettivo che si risolve in ricatto reciproco e costringe ad essere ciò che non si vuole essere. Gesù stesso nel Vangelo è arrivato a dire: «Chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me» senza per questo voler contraddire il comandamento divino che raccomanda di onorare il padre e la madre.

Si apre davanti a noi una pista molto interessante per continuare ad approfondire il modo di intendere la vita consacrata, secondo san Riccardo. Si intravedono, tra l’altro, anche punti di contatto molto significativi con la recente esortazione apostolica Vita consecrata, nella quale si presenta la vita religiosa ad immagine della vita intratrinitaria divina. 

Abbiamo già parlato del grande desiderio di san Riccardo di farsi Religioso  Si può quasi disegnare una lenta marcia di avvicinamento alla meta: il suo ingresso nel Terz’Ordine Francescano è del marzo del ’21; il rifiuto da parte dei Gesuiti risale a due anni dopo, all’agosto del ’23; nel ’25 si presenta per al prima volta alla porta dei Fatebenefratelli, per esserne respinto, e quindi definitivamente accolto nel giugno del ’27. 

Come mai tanta caparbietà? E perché alla fine ha scelto l’Ordine di san Giovanni di Dio: ripiego o segno provvidenziale? 

Sappiamo bene che le ragioni dei reiterati responsi si devono trovare nelle sue compromesse condizioni di salute.  Fu quel giorno eroico compiuto al fronte che gli complicò tanto la vita, proprio su ciò che per lui andava sempre più acquisendo un’importanza decisiva. Il consacrarsi nella vita religiosa. 

Anche l’orientamento verso i Fatebenefratelli sembra essere stato conseguenza di circostanze occasionali, guidate dalla mano provvidente di Dio, più che il frutto di una scelta maturata nel tempo.

È stato determinante l’incontro con don Riccardo Beretta. S’incontrarono nella primavera del ’23, quando questi era responsabile del Segretariato diocesano dell’Unione Missionaria del Clero per la propaganda in favore delle Missioni estere e il Pampuri era segretario della Commissione parrocchiale di Morimondo. 

Nacque immediatamente per entrambi un interesse reciproco, a cui fece seguito una frequentazione sempre più assidua, motivata dal bisogno, da parte di Pampuri di essere spiritualmente sostenuto.   A detta del Sacerdote, il Medico era già in stato di avanzata maturità spirituale, anche se ancora non aveva realizzato ciò che sentiva essere la sua principale vocazione.

Si trattava di portare a compimento l’opera che Dio aveva iniziato ed esso si realizzò con l’approdo all’Ordine Ospedaliero di san Giovanni di Dio. Infatti ciò che lo portò verso i Fatebenefratelli non fu tanto l’esercizio della professione medica, che avrebbe poi svolto anche da religioso, secondo le direttive dei Superiori, ma «il bisogno di una regola per poter continuare in una via buona senza pericolo di troppo gravi cadute».  

03 – MILANO: I MOTI DEL 1898 – San Riccardo Pampuri

Posté : 12 mars, 2009 @ 1:03 dans 03 I MOTI DEL 1898 | Pas de commentaires »

I MOTI DEL 1898

Quando Erminio aveva un anno, era ancora vivo l’orrore suscitato dalla dura repressione degli scioperi per l’aumento del prezzo del pane, ordinata dal generale Bava Beccaris a Milano e culminata nelle cannonate in viale Piave.

fraceciliocortinovis1.jpgSi sparò sulla folla che attendeva il cibo presso il Convento dei Cappuccini, secondo una tradizione che ancora oggi perdura: la Mensa di San Francesco il cui più illustre testimone è stato fra Cecilio Cortinovis che un giorno vedremo agli onori degli altari. Il dubbio che i cannoni fossero stati puntanti ad arte verso quel luogo ed a quell’ora, è sempre rimasto: non si capisce perché fossero stati proprio presi di mira i poveri dell’opulenta Milano in fila ad attendere un piatto di minestra.

La realtà è che Milano da tempo dava segni di insofferenza verso il Governo centrale di Roma. Ma quei tristi fatti di maggio avevano segnato anche il volto della Chiesa ambrosiana. Non solo perché i cannoni erano stati puntati sulla folla dei poveri che si era raccolta a ricevere un povero pasto; non solo perché i Cappuccini furono arrestati con l’accusa, infamante per loro, di avere sobillato la folla, ma anche per l’umiliazione che si era orchestrata attorno al suo vescovo, il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari.

beatocardandreaferrari.jpgEgli era stato persuaso ad andare in visita pastorale ad Asso: l’Autorità si faceva garante dell’ordine pubblico, anzi contava sulla partenza del cardinale proprio come segnale per tutti che la situazione era tranquilla, come invito agli incerti a placare gli animi, a sedare le tensioni e le preoccupazioni.

Dopo lo scempio, come il bimbo che nasconde la mano, scagliatone il sasso, per placare lo sdegno generale viene utilizzato lo schema abusato dai potenti di turno: coinvolgere tutti come correi di colpa e indicare possibilmente un inerme, che diveni vittima (colpevole) per tutti, trasferendo sulla sua innocenza l’odio e lo sdegno del popolo.

Con una ben orchestrata campagna di stampa si puntò il dito sul « Pastore che aveva trascurato il suo gregge ». Bava Beccaris, con lo sdegno di cui si fanno spesso mantello gli ipocriti, rimproverò solennemente il cardinale e tale fu il turbamento che lo stesso papa Leone XIII fu costretto ad interrogarsi se non fosse conveniente nominare un nuovo arcivescovo di Milano, che placasse gli animi e sanasse le divisioni.

Fortunatamente, proprio perché troppo grande era la sua stima per il cardinale, fu giustamente lasciato al suo posto. La Diocesi di Milano Non posso parlare della Diocesi di Pavia perché non sono documentato. Poiché allora come ora il Metropolita è sempre l’Arcivescovo di Milano, è utile conoscere l’aria che tirava nella capitale lombarda.

La Diocesi di Milano, proprio quattro anni prima, sembrava aver ritrovato con il giovane cardinale Ferrari tutto lo slancio che l’aveva caratterizzata per secoli. Questa ripresa veniva dopo il lungo travaglio del secolo che si stava chiudendo. Il clero di Milano da sempre è stato vicino alla sua gente.

tazzolidonenrico.jpgNon a caso don Enrico Tazzoli, uno dei martiri di Belfiore, scrisse che il clero milanese è, in confronto con quello veneto, più colto, umile ed austero, « di sentimenti liberali, ma liberali nel più bel senso della parola ». Il clero ambrosiano sembrava aver messo in pratica le parole che Parini avrebbe detto ad un giovane seminarista prossimo all’ordinazione:

  • « Il secolo che non vuole nella società inciampi al suo naturale progresso e aspira a pareggiare tutte le condizioni, ha tolto al clero quei privilegi che parevano da mille anni dargli una potenza senza contrasti e senza eccezioni.

  • Tu che sei giovine vedrai anche questi fraticelli snidati, raminghi destare le risa del mondo, di cui non conoscono le usanze.

  • Continueranno quei soli che sono evidentemente attivi ed utili, perché il secolo non avrà il coraggio di far valere contro essi i suoi pretesti. • Fate sinceramente del bene, e l’avvenire vi rispetterà …

  • Tu figlio, presto sarai prete. Che tu possa non dimenticare giammai la tua tremenda missione! Il campo è più che mai aperto e sgombro, e bisogna entrarvi spogli e colle sole armi della carità e della fede, e l’amore e la venerazione de’ popoli dovrete conquistarli colle azioni.

  • La famiglia nostra è il genere umano.

  • Le nostre speranze e i nostri timori non sono di questo mondo. Il mondo sa troppo bene che la nostra carità non deve aver limiti, e se vede in noi un’esuberanza di forze e di agi la guarda con occhio incredulo e derisorio, quasi avanzasse al dovere che abbiamo verso gli altri.

  • Studia, perché bisogna fare vedere che i preti non hanno paura del progresso e della verità, e dobbiamo giovare agli altri con tutti i mezzi che l’incivilimento ossia Dio medesimo ci porge.

  • Ma soprattutto ama, ama sinceramente, e allora tutti i doveri ti diverranno facili »5. Questi preti sembravano aver fatto proprie le parole di Alessandro Manzoni nelle sue Osservazioni sulla Morale Cattolica:

  • « Forse che sono cessati i ministri degni di tale ufficio? No, Dio non ha abbandonato la sua Chiesa.

  • Egli mantiene in essa uomini che non hanno, che non vogliono altro mestiere che sacrificarsi per la salute dei loro fratelli,

  • e in quanto vedono un vero premio (dei pericoli, dei patimenti, della vita più laboriosa) [...] il mondo [...] guarderà questi con venerazione e con riconoscenza;

  • in ogni ministro zelante, umile e disinteressato, vedrà un uomo grande » (cap. 8). Ma il controllo esercitato dal Governo austriaco prima e dopo l’illusione napoleonica e, in seguito, il Risorgimento italiano, così come si era andato realizzando, avevano diviso il clero e conseguentemente gli animi dei cattolici. Non era certo stata una bella pagina di storia della Chiesa milanese quella scritta dall’arcivescovo Giovanni Battista Montecuccoli Caprara, quando aveva promulgato, per compiacere il suo imperatore, il cosiddetto Catechismo Napoleonico, che insegnava:

  • « (Domanda :) Quali sono i doveri dei Cristiani verso i Principi che li governano; e quali sono in particolare i nostri doveri verso Napoleone I, Imperatore e Re nostro?

  • (Risposta :) I Cristiani debbono ai Principi, da cui sono governati e noi in particolare a Napoleone I, Imperatore e Re nostro, amore, rispetto, obbedienza, fedeltà, il servizio militare, le imposizioni ordinate per la conservazione e difesa del trono: noi gli dobbiamo ancora fervorose preghiere per la di lui salute, e per la prosperità spirituale e temporale dello Stato ».

Non è mai bene attribuire ad un dovere verso Dio l’obbedienza ad un principe di questo mondo. Ma gli austriaci erano presto tornati con deciso desiderio di riportare l’ordine. Così imposero la ricostituzione degli Oblati di S. Ambrogio e S. Carlo, soppressi al tempo di Napoleone (1810), perché considerati un ordine religioso (erano detti i « gesuiti ambrosiani » e non dei preti diocesani che san Carlo aveva costituito, proponendo ad alcuni sacerdoti di oblare, di consegnare nelle sue mani, i loro diritti e le loro autonomie (a quel tempo molto forti) nei confronti del proprio vescovo.

Così facendo essi sceglievano uno stile di povertà e di essenzialità, ed insieme si disponevano a dare il primato all’impegno pastorale, al ministero della parola e della catechesi, aspetti tutti un poco trascurati dal clero del tempo. Insieme a tutto questo essi assumevano (o concretavano) un programma di vita spirituale intenso, che li sorresse nel corso dei secoli. A questi oblati gli austriaci, facendo pressione sull’arcivescovo Bartolomeo Romilli (1847- 1859), avevano affidato il Seminario, allontanando tutti i docenti compromessi con le idee liberali, come si diceva allora.

Non era un buon biglietto da visita e sopra gli oblati pesò sempre il sospetto, al di là della loro generosità, che fossero dalla parte dei potenti, desiderosi di condividerne dividerne i poteri e i privilegi e a loro immagine formassero i seminaristi. D’altronde gli austriaci avevano (dal loro punto di vista) dei buoni motivi per giustificare le loro scelte. Si narra che durante le Cinque Giornate di Milano, la barricata meglio costruita, quella che resistette alle truppe di Radetzky fu quella fatta con i banchi di scuola…e le panche della cappella del Seminario, che allora si trovava nell’attuale Corso Venezia 11, proprio all’imbocco di piazza San Babila e delle vie che conducono al Duomo.

Al loro ritorno fu naturale che gli austriaci imponessero il loro ordine anche in Seminario. L’ultimo dono che Francesco Giuseppe fece a Milano fu germe della più acuta divisione ecclesiastica. Prima di ritirarsi per sempre da Milano e dalla Lombardia l’imperatore volle esercitare un’ultima volta il diritto di presentare al papa il nome dell’arcivescovo gradito per Milano.

Il 12 dicembre 1857 mons. Romilli era stato colpito da infarto ed era rimasto infermo sino alla morte, 7 maggio 1859. Occorreva provvedere rapidamente alla guida pastorale di Milano, poiché da due anni ormai la diocesi era senza guida. Il 4 giugno (meno di un mese dopo la morte di Romilli) si ebbe la battaglia di Magenta, che determinò l’abbandono austriaco della Lombardia.

L’imperatore Francesco Giuseppe – su designazione del suo ministro per il culto (5 giugno) – prima di lasciare Milano usò del suo diritto e il 7 giugno designò Paolo Angelo Ballerini, sino ad allora Vicario Generale, ma l’8 giugno Napoleone III e Vittorio Emanuele Il entrarono trionfalmente in Milano.

La situazione militare era incerta (solo l’11luglio ci fu l’armistizio di Villafranca) e, comunque, il diritto era dalla parte della Corte imperiale austriaca. Pio IX – con una rapidità davvero eccezionale – confermò la nomina imperiale nel Concistoro del 20 giugno 1859. Il nuovo governo piemontese (e subito dopo, italiano) non accettò mai questa nomina e considerò vacante la diocesi di Milano, lasciandola di fatto governare dal Vicario Capitolare, mons. Caccia Dominioni, che Ballerini nominò suo Vicario Generale.

Il povero mons. Caccia si trovò in una situazione paradossale: il Governo gli permetteva solo quegli atti propri del Vicario Capitolare, mentre bloccava quegli atti che Ballerini autorizzava come suo Vicario Generale. A cercare di sanare tutto questo fu scelto, dopo lunghe trattative con il Governo italiano, Luigi Nazari di Calabiana (1867-1893) vescovo di Casale Monferrato, ove si era distinto per carità, zelo e mitezza evangelica, tanto che, quando fu proposto per Milano, un anonimo (ce ne sono sempre anche nella Chiesa) scrisse a Roma, denunciandolo per la troppa familiarità con i preti, dai quali si faceva dare spesso del « tu ». Calabiana ispirò i venticinque anni del suo episcopato ambrosiano a due massime.

Una era quella del suo stemma: « Ognun mi sente ». Fu suo preciso programma cercare il dialogo con tutti, anche con i cosidetti lontani, e allora erano molti. Cercò in ogni modo la concordia, il dialogo con la società del suo tempo in profonda evoluzione sia sociale e politica che culturale e spirituale. Non a caso questo suo motto era scritto in italiano e non, secondo il solito, in latino: anche solo leggendo il suo stemma si sarebbe colto il suo desiderio di dialogo e di italianità.

In latino era invece il secondo motto del suo episcopato che riprendeva che riprendeva una frase di Sant’Agostino: « in necessariis unitas, in dubiis libertas, in annibus charitas ». Era quello che si propose in tutto il suo episcopato nei confronti dei suoi preti e dei laici e potremmo sintetizzarlo nella volontà di rispetto reciproco per tutti, perché, come egli stesso diceva, quando manca la carità, spesso si smarrisce anche la verità.

Quando Mons. Calabiana morì, il 23 ottobre 1893, si sentiva il bisogno di rinnovamento, anzi lo chiedeva proprio quella unità ritrovata della diocesi e fu, forse anche per questo, che Leone XIII scelse come nuovo arcivescovo il giovane vescovo di Como, Andrea Ferrari, che subito assunse anche il nome di Carlo.

Egli era nato nel 1850, quando Calabiana era già vescovo da due anni: il giovane Ferrari apparteneva veramente ad un’altra epoca e sarebbe toccato a lui traghettare la Chiesa milanese nel nuovo secolo. L’Anno Santo Il 1900 chiudeva un secolo tragico per la Chiesa ed apriva al primo Anno Santo dopo 125 anni.

Il secolo precedente si era aperto senza papa: il 29 agosto 1799 Pio VI era morto in esilio (un eufemismo per non dire: prigioniero) in Francia a Valence e i giornali avevano annunciato che con la sua morte era finita la Chiesa Cattolica, poiché dispersi erano i cardinali, ridotti semplici cittadini; soppresso lo Stato Pontificio e con esso tutta la Curia romana; confiscati tutti i suoi beni e trasferiti forzatamente a Parigi gli Archivi Vaticani ed i tesori dei suoi Musei, molti dei quali sono andati perduti per sempre.

Ci vollero sei mesi e il benevolo permesso di Napoleone che ormai aveva preso il potere e contava sull’appoggio dei cristiani, perché i cardinali, riuniti nel monastero protetto dell’Isola di S. Giorgio a Venezia eleggessero il nuovo Papa, Pio VII. L’inizio di questo pontificato, che cominciava un secolo nuovo, fu mesto e povero e più che mai evangelico.

A quel tempo era necessario incoronare il papa con il triregno ed allora i monaci benedettini, da sempre cultori dell’arte, costruirono una tiara dalla calotta di legno rivestita di carta stagnola (sì, quella dei cioccolatini) dorata e argentata e con pietre dure al posto delle solite gemme: un vero gioiello d’artigianato, splendido anche oggi a vedersi nella bellezza della sua povertà.

Non ci fu tempo per celebrare un Anno Santo in quei frangenti. Né furono tempi migliori quelli successivi: nel 1825 la tensione per i moti rivoluzionari che agitavano l’Europa, spinse a tenere il Giubileo in tono minore (furono calcolati poco meno di 300.000 pellegrini) e nel 1850 il papa preferì sospenderlo, perché troppo freschi erano i ricordi dei moti del 1848 – 49 e della prima guerra d’indipendenza italiana (ancora oggi per indicare una grande confusione si dice « fare un Quarantotto »).

Infine nel 1875 Pio IX si era volontariamente rinchiuso in Vaticano per protestare contro la mancanza di indipendenza che gli era derivata dalla presa di Roma, divenuta capitale d’Italia con la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870.

Ora, nel 1900, tutti speravano si aprisse un secolo nuovo, foriero di nuove speranze e di maggiore benessere; che lasciasse il posto dell’odio all’amore; portasse pace e non più guerra; giustizia e non più violenza; libertà e non oppressione. Forse erano speranze utopiche: i segni della prepotenza e della violenza erano molto più forti sia in Italia che nel contesto europeo e mondiale.

Tutte le nazioni europee affrontavano il nuovo secolo pervase da un delirio di potenza, se non di onnipotenza: la corsa agli armamenti e alle colonie, aveva scatenato istinti di guerra e l’imperalismo sembrava la nuova dottrina, sostenuta dai segni di evidente crisi mortale degli antichi imperi ancora esistenti: l’impero russo degli Czar ancora troppo arretrato; quello austriaco, composto da etnie troppo diverse; quello cinese, travolto dalla sua corruzione.

leoxiii.jpgGli imperi recenti non avevano più a reggerli quelle figure per certi versi carismatiche che ne avevano permesso l’effimero costituirsi: a Londra non c’era più una quasi mistica Regina Vittoria ed a Berlino Guglielmo II non ricordava più i consigli di Bismarck. Anche in Italia, proprio durante l’Anno Santo (il 29 giugno 1900), mentre si recava nella reggia di Monza, il re Umberto I veniva assassinato dall’anarchico Bresci, che voleva vendicare le vittime della repressione di Milano di due anni prima.

A queste ombre il papa Leone XIII (1878 – 1903) aveva voluto opporre la speranza che nasce dalla fede. Per questo aveva affidato il Giubileo ed il nuovo secolo al Sacro Cuore, consacrandogli tutta l’umanità.

In molte case, e certo anche nella casa di Luigi a Cislago, si custodiva con venerazione – spesso proprio sopra la porta d’ingresso – l’immagine del S. Cuore, che invitava ad avere fiducia in un Dio che ci ama con tutto il Suo cuore, poichè, come dicevano in dialetto i nostri antenati, « el Signur el fa no i robb de fa no« : il Signore non fa le cose che non si devono fare; Egli vuole sempre il nostro bene, anche quando a noi sembra un poco difficile crederci.

Il questo clima di grandi tensioni, il  2 agsto 1897 vede la luce Erminio Pampuri che verà batezzato il giorno seguente.

 

(more…)

CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE – Angelo Nocent

Posté : 11 mars, 2009 @ 12:20 dans 04 CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE | Pas de commentaires »

trivolziotramonto.jpg

Trivolzio – Tramonto

CIMITERO 

La parola « cimitero » deriva dal greco κοιμητήριον (koimetérion, « luogo di riposo »: il verbo κοιμιν (« koimân ») significa « fare addormentare »), attraverso il tardo latino cimiterium.

Non conosco il cimitero dove riposano i genitori di Erminio, ma, in fondo in fondo, - non dico quelli monumentali delle città - i cimiteri dei nostri paesi si assomigliano tutti:  un’entrata scarna: un cancello, un arco, una scritta del tipo In pace Christi requiescant, oppure Resurrecturis, sui muri una tintura bianca o paglierina, un lungo viale di ghiaia bianca, ombreggiato da altissimi cipressi, stradine trasversali,  lapidi di ogni età e ceto, cappelle di famiglia, una Croce dominante, un silenzio di tomba, rotto di tanto in tanto dagli scavatori di nuove fosse o dal salmodiare per nuova sepoltura.

Quando hanno seppellito mia madre, ottantaduenne, io alla vigilia dei sessanta, nei giorni successivi, girovagando inosservato lungo i perimetri della muraglia, in cerca sulle lapidi di visi noti e cari alla memoria, mi son messo a raccogliere sassi, quelli più grossi, usciti di fresco dagli scavi e, man mano, uno, due alla volta li portavo sulla sua tomba e li collocavo intorno al cumulo di terra, perimetrando le quattro spanne che il Comune concede in usufrutto ad ogni deceduto. 

cimitero2.jpg La tomba provvisoria, fatta con le mie mani, in attesa dell’assestamento del terreno, sembrava tenuta insieme da una corona del rosario.

I grani di sasso partivano dalla Croce di legno posta al centro, proprio sopra il capo di lei che la Croce l’ ha sempre avuta in testa, e facevano un giro rettangolare lungo quanto una persona avvolta nel sonno della morte, per ricongiungersi alla Croce.

Piccolo gesto di pietà filiale il mio che ha provocato un breve suo risveglio per sussurrarmi, da là sotto, parole arcane venute presto in superficie.

Sì, un brusio lieve ed accorato che solo io potevo percepire, per ricordarmi che in Dio si nasce e, per tornare a Lui, si muore. Dopo, silenzio muto. 

cimitero.jpgUn attimo per  metabolizzare quel messaggio di presenza viva di cui le sono grato e subito dal cuore uno sgorgare fluido di versi e di preghiera che ho scritto sulla nuda terra e che riporto qua con commozione: 

“Di te giacconi qui,  sotto le  pietre, 

 Madre, solo le stanche spoglie.

Ma la tua vita è ormai 

eternamente in Dio 

che finalmente vedi. 

Arrivederci, mamma. 

E, nell’attesa dell’evento, 

di quel prodigio di risurrezione 

di questa nostra carne deperita,

prega per noi ed intercedi. Amen”.

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Trivolzio – Scorcio

Ho riportato la mia esperienza di uomo adulto semplicemente per dire che certe vicende, dolorose anche per gli adulti, se si fanno da bambini, non si possono cancellare dalla memoria come un brutto sogno da dimenticare in fretta. Perché segno lo lasciano. E duraturo.

Non so se  ed in quale Camposanto esiste traccia della tomba  dei genitori di Erminio Filippo, papà Innocente Pampuri e mamma Angela Camparidi. Non posso credere però che da quel 25 Marzo 1900, festa dell’Annunciazione, e per tanti anni ancora, mamma Angelina dal Cielo non abbia parlato al cuore dei suoi bambini, per un miracolo che Dio è lieto di concedere ai papà e alle mamme di tutto il mondo. Diversamente, cosa ci si andrebbe a fare al cimitero, per parlare con un « cinere muto »  o per rimestar nelle ferite?

Immagino le tante volte che il piccolo Erminio, a piedi con zia Maria  o con la domestica Carolina e in calesse quando veniva anche lo zio Carlo, un bel mazzo di fiori freschi appena colti, avrà fatto il tratto di strada che da Torrino, dove abitavano, conduce al cimitero.

E lo vedo andarci da solo, ormai più grande, quando il cuore si rassegna ma non dimentica ed ha bisogno di starsene lì, in solitudine, inosservato, a dialogare. 

Scorgo i cipressi che svettano da lontano e sembrano toccare il cielo. Odo il rumore dei passi del piccolo Erminio che affondano nella ghiaia del viale, mano nella mano, quasi trascinato verso la tomba di famiglia dove riposano, lei per prima, madre di undici figli, morta di tisi quando Emilio aveva solo tre anni, e poi lui, morto in un incidente stradale quando il bambino ne aveva dieci. 

sanriccardobambino23.jpgQuegl’occhi belli d’ innocenza, attenti e spalancati più del solito, straziano il cuore dei visitatori che lo conoscono e penano per lui che posa di tomba in tomba il mesto sguardo, fin che dei suoi non trova il lungo del riposo e dell’attesa e incroci i loro sguardi nelle foto. Un bacio, una carezza, un  Requiem  intonato ad alta voce, mentre tutti si segnano.

Tre anni appena, la zia Maria gli prende la docile manina e gliela porta sulla fronte. Con voce tremula lo segna, prima di dare inizio al rito che si ripete in ogni cimitero: erbacce da strappare, andare a prender acqua alla fontana, rimuovere i fiori  appassiti e ricomporre il mazzo floreale di taglio fresco di giardino.

E lui, piccino, attratto più dalla fiammella del lume ad olio, ricaricato e acceso per durare un giorno.

cimiteri.jpg

E loro che lo lascian fare, sperando di evitare le domande imbarazzanti. Che vengono lo stesso dopo le preghiere e i tanti baci impressi sulle foto:

“ Zia, perché?…Perché?…E dove sono? “, le chiede il bambino ingenuo dalle pure labbra. Scava senza pietà su quei destini, interroga, rovista nella mente della sua tutrice…

Come potrebbe il cuore darsi pace senza una ragione? 

 Poi le risposte imbarazzate degl’accompagnatori, dure a venir fuori senza strozzarsi in gola e inumidire gl’occhi.

La zia Maria per prender tempo, cerca nella borsetta il fazzoletto bianco merlettato; si asciuga il naso, gl’occhi e poi si fa coraggio: “ Nanin, sono andati in Paradiso…Gesù li ha presi e li ha portati via con sé…  

- E perché? E fino a quando? E dopo…? 

CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE

Non si tratta di un luogo di terra ma di una dimensione dello spirito che ci si porta dietro ovunque. Ecco: è qui che avviene, di volta in volta, il grande impatto col dolore. Le scarpe non s’impolverano nella ghiaia perché le lapidi, come icone,  riaffiorano nella mente che va in processione tra i filari di dormienti, li passa in rassegna, per poi fermarsi e sostare davanti alla zolla che più coinvolge il cuore e che racchiude un prodigio che è già ma non ancora:

« Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l’assicuro. 25Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io ci saranno anche quelli che mi servono. E chi serve me sarà onorato dal Padre ». (Gv 12, 24-26)

E’ da questo luogo geografico che Erminio entra in confidenza con l’altra dimensione. E’ qui che inizia  la presa di coscienza del miracolo della Grazia che lo accompagnerà per tutti gl’anni, fino al giorno del ricongiungimento in Paradiso.

Voce del Maestro interiore, dello Spirito, dapprima confusa, indefinita e poi sempre più chiara col passar degl’anni, che gli sussurra le sole parole convincenti : Gesù non è quel “cattivo” che ruba i genitori ai bambini proprio quando hanno più bisogno di carezze che di pane.

Poveretti i grandi; si perdono davanti al dolore innocente, balbettano e non convincono nessuno, men che meno se stessi.

giovannipaoloiibambino.jpgHo voluto soffermarmi perché le biografie sorvolano sul fatto, come se non si trattasse di un tragico evento ma di una semplice disgrazia, punto e basta.

Mi piacerebbe chiederlo a Giovanni Paolo II che ha fatto la medesima dolorosa esperienza, se per caso quei ripetuti lutti in famiglia   non gli abbiano segnato  per sempre la vita.

Mi è più facile interrogare un ragazzo di nove anni più grande del Pampuri: il poeta Giuseppe Ungaretti (1888), combattente anche lui sul Carso, quando a Villavicentina e dintorni anche il nostro prestava servizio militare in sanità.

Quando Erminio era liceale, Ungaretti non era ancora entrato nei libri di letteratura. Lui che non ha potuto trovare sollievo nelle liriche del poeta, ha però trovato conforto e sostegno nelle pagine più robuste delle Divine Scritture.

A noi fa bene accostare entrambi i personaggi che esprimono sensibilità diverse in un comune destino di marcata sofferenza.

giuseppeungaretti.jpgI lutti di due guerre, la seconda appena conclusa, hanno influito enormemente sullo  spirito del poeta, che s’è fatto sempre più cupo e addolorato. E’ utile sentire questa voce che distoglie l’attenzione dalla ricerca della dimensione metafisica e si cala nuovamente nella tragica realtà della vita di tutti i giorni, angosciato dalla perdita del fratello e successivamente anche del figlio.

Egli assiste impotente allo sfascio e alla distruzione dello Stato Fascista nel cui grembo per molti anni si è sentito al sicuro, ed è costretto a prendere atto dell’orrore della sistematica deportazione in Germania di connazionali ebrei e dissidenti.   Questi eventi lo sconvolgono. Perso il ruolo di poeta “ufficiale” all’interno delle istituzioni e sospeso dalla cattedra universitaria, Ungaretti viene colpito da un primo infarto. Come già era successo durante il precedente conflitto mondiale, il poeta si cala nel dramma – quello suo personale per la perdita del figlio e quello del popolo italiano – e riversa nel terzo libro di poesie tutto il dolore che percepisce dentro e intorno a sé.  

Egli, come pochi, sa interpretare la tragedia della vita, anche per la sua sua indole: «Le mie poesie sono ciò che saranno tutte le mie poesie che verranno dopo, cioè poesie che hanno un fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla mia biografia; non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta» (Da Vita di un uomo p. 511). E come afferma in un’intervista televisiva: Il Dolore fu scritto piangendo. «Il dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi» (Vita di un uomo p. 543).   Pubblicata nel 1947, la terza raccolta di Giuseppe Ungaretti, attraverso questa serie di liriche strazianti, ci è dato di cogliere il vero dolore del poeta. 

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Pubblicata nel 1947, la terza raccolta di Giuseppe Ungaretti, attraverso questa serie di liriche strazianti, ci è dato di cogliere il vero dolore del poeta.

Da Giorno per giorno

    11.Passa la rondine e con essa estate,
    E anch’io, mi dico, passerò…
    Ma resti dell’amore che mi strazia
    Non solo segno un breve appannamento
    Se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

    13Non più furori reca a me l’estate,
    né primavera i suoi presentimenti;
    puoi declinare, autunno,
    con le tue stolte glorie:
    per uno spoglio desiderio, inverno,
    distende la stagione più clemente!….

Da Roma occupata.

    MIO FIUME ANCHE TUMio fiume anche tu, Tevere fatale,
    [...]

È stato scritto che questa è la poesia più accorta e più religiosa, nella quale al dolore personale Ungaretti trasfonde l’angoscia del popolo romano per l’umiliante ferita delle deportazioni, dove si fa più drammatica e tesa la sua confessione di fede. Ecco i bellissimi versi di questa tensione sacrale:

    Le mie blasfeme labbra:
    «Cristo, pensoso palpito,
    perché la Tua bontà
    s’è tanto allontanata?»

Che si rafforza ulteriormente nella terza parte della lirica:

    3Fa piaga nel Tuo cuore
    La somma del dolore
    Che va spargendo sulla terra l’uomo;
    il Tuo cuore è la sede appassionata
    dell’amore non vano.

    Cristo, pensoso palpito,
    Astro incarnato nell’umane tenebre,
    Fratello che t’immoli
    Perennemente per riedificare
    Umanamente l’uomo,
    Santo, santo che soffri,
    Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
    Santo, Santo che soffri
    Per liberare dalla morte i morti
    E sorreggere noi infelici vivi,
    d’un pianto solo mio, non piango più,
    Ecco, Ti chiamo, Santo,
    Santo, Santo che soffri.

Il giudizio critico di Attilio Cannella:

    «La lirica più complessa è Mio fiume anche tu: il Tevere diviene il simbolo del fatale scorrere della “notte” della paura, mentre “Un gemito d’agnelli si propaga / Smarrito per le strade esterrefatte”»

Da I ricordi

La poesia più paradossale ed ermetica è Non Gridate più, in cui il poeta invoca di rispettare i morti e di cessare la guerra.

    NON GRIDATE PIÙCessate d’uccidere i morti,
    non gridate più, non gridate,
    se li volete ancora udire,
    se sperate di non perire.
    Hanno l’impercettibile sussurro,
    non fanno più rumore
    del crescere dell’erba,
    lieta dove non passa l’uomo.

« La forza degli imperativi non è quella del comando », ha scritto Guido Baldi. E’ invece un pregare vibrante e dolente che appartiene anche a Fra Riccardo. Egli non va in convento a battere in ritirata ma  trascinandosi dietro il carro delle immagini della guerra, della miseria contadina della sua gente,  dei valori della solidarietà e della pietà dei suoi di casa e della comunità ecclesiale.

Egli non ha la voce possente e persuasiva di poeta  per gridare al mondo di superare odi e divisioni di parte di cui è insanguinata la vita politica e civile dell’Italia, indirizzata verso un secondo conflitto mondiale, senza aver appreso la precedente. Suo fratello è uno dei tanti, tantissimi caduti, cui è stato chiesto un sacrificio davvero inutile.

Ma la vita continua e va difesa, salvata. E Fra Riccardo lo fa raccogliendosi nel silenzio di un Convento-Ospedale. Tra un letto di corsia e l’altro o nella penombra della chiesa,  ascolta le voci di ieri ed i nuovi lamenti. Epperò il suo orecchio ormai è sempre più teso a cogliere “l’impercettibile sussurro”, quel lieve mormorio come di vento, che è la voce dello Spirito. E si fa condurre per mano e sostenere nella faticosa salita di agnello mansueto, candidato all’immolazione amorosa, per un misterioso disegno di Dio.

Angelo Montonati, nell’ammettere che quella di Erminio è stata un’adolescenza difficile per la successione dei lutti in famiglia,  scrive che non serve scomodare Freud. Benissimo. Allora, poiché il Dr. Pampuri  non è stato chiamato a scrivere la teologia del dolore innocente, ma a viverla nella sua carne, non certo nella forma di motuleso ma in quella non certo meno atroce di corpo straziato dalla tisi e, prima ancora di cuore trafitto dalla spada dei lutti,  perché non scomodare un altro coetaneo del Pampuri, di soli cinque anni più giovane di lui? 

doncarlognocchi.jpgIntendo dire Don CARLO GNOCCHI (25/10/1902-28/02/1956).

Parlando di lui, Antonio Sicari scrive: Nessuno può pretendere di spiegare a un bambino innocente  perché soffre, ma è triste che nessuno gli spieghi per Chi  soffrire e con Chi soffrire”. 

E Don Gnocchi, che ha fatto la guerra in prima linea con gli alpini e che sul fronte insanguinato e popolato di infiniti lutti ha maturato l’idea di dedicare la vita al dolore innocente, ha passato i suoi giorni a spiegarlo. Ora, chi meglio di lui può aiutarci a districare questa ingarbugliata matassa ?

 Egli in questo campo è stato precursore e maestro: “La pedagogia del dolore tende  innanzitutto a insegnare ai bimbi che il dolore non si deve tenerlo per sé, ma bisogna farne dono agli altri e il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti”. 

Lui chiedeva ai mutilatini di offrire il dolore per la conversione del babbo, per un missionario lontano, per la fine di una guerra, per un delinquente, per le intenzioni del Papa. 

 Era dell’idea che nella Messa le nostre sofferenze vanno presentate a Gesù e  mescolate con le Sue come le gocce d’acqua nel vino. 

CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE - Angelo Nocent dans 04 CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE 1055834308875

Fra Riccardo che potrà dire sul letto di morte: “L’ho amato tanto e tanto lo amo“, è un’anticipata conferma delle tesi di Don Gnocchi. Con la perdita di mamma e babbo, egli ha ricevuto la visita-adozione del “Dulcis hospes animae, dulce refrigerium”, di quell’ ”Ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo” che lo è per chi non vi frappone il rancore.

Egli non ha esitato ad aprire a Colui che sta alla porta e bussa ed è iniziata la Cena che ormai s’è fatta dimora stabile nell’Ottavo giorno senza tramonto: « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta io verrò da lui cenerò con lui ed egli con me » (Ap. ,20-22).  

Va dato merito alla sua famiglia adottiva ed anche alla sorella, suor Maria Longina,  che le ha fatto anche da mamma prima di partire per la missione al Cairo e ancor da là, con la corrispondenza, se Erminio ne è uscito senza grossi traumi. Non ci è dato disapere come ha sublimato questo suo dolore segreto, ma è indubbio che ha saputo valorizzarlo.

Indubbiamente non ha capito subito perché si deve soffrire ma il « per Chi soffrire e con Chi soffrire » lo ha imparato molto presto, per un dono che viene dall’alto. In fondo questa era l’inaspettata sua vera vocazione.

Se si pone ben attenzione a questo ragazzo, si scopre che, come Teresa , è il frate della debolezza, accolto in convento nonostante la nota sua gracile salute. Chi lo ha ammesso, ha profeticamente intuìto che egli aveva qualcosa d’importante da dire e da dare ai suoi fratelli e al mondo intero.

Proviamo a fissarlo ora in questa foto da religioso postulante:

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Il dolore è scritto sul suo viso scarno, emaciato. Una pleurite presa sul fronte del Piave, lentamente lo consuma come una candela, fino ad annientarlo.

Cos’ha da dire al mondo un ragazzo « stroncato« , riuscito a metà, seppur con una laurea di successo  in medicina e chirurgia (110 e lode) ? 

Cos’ha da dire un serio professionista, medico condotto,  ma che si ritrova, di fatto, impotente e crocifisso da una pleurite buscata per un’impresa di generosità al fronte,  che poi degenera e non gli darà tregua, fino a schiantarlo a 33 anni?

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Gli è che Fra Riccardo, quest’arancia matura e succosa, pronta per essere spremuta, ha posto la sua vita sotto il segno della Croce e per questo è diventato sapiente. Di una sapienza che non ha finito di sprigionarsi ancora, là, sulla sua tomba a Trivolzio di Pavia.

Nei primi giorni della nuova vita scriveva: «Mi appoggerò al Suo SS. Cuore, mi metterò sotto la sicura protezione delle ali del suo infinito amore ed Egli mi prenderà per mano… e mi condurrà sicuro oltre ogni scoglio nel porto della salute» (23 agosto 1927). 

Il Camposanto, con il suo simbolico linguaggio, fin da bambino lo ha instradato sulla Gerusalemme-Gerico, a fare l’esperienza  di entrambi i ruoli: di samaritano e dello sventurato  che  misteriosi ladroni lo hanno reso per anni « un morto che cammina ».

IL PROVOCATORE

Quella del Pampuri è una morte annunciata che risuona come una provocazione profetica per il suo ed il nostro tempo.  Sul Catechismo dei Giovani (CEI) si legge: « Non è infatti il patire, che Gesù ha cercato camminando incontro alla sua morte, ma l’obbedienza a Dio, la verità e l’amore per l’uomo. Se questa ricerca lo ha condotto al Calvario, non è in esso che egli riconosce il termine del suo cammino. La croce per Gesù è soltanto il prezzo della fedeltà e dell’amore » (p.149).

Il Card. Martini commenta: « Se poi l’obbedienza è il nome che assume la propria risposta alla vocazione del Padre, come la croce nella luce della Pasqua ci chiama  alla comunione dell’obbedienza di Cristo, così la sofferenza può presentarsi – lo dico con tremore – come una vocazione, cui Egli chiama ».

Nel caso del Pampuri, non è più il caso di tremare: la chiamata c’è stata e la risposta immediata e generosa: eccomi!

Alle lacrime degli innocenti nessuno di noi sa dare consolazione. Fra Riccardo è stato chiamato a parlare con la vita per i sofferenti di questo mondo che si era scrupolosamente preparato a servire al meglio. Il suo quarto voto di ospitalità ha trovato il suo pieno significato, fino a tramutarsi in carisma, proprio prendendo parte alle sofferenze che intendeva combattere e debellare, diventando così un annunciatore credibile della compassione divina. Ciò gli permette di esortarci anche oggi alla compassione umana.

Chi ha lacrime da versare, trova in lui un contenitore. Oggi, il suo ruolo di frate dell’ hospitalitas è di presentarle al trono di Dio.

Elevato agli onori degli altari, posto al centro, ci fa capire che il centro non è la sua persona, ma CRISTO, che egli solo rappresenta. Viene a dirci, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II che lo ha proclamato santo, « mi glorio della mia debolezza« . (2 Cor 12,10)

Nessuno di noi è chiamato a costruire qualcosa per se stesso, non siamo noi a costruire la Chiesa universale: la forza viene da un’altra parte. A noi, l’esortazione dell’Apostolo che fra Riccardo ha preso alla lettera: « Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. » (2 Cor 12,14)

Se fosse andata diversamente, l’astio verso Dio avrebbe potuto cambiargli l’esistenza e, forse, non saremmo qui a parlarne.

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Da quelle ripetute visite di Erminio al Camposanto, come per incanto, è maturato un Santo per il Campo di Dio-la Chiesa: Fra Riccardo Pampuri.

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“Quando un bambino sarà riuscito a comprendere la somiglianza che esiste tra il suo dolore e quello di Cristo, la preziosità che egli può conferire ad ogni sua sofferenza, per sé e per gli altri, inserendola in quella di Cristo, […] con questo egli avrà toccato il centro più profondo e più inesplorato, il più originale ed operante di tutto il cristianesimo, quasi – direbbe Gratry – il “punto verginale” della dottrina di Cristo” (Don Gnocchi – Pedagogia del dolore innocente, p.31) 

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« Per Misurare quanto grande sia il « volume » di questo capitale, basta pensare al contributo di dolore che, in ogni tempo, hanno richiesto ai bimbi le malattie, la fame, le guerre, l’indigenza, l’abbandono, la miseria e la morte. Di ogni calamità si direbbe che la parte più pesante sia mistewriosamente riservata agli innocenti » (idem p.27)

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SARO’ LA TUA INFERMIERA

Posté : 10 mars, 2009 @ 1:56 dans SARO' LA TUA INFERMIERA | Pas de commentaires »

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SARÒ LA TUA INFERMIERA 

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Clicca per ingrandire i funerali di San Ricardo in fumetto

 

sanriccardopampurimedicocondotto1.jpgCarissimo Erminio, 

 

                            dopo l’esperienza odierna, così struggente e carica di mistero, permettimi di aprirti  la mia anima profondamente addolorata.

Questa sera in casa mia,  a cena,  non s’è parlato altro che di te, del funerale così imponente riservato al  Dr. Pampuri, l’amato da ogni ceto sociale.

Papà che vede le cose a modo suo, non ha risparmiato la battutina: “Faceva meglio a starsene qui. Che, se voleva far del bene, le occasioni  non gli mancavano…Cosa gli è saltato in mente  di andare in convento…per finire cosi!”  Povero papà. Come lo capisco! In fondo, sono le stesse cose che ho sempre pensato io per prima, mia madre e tutta la gente di qui. 

 

La mamma ascoltava in silenzio, intervenendo a monosillabi e con qualche domanda posta per sviare il discorso, attenta com’era a evitare che si riaprissero nel mio cuore ferite mai del tutto rimarginate. 

Non so dove sei stato esattamente in questi ultimi tre anni. Me lo sono chiesto tante volte ma da chi avrei potuto avere tue notizie, senza il timore che mi si leggesse in faccia il segreto inconfessabile?  La voce è subito girata quando sei sparito dalla circolazione per andare in convento. Lo immagino un luogo punteggiato di solitudine, di umiliazioni e rinunce. A guardare dal risultato, anche di agonia, di morte.

 

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Un brivido mi percorre la schiena in questo momento. Non oso immaginare come avrai trascorso le tue ultime ore. Ho saputo che eri stato trasferito e ricoverato a Milano. Dio sa cos’avrei pagato per esserti vicino, rendermi utile, asciugarti la fronte, inumidirti le labbra, girarti il cuscino… 

A guardar bene, Erminio, qualcosa ci accomuna: entrambi abbiamo assaporato la tribolazione, conosciuto l’amarezza di certi abbandoni, anche se i miei diversi dai tuoi. Non sono proprio tanto sicura che il tuo Amato nelle giornate di sofferenza e di pena, sia rimasto accanto al tuo letto notte e giorno a coprirti di attenzioni come avrei fatto io. 

In questa mia pretesa competizione con Lui , non so come mi giudicherai. Forse mi prenderai per una donna  che non sa cosa dice, pervasa da “debolezze femminili”.  Oh, se avessi almeno potuto avvicinarmi a te, questa mattina, chinarmi sulle tue spoglie, afferrare per la prima volta la tua mano gelida e gridarti “Talità Kum”!  Sarebbe stato sbalorditivo vederti riaprire gl’occhi, riavere il tuo amabile sorriso. 

 

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Interno della chiesa di Trivolzio dove furono eseguite le esequie.

Durante la Messa ho avuto per un attimo la certezza che il  giorno del riscatto verrà e sarai proprio tu a organizzarmi una festa in Paradiso, dove tutti sapranno del mio amore che non hai corrisposto, per via di un Altro, Indicibile Amore. La tua piccola Lucia solo allora potrà finalmente capire, perdonare, abbracciarti e baciarti, amore mio caro, il più innamorato di Dio di tutto il Pavese. 

 

Tu non  hai giocato a fare l’uomo, lo sei stato fino in fondo. Fatico a comprendere che l’ora della tua apoteosi coincida con la tua morte. E’ difficile accettare la logica di Dio. Eppure questa tua sconfitta sembra includere un segreto affascinante, appena intuibile ma che io non so esprimere in parole. E’ la percezione avvertita da tutta la gente venuta per l’ultimo saluto. 

 

Spero ti sia accorto che nell’interminabile corteo  che da Torrino si muoveva in direzione della Parrocchiale di Trivulzio c’ero anch’io. Sì, c’ ero. E non sarei potuta mancare per nessuna ragione al mondo. Avevo sognato l’abito bianco da sposa e mi sono ritrovata vestita di lutto, con un nodo soffocante alla gola. 

 

Tu non sai che in questi anni, dopo la tua che mi mandava a dire della scelta irrevocabile di voler cercare Dio, Lui solo desiderare, Lui solo amare, ero stata incapace di rivelare i sentimenti repressi nella mia anima. 

 

Non ho mai pianto come oggi in vita mia. Esaurite le lacrime e la commozione, se questa sera ho deciso di scriverti, è per alleggerire il mio spirito che fatica doppiamente a rassegnarsi, ora che non sei più tra noi. Almeno fossi segregato in un qualche convento del mondo! No. Morto. 

Oggi la mia vita è stata profondamente sconvolta da mille interrogativi. 

 xiistazioneviacrucis.jpgEro lì, presso la bara, confusa tra la gente, sul lato destro della navata, sotto la dodicesima stazione della Via Crucis. Coperto dal velo nero di pizzo, il più bello che avevo, il mio viso di giovane donna innamorata era solcato da lacrime che si riservano soltanto agli affetti perduti, agli amori venuti meno. Sui volti della gente, mestizia. Sul mio, i segni di un tragico destino.

Tutti avevano lo sguardo puntato sulla tua bara. Solo il mio era perso nel vuoto.

Spero nessuno se ne sia accorto, perché io ho l’impressione di aver parlato ad alta voce lungamente con te mentre le melodie gregoriane si fondevano con il fumo dell’incenso, avvolgendo l’assemblea orante che passava dal  Requiem al Dies Irae, dal Libera me, Domine, al Sub venite sancti Dei, all’ In Paradisum, al Requiescat in pace. Amen… 

No, io non cantavo in latino, piangevo nella lingua materna, con parole strazianti che solo l’amore fa pronunciare in certi momenti. 

Ti dicevo: “Erminio mio, ti sei almeno accorto che sono qui, fra la gente? Mi vedi? Mi senti? E non mi dici nulla?” 

Poi mi rivolgevo a Dio: “perché, perché, Signore? Non ti accorgi che ce lo stiamo chiedendo tutti? Ma da Te la risposta non viene. E fai bene a stare in silenzio. Che giustificazioni vorresti portare?” 

 

Sentivo l’impotenza della mia protesta e mi pesava. Mentre il cuore ti diceva : “addio, fra Riccardo, riposa in pace”, con le labbra gridavo: “Non è giusto però…”. 

 

Non chiedo a Dio di farmi comprendere la Sua logica perché noi guardiamo alla vita da altezze diverse e io non potrei mai raggiungere le Sue. Però mi verrebbe voglia di chiederGli un grande favore: di mettermi almeno nel cuore tanta nostalgia di futuro e di accogliere le mie proteste come tentativo di dialogare con Lui, prima di accettare le Sue posizioni. 

 

Come vedi, la mia mente in ebollizione è piena di contraddizioni. 

 

Ho capito giusto? Stai dicendomi di piangere perché è umano ma di guardare a Cristo che è risurrezione e vita? Tu non cambierai mai. La tua fede è incrollabile. 

 

Davanti alla burrasca delle sicurezze che si sfaldano, al turbine degli ideali che si spengono, davanti ad una morte così assurda, inutile, come la tua, che cosa fa Lui? Dorme. 

 

Non Gl’importa che tu sia morto? Non sente le nostre grida di aiuto? 

 

 

So di parlare il linguaggio degli egoisti. T’avesse lasciato qui tra noi, a fare il bene in convento, avrei ancora potuto capire, accettare. Ma stroncarti così! Che senso ha? Che significato può avere questa morte disumana che non sa rispettare neanche  la regola così nota in natura di falciare il grano quando è maturo?

Scusami, Riccardo. Forse il mio parlare insensato ti ferisce. Ma non resistevo più dal cantarGliele in faccia. Almeno una volta. Sì, proprio lì, davanti al Sacramento.

Sai, mentre mi sfogavo, girando la testa, m’è caduto l’occhio sul quadro appeso alla mia destra. Dodicesima stazione: Gesù muore in croce. Trentatre anni anche Lui come te. E sua Madre lì, sotto la croce. Colei che ha rivestito di umanità il suo Creatore, non ha parole di rimprovero come me, verso l’Eterno. Piange anche lei, scossa, impietrita dal dolore per un Figlio brutalmente ucciso.

 Avessi anch’io uno scampolo della sua fede, della sua materna tenerezza!

Quel giorno non era lì a rimproverare il Cielo, ma a sostenere il Figlio nella prova atroce. Vuol dire avere una fede grande come il mondo. Ne avessi un briciolo di quella sua, non starei qui a piangerti sconsolata e, ciò che fa maggiormente pena, senza alcun diritto su di te. Infatti, che cosa rappresento io  per te? Nulla, so bene. E allora…?

Allora, Riccardo, aiutami. E, se puoi, dammi il coraggio di non volgermi indietro alla ricerca di certezze perdute per strada. Erminio, ora che posso osare senza timore alcuno, ti dico qui, davanti al quadro della Madonna: amami, perché ti amo. 

E se Dio s’incontrasse nel niente, ossia là dove non ci sono più cose cui aggrapparsi?

Anche a me, ora che è scomparso l’oggetto amato, resta soltanto il “niente”.

Che non possa anch’io trovare finalmente Dio? 

E se il Lui fosse racchiusa la bellezza di tutte le donne, il sapore di tutte le frutta e l’ebbrezza di tutti i vini, la dolcezza e l’amarezza di tutti gli amori della terra?

Se così fosse, provare una goccia soltanto di Dio, vorrebbe dire impazzire. Per sempre, come il mio Erminio. 

A te è successo proprio così: forse avevi provato una goccia soltanto di questa felicità. Da quel momento non hai potuto continuare la stessa vita di sempre. Per Lui hai cominciato a fare pazzie. Amarlo è stata l’unica ragione della tua esistenza. 

 Se è così, fra Riccardo, ti prego, insegnami ad amare come hai amato tu.

Quelle parole latine che risuonavano nella chiesa mentre veniva incensata la tua bara, continuano a riecheggiarmi: “Qui vivit et credit in me non morietur in aeternum”. 

Perché dicono con ostinazione che non sei morto? Che il vero morto non sia proprio io stessa quando nutro per te soltanto lacrime prive di speranza? 

 

sanriccardopampurinellalucedidio1.jpgRicordati di me ora che sei nel Suo Regno, affinché la mia anima trovi finalmente in te la Sua pace, nel tuo esempio il coraggio di essere donna.

Mi stai sorridendo?

Sei proprio tu?

E’ il tuo primo miracolo?

Mi vuoi donna di fede, vero? 

E allora no, non prego perché tu riposi in pace. Prego perché tu resti sveglio, attivo come ha promesso di esserlo dal Cielo la tua ammirata Teresa di Gesù Bambino. 

 

Di te noi abbiamo ancora bisogno. Ti prometto di non singhiozzare più se ti impegni ad assecondare una richiesta che non è soltanto mia ma di tutta la tua gente: devi riaprire l’ambulatorio. Dimmi di sì, almeno una volta.  

Dove? Ma proprio qui a Trivolzio è il luogo ideale. Vedrai che afflusso di gente! 

Cos’hai capito? Non l’ambulatorio dentistico, per carità! Un ambulatorio polispecialistico per ogni patologia del corpo e dello spirito, per problemi di cuore, di soldi, di vita…

No, non hai capito male.  Medico, frate e per giunta anche santo, come tutti sostengono, queste nostre miserie fisiche e morali, tutte le nostre vere o presunte paure, ti riguardano in prima persona. Anzi, più ancora di prima.

Non devi preoccuparti. Sai che puoi contare su di me. Sì, perché io sarò finalmente la tua infermiera che si occuperà del front office, di evadere le richieste telefoniche, sbrigare la corrispondenza, gestire le prenotazioni, movimentare i pazienti che chiedono grazie, guarigioni, assistenza…


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Come al solito, anche questa volta Riccardo non ha risposto direttamente. Del resto, proprio per via dell’incerto indirizzo, la lettera non è mai stata spedita. Egli ha preferito che Lucia lo raggiungesse in Cielo e che maturassero i tempi. Ma non ha respinto la proposta che gli era giunta lo stesso per le vie misteriose dell’etere. Anzi, insieme hanno brigato con il Principale per ottenere il benestare  che, finalmente è stato concesso. 

Ora l’Ambulatorio della Speranza, in quel di Trivolzio è attivo e perfino superaffollato per via dell’assistenza gratuita, assicurata agli afflitti ed angosciati di ogni provenienza e ceto sociale. E Lucia, la cui preghiera è stata esaudita, è collaboratrice attiva e molto discreta.

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Corriere della Sera

 

La «piccola Lourdes» del frate medico

 

L’ ultimo miracolo di san Riccardo: portare migliaia di pellegrini aTrivolzio, nel Pavese. Fu respinto da Francescani e Gesuiti. « Aiutami tu » e i malati guarirono

 

TRIVOLZIO (Pavia) – Un paesino fra le risaie e i campi di grano. Poco più di mille anime in due file di case che iniziano con la chiesa e finiscono col cimitero. Anime sempre più vecchie, l’ ultima volta il vescovo ha cresimato solo tre bambini. Anime spaventate e trincerate dietro porte sbarrate che si riaprono dopo il tramonto, quando ciò che è rimasto della gioventù di Trivolzio torna da Milano e Pavia, dove è andato a lavorare. Il municipio, la posta, la scuola elementare, la chiesa, l’ oratorio, un bar, un fornaio, un negozio di alimentari; ma neanche una banca o una trattoria.

Collegamenti, disordinati e sparuti: «Se abbiamo bisogno di spostarci, andiamo tutti in macchina»; e per beccare un pullman, un chilometro a piedi fino al bivio della provinciale Bereguardo-Milano. Come sfondo, l’ ininterrotto rombo dell’ autostrada per Genova; e quella sempiterna foschia che lascia intuire la presenza del Ticino, al di là delle barriere di pioppi di un verde scuro e compatto. A

metà della via principale, fra l’ insegna «Eleonora e Laura acconciature unisex» e una casa con due piani di tapparelle sbarrate, sopra il negozio di abiti «Gazebo», una targa di marmo ricorda che il 2 agosto 1897 qui venne al mondo Erminio Filippo Pampuri: medico, frate dell’ ordine ospedaliero Fatebenefratelli col nome di fra Riccardo, dal 1989 diventato santo. «Il Pampuri che a Trivolzio non ha mai fatto miracoli, però ci fa tanti favori», racconta l’ accorata insegnante elementare in pensione che vive al «bivio» per Bereguardo dove, dopo la morte del fratello, fin quando ha potuto ha fatto anche la benzinaia. E per «favori» intende la soluzione degli inevitabili e quotidiani inconvenienti che possono sconvolgere e avvelenare la vita: problemi di salute, malintesi familiari, dissidi coniugali, figli ingrati.

E intanto, quasi di malumore, Trivolzio vive l’ invasione dei pullman e delle auto che di sabato e domenica accorrono alla chiesa parrocchiale dei santi Cornelio e Cipriano per pregare e chieder grazie davanti all’ urna contenente il corpo mummificato del fraticello in sandali e saio di cui, neanche a scavare con tutta la buona volontà, a parte i miracoli, si troverebbe alcunché di clamoroso: «Una vita qualunque, una vita come tante altre» dice il parroco don Angelo Beretta. «La mia mamma l’ ha tenuto tante volte sulle ginocchia, era un bambino come tutti gli altri» afferma anche la maestra in pensione.

Anche un po’ birichino, a guardare le pagelle di quando frequentava il ginnasio Manzoni a Milano: rimandato a ottobre con 5 in latino e italiano, 4 in geografia e matematica a causa, secondo le testimonianze, delle distrazioni che incontrava lungo la strada. Chi se lo sarebbe aspettato.

Invece, «io devo seguire la chiamata di Dio, io devo farmi santo», aveva detto alla zia Maria Campari, che lo supplicava di rinunciare a farsi frate: «Un così bravo dottore nella condotta di Morimondo, e di salute così fragile». Infatti, il medico frate muore di tisi a 33 anni, in una stanzetta dell’ ospedale san Giuseppe di Milano: una mano stretta intorno al crocefisso; l’ altra fra quelle della zia che, dopo la morte della madre, lo aveva cresciuto come un figlio nella sua ricca casa nella campagna di Torrino.

Sono le dieci e mezzo di sera del 29 aprile 1930, e nonostante la «santa morte» i confratelli lo seppelliscono di corsa nel cimitero di Trivolzio: «Avevano paura che infettasse l’ ospedale, gli hanno bruciato persino i vestiti» racconta don Angelo. Il medico condotto che si era fatto frate in età già adulta rimane sepolto nel suo paese fino al 1951.

Intanto, il custode del cimitero va a lamentarsi col parroco don Mario Gandolfi perché la gente si porta a casa la terra della sua tomba: spalmata su una piaga o una parte dolente del corpo, quando non guarisce, almeno lenisce; in una donna, svanisce come per incanto la sterilità; il neonato, dato per moribondo, torna alla vita; la moglie si riappacifica col marito; il ragazzo timido trova la morosa che diventerà sua sposa.

Basta questo per fare, del caritatevole frate, un santo ufficiale? «I primi a muovere le acque sono stati « i Fatebenefratelli » – racconta don Angelo -: dopo Giovanni di Dio, non avevano un santo». Nel 1949, l’ arcivescovo di Milano, il cardinale Ildefonso Schuster, avvia il processo di canonizzazione.

Nel 1981, Pampuri entra nella schiera dei Beati. Il primo giorno di novembre del 1989, Papa Giovanni Paolo II lo proclama santo.

Trivolzio è in festa. È andata in massa in Piazza San Pietro e accende candele alle spoglie di fra Riccardo, trasportato nella chiesa del paese dopo che, per testardaggine dell’ allora arciprete don Mario Gandolfi, è stato sottratto ai Fatebenefratelli, che vorrebbero portarselo a Milano.

Fra i parrocchiani, una devozione saltuaria, discreta, ma niente di più. Poi, all’ improvviso, cominciano ad arrivare i pellegrinaggi organizzati; dalla provincia, dalla Lombardia, da ogni parte d’ Italia; e poi dalla Spagna, persino dall’ America. Arrivano sempre più numerosi. In pullman, in auto.

Il sabato e la domenica, assistono alla messa solenne, fanno la comunione, ricevono la benedizione con la reliquia (un frammento osseo), chiedendo di toccarla e baciarla. Prima di ripartire lasciano, ai piedi dell’ urna, un loro pensiero, la richiesta della grazia che sperano di ottenere, il ringraziamento per averla ricevuta. Dice il parroco: «Se, fino a poco fa, un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40».

I pellegrini chiedono al santo Pampuri il suo intervento per malattie gravi, affidano la famiglia alla sua protezione, lo implorano perché illumini soprattutto i figli. E poi ringraziano, per infiniti motivi: «Grazie perché adesso ho una casa», è una delle testimonianze di ottobre. «L’ arrivo sempre più numeroso dei pellegrini in un paesello sperduto, privo di un qualsiasi posto dove rifocillarsi dopo un viaggio a digiuno e sterminate preghiere, è il « terzo miracolo »» dice il parroco tutto contento. Nella trasmissione televisiva «Miracoli», un giornalista racconta alcuni prodigi compiuti da san Riccardo. Don Giussani, padre fondatore di Comunione e liberazione, arriva qui con un gruppo di giovani.

Sono affascinati da questa breve vita condotta nella preghiera, nella carità, nella dedizione al prossimo. Ne parlano e ne scrivono, al meeting di Rimini raccontano le loro esperienze, lo scelgono perché protegga i loro studi e li aiuti a trovare la sposa e lo sposo «giusti».

Molti vengono a sposarsi qui. Portandosi dietro vagonate di giovani, parenti, insegnanti. «Quasi tutte le domeniche arrivano i pullman di quelli di Comunione e liberazione», racconta infastidita la maestra elementare in pensione. Non le va bene che Cl si sia praticamente appropriata del loro santo: «Frate Riccardo è di tutti, ma soprattutto di quelli che ne hanno più bisogno». «Neanch’ io sono di Cl – afferma con un mezzo sorriso don Beretta -: ma non posso dimenticare che sono stati loro a passare la parola; è grazie a loro che Trivolzio è diventata « la piccola Lourdes »». I

ntanto, con le offerte, ha comprato la grande e malandata cascina di fianco alla chiesa per farne un luogo d’ accoglienza per i pellegrini e un negozio per i ricordi: «Per il momento, non vendo niente. In chiesa ci sono candele, alcuni piccoli oggetti, i libri delle biografie e dei miracoli, i santini: non c’ è scritto il prezzo, i devoti possono dare ciò che possono. Ieri, è venuta una donna per ringraziare fra Riccardo di averle tirato fuori di prigione il marito, aveva solo un euro».

I meridionali si portano via per ricordo soprattutto un piccolo busto del santo in gesso o metallo brunito. Quelli del Nord preferiscono un rosario con l’ effigie incisa su una medaglietta accanto a quella della Madonna. In tempo di messa, sabato e domenica, i pellegrini sono tanti che occorre un altoparlante sul sagrato.

Almeno per il momento, Trivolzio non specula, non fa mercato, non ha aperto neanche un’ osteria. Nella terra del riso, non ha ancora pensato a confezionarne sacchetti col ritratto del medico santo, come è stato fatto sulle candele. Solo da poco è arrivato un contadino che, la domenica, si mette di fianco al sagrato e vende il miele. Il parroco: fino a poco tempo fa un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40

Morto nel 1930 a soli 33 anni, è stato santificato da Giovanni Paolo II nel 1989

Nato nel 1897 a Trivolzio (nella foto, la chiesa), decimo di 11 fratelli, figlio di un oste, orfano di madre, Erminio Filippo Pampuri è allevato dalla zia materna e da suo marito Carlo Campari, medico condotto di Trivolzio. Pessimo studente a Milano, frequenta invece con profitto il liceo Foscolo di Pavia. I

scritto alla facoltà di Medicina, nel 1917 parte per la guerra. Al ritorno, diventa punto di riferimento per gli studenti cattolici. Il 6 luglio 1921 si laurea col massimo dei voti e diventa terziario francescano, poi medico condotto a Morimondo. Amato per la dedizione ai malati, in pieno regime fascista fonda il circolo di Azione cattolica Pio X, sottraendo i giovani del paese ai circoli mussoliniani che, per non lasciarlo dormire, aprono una sala da ballo sopra la sua casa.

Dopo sei anni di lavoro, la vocazione lo porta a farsi frate. Respinto da Francescani e Gesuiti per la sua fragile salute, entra nell’ ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli con il nome di frate Riccardo. «Aiutami tu», e i malati guariron.

Nel 1959, l’ architetto milanese Ferdinando Michelini, reduce dal lager di Ravensbruck e da allora sofferente di gravi disturbi gastrici, è colpito da occlusione intestinale. Ricoverato all’ ospedale San Giuseppe, dove aveva dipinto alcuni quadri raffiguranti frate Riccardo, è operato d’ urgenza e dato per spacciato. Il moribondo si affida al frate. La mattina dopo si sveglia gridando: «Ho fame».

Da quel momento, per grazia ricevuta, si trasferisce in Africa, dove si dedica al bene degli altri.

Il 4 gennaio 1982 Manolo Cifuentes Rodenas, 10 anni, mentre sposta il ramo di un mandorlo ad Alcadozo, in Spagna, si ferisce all’ occhio sinistro. In ospedale la ferita è giudicata gravissima. Il padre applica sull’ occhio una placchetta di metallo con la scritta «dai vestiti di fra Riccardo Pampuri, servo di Dio». Padre e figlio pregano lo sconosciuto italiano: lo credono già santo. Il mattino dopo, Manolo si sveglia guarito (nella foto, il santino che ricorda il miracolo).

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02 – PAVIA E DINTORNI – Angelo Nocent

Posté : 10 mars, 2009 @ 11:13 dans 02 PAVIA E DINTORNI | Pas de commentaires »

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Prima di raggiungere la chiesa di Trivolzio dove riposano le spoglie mortali di San Riccardo Pampuri in attesa di risurrezione, con il nostro fantastico elicottero vogliamo solcare “il bel ciel di Lombardia, tanto bello quando è bello” (Manzoni) e fare un volo panoramico sulla provincia di Pavia  che si estende su di una superficie di 2.965 km2 ed è attualmente  suddivisa in 190 comuni per un totale di 497.000 abitanti. 

Limitata dalle province di Milano, Lodi, Piacenza, Alessandria, Vercelli e  Novara il corso del Po, che la attraversa da ovest a est, la divide in due paesaggi molto diversi. A nord si stendono le pianure della Lomellina e del Pavese vero e proprio, separate dal fiume Ticino; a sud la zona dell’Oltrepò Pavese, formata da una fascia pianeggiante relativamente esigua alla destra del Po, alla quale succedono i rilievi collinari e montuosi dell’Appennino Ligure. 

Da sempre i principali prodotti sono il riso, il mais, le barbabietole da zucchero e i foraggi, che danno vita ad un cospicuo allevamento di bovini nella pianura; l’uva da vino con notevole produzione nelle colline dell’Oltre Pò Pavese.

Sconsiglierei i miei quattro lettori di rinunciare al piacere di assaporare la pagina lirica che riporto di seguito, solo per la smania di voler arrivare subito al nocciolo, ossia all’anima di San Riccardo Pampuri.  Infatti, dalla penna di Vittorio Beonio-Brocchieri, uno degli scrittori più immaginosi e ricchi del primo novecento, è uscita una magistrale descrizione del territorio di allora che ci riporta a godere di quel panorama, a sentire rumori e canti ormai cancellati per sempre, a cogliere usanze e vivere le stagioni con il mondo pavese del primo ’900.

La sua esposizione ci aiuta a resuscitare l’ambiente, ormai in parte alterato, in cui si è mosso il nostro santo protagonista, sbucato come una viola sul ciglio del fosso, per vivere, delle stagioni della vita, soltanto la primavera. 

Lo scrittore,  concluse le sue vaste peregrinazioni e  ritornando  al seno della pianura lombarda, di essa così scrive: 

 “ Paese vivo e gentile, per i suoi tortili fiumi, per i campi vigilati da oneste file di pioppi, e le risaie intrise di chiarore, e l’odor di concime tra i solchi grassi, e le casare solenni come biblioteche…. 

Del ritrovato paese d’origine rivivo tutto intero il volto e lo spirito, ripensandolo nel quadrante delle stagioni; perché alle maree del mito georgico questa terra risponde con un suo vario respiro. 

Le viole tentano di febbraio il ciglio erboso dei fossati, ma solo alla metà di marzo i salici sembrano imbiondire, come favi di miele. E tocca alle ilari docce d’aprile lustrar la seta dei frumenti. Squilla tra le siepi d’oro dei ravizzoni e, dove la falce del contadino rasa il primo taglio maggengo, resta disteso a terra un fustagno a cui Paolo Veronese rubò certo suo colore profondo e inimitabile. 

Con le rondini, sbocciano ghirlande bianche di ciliegi e ceselli rosati di peschi, effimeri e gentili come il vento dell’equinozio. 

Le spighe crescono nel canto delle cicale, e a Pentecoste sono alte, ma verdi, come eravamo noi nel tempo dei primi calzoni lunghi, già maturi di gambe e ancora acerbi di testa. Ricordo la giostra felice al terminar delle lezioni, quando bruciate le odiose grammatiche si usciva alla campagna per rubar cocomeri dietro le siepi: bei frutti paesani dalla scorza dura di malachite e dalla polpa sanguinolenta, in cui affondavano i nostri denti quindicenni, senza carie né stuccature. 

Ma quale scrittore, quale poeta mai ha saputo parlarci delle campane, di quelle pie campane lombarde che oscillano echeggiando di paese in paese al segnale del Vespro, mentre i cani abbaiano e dai villaggi esalano strisce di fumo e queti stridori di galline? 

Quante volte in terra straniera, su lidi sconosciuti, nelle soste bruciate del Tropico, o negli attoniti silenzi dell’Artide, affranto di cammino, svuotato di illusioni, ho patita la mancanza di questa voce; la voce che il vento della sera sospinge coll’ombra delle nubi di campo in campo, sulle consolate pianure del mio paese.E con la nostalgia delle campane, risentivo nel ricordo il canto magico delle risaie: l’inimitabile orchestra delle rane. 

Fu un sagacissimo abate a rivelarmi nei pressi di un’antica Certosa, in una sera di luna, il segreto delle rane di Lombardia: che non cantano “a solo”, ma sono organizzate per notturne società corali, osservando un registro di parte e un turno di massa; così che un campo entra in voce quando l’altro più lontano ha cessato, e poi quello riprende se questo riposa; e via per ondate alterne, che si smorzano a grado a grado nel pulviscolo del firmamento. 

Ma quando di pieno agosto le trebbiatrici frullano, c’è sempre in giro qualche voce di ragazza che canta sulle aie scottate; ed è un canto che rende pensosi. Nel tardo crepuscolo, coi fieni che fermentano e le prime nebbie, ti sorprendono i mandolini acuti dei grilli; e i contadini lamentano che i giorni si accorciano e l’anno già declina. 

Dopo che l’ultimo grano è scomparso, il soffio di settembre ripulisce all’orizzonte il cerchio dei monti, azzurri e lievi nella distanza, come ricordi della vita passata. Allora la gente di collina comincia a ragionare dell’uva e della vendemmia. Cigolano sui carretti le bigonce, e i filari allungano le ombre oblique sulle strade campestri.

Il tardo sole lombardo somiglia a quello che pencola sulle pianure di Bretagna e Pomerania. E temo che sia nipote di qualche sole forestiero, portato quaggiù da Cimbri e Longobardi, a tutela di vecchi castelli, per testimonianza di loro barbariche  visitazioni.  

                                                           *  *  *  

Se ripenso a certe soste autunnali della mia adolescenza, vedo sul tetto della casa fili punteggiati di uccelli migranti. Risento nelle narici e nella bocca l’aroma delle prime castagne e riodo il grido cadenzato del venditore d’angolo della strada. Così batte l’inverno alle soglie di S. Carlo. Ché in terra padana se rapido è il balzo dalle viole alle rondini, più rapido è il tuffo dal mosto alle nevi.

Al giorno dei morti, quando mani, abiti e pensieri sono impregnati di crisantemo e di pioggia, le mandrie all’ultimo pascolo guardano dal ciglio dei campi, con occhio stupito e naso fumante, quella processione di gente viva che porta fiori al camposanto, camminando senza parlare. 

E’ il tempo che i fiumi minacciano di straripare. Sotto le fitte piogge i guardiani degli argini, vigilando di notte con picche e lanterne, danno l’allarme a colpi di tromba. 

Ma i boschi, soltanto i boschi sono ancora in festa: perché si vestono di gala per morire; e mentre tutti gli arcobaleni sono già esiliati dal cielo e dalla terra, le piante si danno convegno sotto le nebbie novembrine per sfoggiare tra luci fuggiasche  certe superstiti iridescenze, trafugate al testamento della defunta estate. E allora e saggia cosa camminare nei vecchi giardini, movendo col piede trucioli di ambra, mentre sui rampicanti si condensano pigmenti di porpora e la vite vergine brucia di squamme sulfuree. 

Cos’ la caduta delle foglie segna la sagra di commiato, ma anche il breve sfarzo finale dell’annata lombarda. Poi i boschivi rilasciano, e nelle sodaglie non si ode che lo sparo di qualche cacciatore, mentre alla prima neve una nordica rimembranza di gelo appanna le vetrate con rabeschi di cristallo. 

Vent’anni sono bastati per ricondurmi, più devoto che mai, alle radici della terra nativa e alle soglie di un tranquillo Camposanto, dove riposano tutte le certezze del mio destino, e dove io stesso un giorno tra una rosa rampicante e due cipressi sereni, scoprirò l’ultima pace. Il cielo buono di Lombardia si inarca su quella pietra sicura. 

Infatti la meridiana di vento e longitudine di sole, un segreto richiamo ha rivolto a quest’ultimo polo le rotte della mia maturata esperienza, dopo avere, attraverso gli spazi del mondo, inseguiti i segni della storia e dell’anima umana. Quasi ubbidendo alle leggi che governano gli astri, anche l’eclittica di questo lungo errare si conclude riportandomi al punto dal quale ero partito”.

(Vittorio Beonio-Brocchieri – Da Ritorno al paese ne “IL MARCOPOLO” Arnoldo Mondadori, Edit. 1945).

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Dopo  aver sorvolato il Pavese,  il nostro occhio va conce ntratosul   punto geografico che più c’interessa: Trivolzio, il luogo natale del santo. Del paese di allora, molto simile a cento altri della “Bassa”, non so dire più di tanto perché la mia ricerca non è stata fortunata. Ma un pavese DOC come Cesare Angelini, sacerdote e letterato di straordinaria sensibilità, m’è venuto in aiuto  ( e che aiuto!).

Dipingendo il suo paese, Albuzzano e le campagne d’intorno, e le abitudini della gente, variatis variandis, senza volere ha descritto anche
la Trivolzio di allora e di cento altri paesi contrassegnati dal medesimo DNA. E’ lui stesso ad ammettere che Albuzzano già negl’anni sessanta non era più la stessa, come non lo erano Trivulzio e gl’altri cento paesi consanguinei. 

  

Non me ne vogliano gl’Albuzzesi  se m’improprio indebitamente dimmagini uscite dalla penna-pennello del  loro più illustre concittadino per descrivere Trivolzio, paese assunto negl’ultimi anni alle cronache non solo nazionali, grazie al loro concittadino. In fondo, il prete dotto e il frate santo sono due taglie della stessa stoffa: il cristianesimo lombardo, ricco e fecondo come le sue terre.  

 In questo viaggio nel passato in compagnia dell’Angelini, saranno risparmiati ai lettori sforzi d’immaginazione perché, come conferma Sara Pezzati, “è tutto così magnificamente descritto che le immagini si stagliano dal testo, nette, vivide. E anche quello che ancora oggi, esattamente come allora, avrei sotto gl’occhi – dai sassi delle vie di Pavia alla natura dei dintorni – spesso ho l’impressione di vederlo per la prima volta attraverso i suoi scritti”.  

Non saprei dire se Trivolzio  affonda le sue origini nell’età roma a della decadenza.  Il  nome me lo fa pensare. Certamente fino agl’anni in cui venne al mondo il Pampuri, il paese era “tutta una ruvida massa  di condizione contadina: anche il sarto, anche il calzolaio, o il muratore e il tessitore avevano questo come un secondo mestiere per le stagioni stanche dell’anno; quello vero era il contadino”.  

Oltre che di estrema povertà, erano tempi, quelli, di grave mortalità infantile. Tanto per averne un idea, l’Angelini racconta che “Man mano che gli nascevano i figli, mio padre ne scriveva col lapis i nomi e le date sulla pagina interna della Storia sacra: Maria, Giuseppe, Domenico, Carlo, Gina; i miei fratelli, morti. Ma basta che io li nomini per sentirmi ancora in cammino con loro”.   

sanriccardocasanatale241.jpgI nomi che certamente hanno precedenza nel nostro necrologio sono due: la madre, Angela Campari, morta quando Erminio aveva tre anni ed il padre, Innocente Pampuri, morto per un incidente stradale che ne aveva dieci. Seguono i fratelli: Giuseppina, Ferdinando, Teresa. Achille, Emilia, Maria (la futura suor Maria Longina, francescana missionaria in Egitto), Agostino, Margherita e Giuseppino.  Il decimo è Erminio, l’undicesimo ed ultimo figlio dei Pampuri e Pietro, morto appena un mese dopo la nascita. 

PROPOSTA DI MATRIMONIO – LETTERA APERTA ALLA SIGNORINA LUCIA… – Angelo Nocent

Posté : 9 mars, 2009 @ 11:37 dans LETTERA APERTA A LUCIA... | Pas de commentaires »

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Per chi non lo sapesse, il Dr. Pampuri, proprio mentre era medico condotto a Morimondo, ricevette una proposta di matrimonio. Gli arrivò indirettamente, attraverso la mediazione di Luigina Peretti, un’amica che faceva parte dell’Azione Cattolica come lui e che da un’amica aveva ricevuto questa incombenza. La ragazza in questione, secondo le indiscrezioni della stessa Peretti, era la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale “Cantù” di Abbiate grasso, dove spesso il Pampuri si recava per accompagnarvi i suoi malati. Infermiera in questo ospedale, ottima ragazza, buon partito, fervente cattolica, lo aveva adocchiato, squadrato, studiato, incrociato per farsi notare. Invano. Poi finalmente la decisione di chiedere formalmente la sua mano.

Che fine abbia fatto questa lettera nessuno lo può sapere. Magari è finita sul fuoco. La replica invece è stata rinvenuta ed appartiene all’epistolario,cui farò riferimento in seguito.

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Abbiategrasso

Erminio declinò l’invito con parole molto garbate e affettuose. Naturalmente, dal suo punto di vista. Epperò non sono piaciute né alla destinataria, né all’ambasciatrice che tanto ci contava, né, forse, a nessun altro che abbia avuto modo di leggerle. Ho provato a mettermi nei panni delle due ragazze: delusione totale. Per un motivo o per l’altro, quel suo argomentare è rimasto sul gozzo un po’ a tutti. Avrebbe potuto spiegarsi meglio, che ne so, usare una strategia diversa. Ma non l’ha fatto per le sue buone ragioni che ho cercato di indovinare. Vorrà dire che, se mi fossi sbagliato, avrò un peccato in più da farmi perdonare, quello di presunzione.

La mia decisione di scrivere all’interessata, è nata dopo ponderata riflessione. Vedevo da un lato una ragazza profondamente amareggiata e dall’altra un ragazzo molto sulle sue ma che mi sembrava di capire e anche di poter giustificare un poco. Così ho stilato le mie impressioni, nella speranza che aiutino a evidenziare aspetti a prima vista non emergenti. D’altra parte, i santi sono santi e son fatti a loro modo. Dunque, meritevoli anch’essi di pazienza e comprensione.

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 Percorrendo la strada statale tra Vigevano e Milano, con una deviazione di pochi chilometri, arriviamo all’Abbazia di Morimondo, edificata dai monaci seguaci di S.Bernardo, appartenenti all’ordine dei cistercensi, nel XII secolo. La sua costruzione attraversò vicissitudini non indifferenti: controversa, sospesa, ed infine saccheggiata, in pratica durò più di cento anni. Il risultato finale nonostante tutto fu comunque ammirevole: lo stile gotico-borgognone dell’Abbazia di Morimondo è uno dei migliori esempi di architettura cistercense. Qui il Dr. Ermino Pampuri risiedeva dopo il concorso di medico condoto.

Cara la mia ragazza sognatrice,

non conosco il tuo nome e perciò da questo momento ti chiamerò Lucia, come la promessa sposa di manzoniana memoria.

Da indiscrezioni, sfuggite proprio dalla bocca della tua ambasciatrice Luigina Peretti, siamo venuti a sapere che tu eri la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale di Cantù, dove spesso il Dr. Erminio Pampuri si recava per accompagnare i suoi malati. Non so com’è nato il tuo interesse per questo ragazzo. So invece che ti eri così follemente invaghita di lui che ad un certo momento, non trovando corrispondenza d’amorosi sensi ed in difficoltà anche per un approccio diretto, ti sei vista costretta ad affidare alla tua amica l’incarico di fargli pervenire una seria proposta matrimoniale.

Ho sotto gl’occhi la lettera di risposta che non so quante volte ho riletto, nel tentativo di farmene una ragione. Eccola:

«Stim.ma Sig.ra Peretti Luigina, La ringrazio di cuore del suo atto di grande bontà, mentre devo riconoscere più che mai la mia grande nullità, poiché essa non si vede mai così bene come quando ci si trova oggetto di immeritata stima. Non posso però accogliere la sua tanto onorevo­le e lusinghiera proposta, poiché non sentendomi chiama­to allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamen­te. A questo mi sono sentito confortare (…). Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarle un più degno e santo sposo, come gia mandò a Sara il figliolo del Santo Tobia [...]».

Non so com’è finita la tua storia. Spero serenamente, come quella di Sara. Però, che mazzata! Un duro colpo inferto con grande cortesia e tanto di citazioni bibliche.

Non è difficile immaginare che tu, pur con opportunità diverse in ambito ospedaliero, sia rimasta colpita ed affascinata da questo saltuario visitatore di cui, probabilmente ti ha parlato assai bene lo stesso tuo padre. E’ che il suo modo di fare il medico era ormai sulla bocca di tutti. La stima e la venerazione avevano già varcato i ristretti confini della sua condotta, al punto da sollevare una non celata irritazione nei colleghi.

Guardando le foto che ci sono rimaste, non è difficile indovinare che t’incantavano i suoi puri e dolci occhi rimasti bambini, innocenti, in quel pallido viso. Ti attraeva quello sguardo buono, intelligente ma anche riservato e misterioso, tipico di chi cela nell’anima recondite armonie. Sempre ordinato nel vestire, elegante nel portamento, si vedeva che dedicava molta attenzione ai baffetti, coltivati con un po’ di civetteria per darsi il tono più che di persona colta, di uomo maturo, consapevole di essere tradito da un fisico esile e da un viso dolce, fresco e sereno di bravo ragazzo. E forse per questo ancor più ti piaceva.

Non sapremo mai che cosa hai provato nel leggerla quando la Luigina è corsa a portarti la risposta. Certamente una profonda delusione pari alle attese del tuo cuore che da tempo aveva iniziato a sognare e patire per quel bel ragazzo, così diverso da tutti.

morimondoabbaziaelecasedoveabitavailpampuri.jpegLucia, so che ti sei soffermata a lungo allo specchio a guardare i tuoi occhi lucidi di pianto e a cercare sul volto i motivi del fermo rifiuto. Ti vedevi attraente, carina, che cosa mai non andava? E poi eri stata oggetto di altre attenzioni, marcate, insistenti, perfino di sguardi talvolta lascivi. E allora perché quel rifiuto?

Dio sa quanto hai pensato, penato, riflettuto, tramato, prima di prendere l’ardita decisione di comunicargli molto apertamente i tuoi propositi. Lo incontravi, lo vedevi, hai cercato anche di farti notare, ma lui, niente. Un assente, un ragazzo lontano, distante dai sogni gioiosi dell’amore, dalle complicità che sa creare, dalle provocazioni più ardite. Niente. E dire che stavi bene di famiglia, eri iscritta anche tu come lui all’Azione Cattolica, condividevi gli stessi ideali cristiani…

Tuo padre ne avrà certamente parlato tanto e bene a tua madre che, forse, ti ha suggerito le modalità dell’approccio, convinta che quella sarebbe stata la persona giusta al tuo fianco. Solo Dio sa la delusione provata quando le avete messo sotto gl’occhi la sua risposta. Anche lei, come te, è sbiancata, rimasta di sasso. Lei così prodiga di parole e consigli, ha improvvisamente perso la favella, limitandosi a soffrire con te, ad annaspare nel buio. Poi la folgorazione: “Tesoro mio, dimentichiamo…quello lì si farà prete, vedrai! Quello li si farà prete, lascialo perdere….” E giù una lacrima e un nodo in gola.

Parole sante ma anche parole inutili le sue. Non digerivi quel tono indisponente, quel “mandare a dire” a una sua timida,coetanea , sincera spasimante… Ti martellavano e ti ferivano a morte quelle pesanti e definitive parole:

…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta poiché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamente. Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”

Che rabbia! Nemmeno nomina il tuo nome. Si limita ad apostrofarti così: “quella buona giovane da lei accennata”.

Dimmi la verità, cos’hai pensato? Posso indovinarlo. Tra un singhiozzo e l’altro ti dicevi: “Va bene tutto, ma proprio tanta formale cortesia?…Gli costava davvero cercarmi, dirmi in faccia le sue intenzioni?” E giù a sfogare anche tu, come tua madre, la grande delusione!

Non so come saresti stata giudicata se si fosse venuto a sapere della tua iniziativa di proporti in sposa, di chiedere tu, di offrirti, ruolo fortemente riservato all’uomo, “cacciatore” per definizione. Forse sarebbero volati giudizi pesanti sulla tua onorabilità; o avrebbero detto che lo facevi per interesse, per il rango di appartenenza alla categoria dei possidenti, ecc. Fortunatamente di questa mancata relazione abbiamo saputo solo ora e noi siamo benevoli nei giudizi e comprensivi. Anzi, scusami se mi sono permesso di mettere il naso in cose riservate. E’ che leggendo quella risposta ci sono rimasto male anch’io: “…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta perché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamente”.

Occorreva proprio usare questo tono, tagliare corto così? Temeva di restare invischiato in questa storia? Lui, talmente cristiano e sensibile, non poteva darti ragione della sua fede, aiutarti ad accettare un diverso destino che avrebbe potuto invocare gioiosamente da Dio, visto che era tanto in confidenza con Lui?

Invece niente. Solo un bel no alla “ onorevole e lusinghiera proposta “.

Un momento. Ho capito bene? Prendi nota: “ lu-sin-ghie-ra proposta “ E ancora: “…Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”.

Ma ti rendi conto, Lucia? Abbiamo trovato la chiave per superare quell’ assurda fissazione che ti distrugge e ti fa detestare ai tuoi stessi occhi. Ora puoi tornare allo specchio disinvolta, senza complessi e lasciarlo parlare. Corri ad ascoltare la sua sincera e infallibile voce: ”Càspita, ragazza mia, sei proprio bella! Che amore quel viso dolce di madonna, con quelle guance di porcellana e labbra di rosa vellutata…e quei begl’occhi accattivanti… Ma perché piangi? Non credi forse al mio verdetto? Non stare in ansia, per favore. Fra qualche tempo mi darai ragione”.

Ragazza cara, stammi a sentire: sai come la vede questo vecchio che ti scrive?

Erminio deve aver letto e riletto attentamente la tua lettera, non senza soddisfazione e compiacimento. Un uomo, oggetto di attenzioni femminili, non è mai insensibile, anzi! Le tue parole lo hanno colpito, sono entrate nell’anima. Per lui è un’improvvisa provocazione che genera un tumulto interiore. C’è il cuore che batte e Dio che se ne sta discretamente in disparte.

Senza che tu te ne sia resa conto, hai fatto un ottimo servizio proprio a Lui che aveva bisogno di chiedere ad Erminio di fare una scelta importante, ma nel massimo della libertà. Mi spiego. Uno che si consacra a Dio è persona generosa, appassionata, che ama, che sente pullulare nelle vene il richiamo della paternità o maternità, il desiderio di “conoscere” un uomo, una donna, di realizzarsi nella sua complementarietà, perché questo è il disegno del Creatore che ci ha voluti maschio e femmina.

Sono sicuro che la tua lettera ha ridestato in lui il sentimento dell’amore coniugale, della paternità; ha immaginato per un attimo il meraviglioso mondo dei bambini, di bambini suoi che girano per casa, che lo tirano e coinvolgono nei loro giochi. Ha ripensato alla sua fanciullezza, alla mamma, sbiadita nel ricordo, al papà offuscato nella memoria, all’affetto dei suoi genitori, immaginato e rimpianto nel segreto del cuore, sostituito da quello degli zii, di un sapore naturalmente diverso. Per un attimo sono riaffiorati in lui sia questo tragico momento sia il tersissimo cielo che gli fabbrica la fantasia mentre attraversa la campagna in calesse per le visite ai malati. I sapori sono di favola, di sogno i personaggi che vede nel suggestivo incantesimo.

A sera, quando si corica, esausto più per il turbinio interiore che per la fatica dell’ambulatorio e delle visite a domicilio, pensa e ripensa alla risposta più conveniente da darti. Il sonno è disturbato. Come il ritornello di una canzone, gli tornano in mente le parole evangeliche ruminate a lungo: “… vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca”. E lui capisce che deve reagire per fare la scelta che da tempo ha in animo. Teme che il gioco si faccia più ardito, pericoloso. Sente e non sottovaluta l’amabile forza del tuo fascino con il quale lui, così riservato e pudico ma anche consapevole di possedere un cuore debole e sensibile, non intende misurarsi. Ad un certo momento, decide che bisogna tagliare corto. Occorre una risoluzione decisa, pronta, irreversibile: “Non posso!”.

In vena di confidenze come sono, potrei spiegarti anche come ha pregato quella notte quel bravo ragazzo. Spenta la luce, appoggiato sul fianco, ha cominciato a sussurrare così:

  • Signore che mi scruti e mi conosci, tu lo sai che il mio cuore oggi è rimasto molto turbato da una lettera inaspettata.

  • E’ da una vita che cerco il tuo volto, che pongo in te ogni aspirazione.

  • Cosa vuoi dirmi con questa richiesta, che non sono fatto per salire il tuo santo monte? Lo so che sono richieste mani innocenti e cuore puro e riconosco per primo di non esserne degno, ma Tu lo sai che ti amo (Domine, tu scis quia amo te!).

  • Tu sai anche Signore che la sollecitazione di Lucia mi ha sconvolto.

  • E’ tutto il giorno che mi tornano in mente i suoi occhi che ho avuto modo d’incrociare più d’una volta.

  • E’ bella, dolce, simpatica. Mentirei a me e a te se non ammettessi che mi piace.

  • Ma io ho già scelto di essere solo tuo. Nei miei pensieri ci sei solo Tu perché mi sento rapito dal tuo amabilissimo Cuore, fonte di ogni mia consolazione.

  • Gesù, questa giornata è stata popolata da immagini, voci e ombre.

  • Tu sai che anche nel mio cuore, nelle mie mani c’è fuoco.

  • Indirizza questa energia secondo i tuoi imperscrutabili disegni.

  • Gesù, mia unica gioia, ti chiedo con tutte le forze di essermi vicino quando cammino,

  • di parlarmi quando lavoro,

  • di rivelarmi la tua presenza quando mangio,

  • di rendere sereno il mio sonno

  • e di vegliare il tuo servo perché non si turbi il suo cuore.

  • Domani non so come rispondere a Lucia.

  • Ispirami parole di saggezza e apri i suoi orizzonti.

  • Madonna Santa, stammi vicino. Così sia.

Forse ora, Lucia, ti sarà più facile capire cosa stesse succedendo nel suo cuore. Egli era già stato sedotto da un altro grande Amore. E con Lui tu non potevi competere.

Con il senno di poi, ora che ti sei resa conto di avere avuto un ruolo determinante nella vita del Dr. Erminio Pampuri, devi ringraziare Dio che t’ è andata così. Ma ci pensi? Quel bel giovanotto, senza volerlo, ha suscitato in te calde emozioni, ti ha fatta sognare e perfino osare di chiedergli la mano. Meno male che s’è tirato subito indietro! Ti rendi conto che ti ha evitato di restare vedova a soli trent’anni?

A questo punto, visto il tuo forzato coinvolgimento in questa singolare storia d’amore, è utile che cerchi di spiegarti anche la dimensione profetica della verginità e del celibato. Sono certo che capirai e dal tuo palato scomparirà l’amarezza di questi giorni.

Il Vangelo è molto esplicito: “Vi sono alcuni che non si sposano per il regno dei cieli”. Costoro in realtà non aspettano qualcosa che verrà ma stabiliscono già da ora un rapporto di relazione diverso: si tratta di un’unione anticipata con Cristo, che stabilisce già prima ciò che verrà nell’al di là, dove i resuscitati “non prendono moglie né marito e nessuno può più morire, perché sono uguali agl’angeli”.

La risposta di Gesù agli apostoli che chiedevano spiegazioni è questa: “ Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca” (Mt 19,10-12).

P.S.

Cara Lucia,

quando ho cominciato a scriverti, non ero stato informato che la lettera del Dr. Pampuri era molto più lunga. Le mie considerazioni non mutano. Ora mi accorgo però che Erminio ha cercato di motivare la sua rinuncia definitiva chiamando in aiuto l’Apostolo Paolo:

“…A questo mi sono sentito confortare anche da quanto dice s. Paolo in una lettera a quelli di Corinto: “Se tu sei libero, dice egli, non ammogliarti”. E ne spiega la ragione poco più innanzi: “Colui che è senza moglie, ha sollecitudine della casa del Signore, del come piacere a Dio. Chi invece è ammogliato, ha sollecitudine delle cose del mondo, del come piacere alla moglie, ed è come diviso”.

Lo stesso dice anche alle figliuole, a riguardo delle quali dice anzi ai genitori nella stessa lettera: “Chi unisce in matrimonio la propria figliuola fa bbene, e chi non la lega fa meglio” . Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da Lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarLe un più degno e santo sposo, come già mandò a Sara il figliuolo del santo Tobia.

Che se invece volesse legare più intimamente a Se la di Lei anima buona con una dedizione più completa, e con un sacrificio più generoso della propria vita, in un fecondissimo apostolato di bene, di cui ha tanto bisogno questa nostra povera disgraziata società, ne ringrazi infinitamente il Signore poiché non potrebbe indicarLe via più sicura, per sé e per i propri genitori (dove infatti potremo sentirci più sicuri che in un perfetto e completo abbandono in Dio?), né più atta a soddisfare le nobili e sante aspirazioni di un’anima nobile, poiché dice s. Agostino:” Tu hai creato l’anima nostra per Te, o Signore, e l’animo nostro, il nostro cuore è sempre inquieto finché non riposi in Te”.

La prego quindi, o buona Signorina Luigina, di volermi scusare per la mia risposta negativa, mentre vivamente mi raccomando alle sue orazioni”.

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Lucia cara, bella come Erminio  ti vedeva, di dentro e di fuori, egli ha provato a invaghirti. Ma per il suo Signore. Tu gli hai proposto una buona opportunità e lui ti ha sfoderato una lusinghiera controproposta: da umile moglie di medico condotto, quale saresti stata, avrebbe voluto fare di te una regina ed introdurti nel talamo nuziale dell’Altissimo. Te ne rendi conto ?

Ho rimarcato di proposito alcuni termini perché tu possa cogliere tutta l’intensità della sua anima così protesa verso altri lidi.

Mia cara Lucia, sono certo che lo Spirito Santo illuminerà la tua mente e ti farà capire quel gesto di Erminio che ti ha soltanto fatto soffrire. In fondo, anche la tua è stata una collaborazione al piano di Dio su di lui. Il risultato della tua disponibilità a metterti in gioco è un dono fatto alla Chiesa universale che oggi onora quel santo che tu, da lontano, hai amato per prima e sofferto con lui il martirio del cuore.

Vorrei dirti un’ultima cosa: il nostro non è un Dio triste, né un Dio che ci vuole tristi. Anzi, è così preoccupato della nostra felicità che ci indica un cammino o ci chiama a realizzare un progetto, grazie al quale condividiamo la Sua stessa gioia, e al di fuori del quale c’è per noi solo inquietudine. Credimi, una parte di questa eredità sarà anche tua. E proprio Erminio si farà per te, Lucia, premuroso procuratore.

LETTERA APERTA A FRA RICCARDO DR.PAMPURI – Angelo Nocent

Posté : 9 mars, 2009 @ 6:50 dans LETTERA APERTA A FRA RICCARDO | Pas de commentaires »

  • AL Rev. Fra Riccardo Dr. Pampuri 

    S E D E 

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Caro Fra Riccardo,

ti trasmetto in allegato la lettera che mi sono permesso di inviare alla ragazza che ti aveva chiesto di sposarla e che hai liquidato con molta cortesia ma altrettanta determinazione.

Non sono sicuro che condividerai i miei punti di vista; solo che questo e nient’altro mi è venuto in mente a giustificazione del tuo atteggiamento.

Noi, terra terra, faremmo meglio ad astenerci da valutazioni che riguardano la tua coscienza soltanto, ma cosa vuoi, ora che sei diventato un personaggio pubblico, se non diciamo la nostra su di te, non siamo soddisfatti.

 

Attirato da altri ideali, Dio finalmente ti ha indicato la strada del convento e noi ora siamo rispettosamente tenuti a darti del “Reverendo”. Se io poi mi permetto di darti del tu è per via di certi legami spirituali. Naturalmente, stando alla tradizione, pur in tono confidenziale, dovrei darti del “Voi”. Ma, per questa volta, ti prego di soprasedere.

 

Sai, la tua vita di frate, vista a distanza di ottant’ anni dalla tua professione religiosa (24 Ottobre 1928, festa di San Raffaele Arcangelo), assomiglia a una bella nevicata. Quando è in corso, la terra sembra inerte, gli alberi spogli, nessun segno rivelatore della vita che sotto la coltre invernale prepara una nuova primavera.

Trascorso il periodo di prova del noviziato, ti sei trovato votato a Dio ed utilizzato per tappare i buchi dell’organico dell’Ospedale Sant’Orsola di Brescia. Indubbiamente i superiori si saranno chiesti: “Cosa dobbiamo fargli fare a questo dottore, medico chirurgo, specializzato in ostetricia e ginecologia, ex medico condotto?” Ed ecco sbucare d’incanto l’idea geniale: “ affidiamogli l’ambulatorio dentistico che non può più essere gestito se non da un laureato in medicina e chirurgia!”

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Premesso che nello stesso ambulatorio dove hai esercitato, un venticinque anni dopo la tua morte mi hanno estratto due bei molari e so come si stesse in veste di paziente in quella sala d’attesa, il bravo Camilleri, brillante e documentato, va raccontando questa tua esperienza premettendo che eri bravo e scrupolosissimo, “tanto scrupoloso da sfiorare involontariamente il ridicolo”. Meglio perciò lasciare a lui la parola:

Se si trattava di qualcosa di delicato, un’estrazione, un intervento in profondità, prima di procedere si faceva il segno della croce. Solo che quest’eccesso di devozione, questo chiamare il Signore all’assistenza, metteva paura e chi doveva tenere la bocca aperta per farci entrare i ferri. In particolare i più sempliciotti prendevano quel gesto come una specie di scongiuro e ne cavavano l’impressione che il dentista stesse accingendosi a qualcosa che poteva mettere a repentaglio la loro vita. Qualcuno se ne lamentò coi superiori e questi pregarono fra Riccardo di smetterla. Povero fra Riccardo; nel suo fervore non aveva fatto caso alle conseguenze di quel gesto per lui così naturale. Ma su quello che passa nella testa della gente non si finisce mai d’imparare”.

E di stupire, dico io, perché aveva intuito esattamente quello che tu già sapevi a priori: che non era il tuo mestiere. All’università avevi certamente dato un esame e lo si evince da una lettera con la quale chiedevi a tuo fratello Ferdinando di farti avere il volume che avrebbe trovato in un certo posto della libreria. Qualche estrazione in condotta medica l’avrai anche fatta, ma,di lì a dover svolgere il mestiere a tempo pieno, secondo me, altro che una ripassatina del manuale era necessaria…Nonostante l’ottimismo che pervade la tua del 17 dicembre ’28: “ Carissimo Ferdinando, grazie del libro di odontoiatria mandatomi che va ottimamente per i miei bisogni”.

D’altra parte, cosa avresti potuto fare? In precedenza avevi esposto al Superiore le tue perplessità e proprio il tuo confratello fra Cesare Gnocchi così ha testimoniato a tal proposito:“Nominato direttore dell’ambulatorio dentistico, data la sua gracile salute faceva notare al suo superiore con semplicità che con le sue forze non avrebbe potuto estirpare qualche dente, ma che confidava nell’aiuto divino”.

Stuzzicato sull’obbedienza, che ti restava da fare? Il Provinciale Padre Zaccaria Castelletti dopo la tua morte ha lasciato scritto proprio la tua reazione: “Quand’è così, accetterò come la croce che son tenuto a portare con allegrezza ed il Signore mi aiuterà nella fatica: da parte mia cercherò di farmi forza…di vincermi”.

 

Qui naturalmente tutti leggono che ti veniva chiesta una grossa fatica fisica ed è vero. Ma non era questa che ti spingeva a battere in ritirata. Il tuo traballare sulle gambe derivava dalla consapevolezza di non essere all’altezza di quel compito e dalla responsabilità che ti assumevi.

 

Come faccio a saperlo? Sempre per via del mio informatore, il P. Dalmazio Puja, tuo Priore a Brescia, che ti ha risparmiato tanti sudori freddi quando estirpava ganasce al tuo posto e sotto la tua responsabilità di medico: lui, una stazza di bersagliere aquileiese, tu, “un morto ambulante”, com’eri stato definito dal Prof. Ronzoni, dopo un consulto. D’altra parte, non è vero che l’obbedienza fa miracoli?

E’ certo che, se fosse dipeso da te, quel posto non l’avresti mai occupato. Adesso noi, quando leggiamo che prima di iniziare un’estrazione ti facevi il segno della croce e chiamavi in aiuto tutti i santi del paradiso, soprattutto quando non avevi a portata di mano qualche confratello esperto e robusto perché intervenisse al tuo posto, più che edificati restiamo sbalorditi.

Nessuno ieri come oggi pensa alla fifa maledetta che hai provato in certe situazioni quando nel braccio che impugnava la tenaglia occorreva disporre di una buona dose di forza e risolutezza che tu non avevi. Nessuno osa porsi la domanda se era legittimo chiederti tanto e se i pazienti, per quanto poveri e bisognosi, si meritassero un santo al posto di un vero dentista. Ma così vanno le cose del mondo. E, siccome i santi aiutano, qualche santo, a cominciare da San Giovanni di Dio, ha aiutato pure te.

 

Tra un intervallo ambulatoriale e l’altro, i superiori hanno pensato bene di affidartpreparazione dei quattro gatti di confratelli che dovevano ottenere il diploma d’infermiere. Tu hai svolto l’incombenza con la stessa serietà e impegno che avresti usato se fossi stato chiamato ad insegnare all’Università di Pavia.

 

Non so bene da quale superiore, ogni tanto ricevevi l’ordine di andare in Seminario Arcivescovile, non molto distante, per visitare qualche seminarista. La tua presenza era molto gradita ed altrettanto apprezzata la tua competenza. Epperò, quando tornavi, c’era puntualmente il Maestro dei Novizi, Padre Innocente, che aveva da ridire su queste tue uscite.

Naturalmente tu tacevi e finiva lì. Fino alla prossima volta. Quello degl’ordini e contr’ordini è il destino dei comuni mortali in ogni paese del mondo, sia in convento che fuori. Che cosa ci distingue da te? Che noi siamo subito proti a giustificarci ed a far valere le nostre buone ragioni, mentre tu incassavi il colpo e te ne stavi zitto.

Tra l’ambulatorio, le lezioni, le pratiche di pietà, la pausa per il pranzo con la Comunità, quando non eri costretto a letto dalla tua tisi in evoluzione, in questa routine quotidiana trovavi o ti facevano trovare il tempo anche per spazzare con la segatura il lungo porticato che un tempo dalla portineria conduceva alla chiesa. Per un giovanotto in piena forma, uno scherzo. Ma per te, così messo male di polmoni, non credo proprio. Poi qualcuno ti vedeva dalla finestra e diceva: “ Suor Cherubina, ma non è mica dottore quello lì? Senta, per me quello lì è matto!…”. Prendi e porta a casa. E tu a spiegare che scopa o bisturi sono uguali se si fa la volontà di Dio… Oppure a magnificare le proprietà della scopa, efficacissimo antidoto contro la superbia. Sai, sono sicuro che a quei tempi, se tu avessi baciato un lebbroso, avresti fatto meno impressione.

Soprattutto durante il periodo del Noviziato, caratterizzato dallo svolgimento dei mestieri più umili allo scopo di temprare lo spirito e misurarsi con se stessi prima di votarsi all’ospitalità, voto che chiede una disponibilità al malato fino all’eroismo, gli strumenti di lavoro erano principalmente: pitali da svuotare, sputacchiere dei malati, allora molto in uso per via della TBC, da pulire, urina, feci, biancheria sporca, scopa, segatura bagnata e molto olio di gomito…

Dopo la Professione Religiosa, tra il periodo che hai trascorso a letto e le ripetute convalescenze ( Gorizia, Torrino dalla zia Maria…) il tempo è volato così in fretta che non è stato possibile vedere l’erompere del seme sepolto nel buio del terreno e sprigionare la sua vitalità. Tra la durata della tua silenziosa incubazione nel mistero di Dio e quello della efflorescenza, non t’è stato concesso di vivere la tua primavera di frate. Il tuo Signore s’è affrettato a coglierti come una rosa ancora in boccio al primo sole della nuova stagione.

Lì per lì, in convento è sembrato a tutti che la tua vicenda umana, in quel primo di maggio 1930, fosse chiusa per sempre. Ma l’occhio vigile ed il cuore attento sanno che sotto l’immobilità, Dio prepara nuove fioriture, primavere ed estati che mi sembra di notare tutt’ora in corso. A tener viva la tua memoria, più che i confratelli, forse sono stati all’inizio i tuoi compaesani che non avevano dimenticato il loro medico condotto sempre disponibile, pio, buono, bravo, generoso e caritatevole con tutti.

 

Dai segnali che emanano dalla tua tomba, visto che sei figlio del nostro tempo, sembra che ti sia stato affidato un triplice incarico importante:

melogranossjglogored.jpgRinvigorire il tuo Ordine Religioso che, nella società dell’incertezza, va affannosamente cercando il suo ruolo nell’attuale sanità occidentale.

melogranossjglogored.jpgAi giovani che

  • si entusiasmano facilmente,

  • abbracciano i movimenti,

  • sembrano scoppiare di vitalità fisica

  • ma che si rivelano anche spiritualmente gracilissimi,

  • facile preda della depressione,

  • impreparati ad imporsi una disciplina del cuore, una temperanza di vita,

  • incapaci di compiere scelte audaci e durature…

    l’incombenza di indicare la strada dell’ascolto, dell’interiorità profonda.

     

melogranossjglogored.jpgLa terza incombenza che hai è quella continuare la tua attività ambulatoriale di medico che propone la giusta terapie per il corpo e lo spirito a coloro che si aspettano il miracolo di guarire.

Da te non arrivano indicazioni sul come ricreare gli ospedali, sulla “nuova ospitalità” di cui tanti parlano ed alcuni perfino provano a scrivere, non sempre con risultati eccellenti o intuizioni profetiche.

 

A scrutarti attentamente sembra che ogni rinnovamento, non possa passare che attraverso quello strano meccanismo di insignificanza e debolezza che è stata umanamente la tua vita religiosa. Altre apparenti scorciatoie, nonostante l’enfasi posta in alcuni slogan messi in circolazione e dibattuti dalle Commissioni, dai gruppi di lavoro, dalle tavole rotonde, rischiano di non portare da nessuna parte.

La Via della Croce non è stata percorsa al tavolino ma passo dopo passo, con le rispettive ripetute cadute. Forse dovremmo evitare di illuderci ed intestardirci in certe nostre visioni, perché “quel che nasce da carne è carne, e quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3,6). La carne non sa generare Spirito, né lo Spirito produce carne. O per dirla con la prima ai Corinti, 2,13, alla psiche non si può chiedere di essere “pneuma”, né si può adattare il linguaggio psichico, forzandolo a esprimere realtà spirituali.

 

Devo confessarti che, quando ti osserviamo attentamente con l’intenzione di imitarti – e questo mi è successo anche quand’ero più giovane – non so perché, ma mi scappa subito la voglia.

Invece lo so benissimo: è che sei vissuto in una tale comunione con Dio che ti ha condotto su una strada, neanche a farlo apposta, tutta in discesa. Solo che era quella della kenosis: un annientamento progressivo, uno svuotarti di ogni ricchezza umana della tua personalità, fino a ridurti a un cencio di ragazzo in balia della tisi. E, guarda caso, tutto il contrario della tua precedente vita di laico seriamente impegnato nella Chiesa locale, professionalmente ineccepibile, considerato ed apprezzato da tutti, non credenti compresi.

 

Nei tre anni di convento assistiamo a una tua riuscitissima parabola discendente invece che alla esplosione della tua poliedrica personalità e delle tue risorse umane. Il lavorio della Grazie è tutto interiore. Da fuori, a noi è dato di cogliere principalmente i tuoi limiti: gracile, malaticcio, inadatto alla fatica che t’imponi con sacrificio per non essere da meno degli altri. Sei medico ma ti fanno fare il cavadenti, senza un’esperienza maturata sul campo o, meglio, nelle fauci della gente. Il mio confidente ha insinuato persino che eri un po’ svaporato, assente…

Tra letto e convalescenza, tra febbri e brevi ingannevoli riprese, percepisci senza illusioni che la tua vita è segnata, come un giorno quella del Maestro. L’unica consolazione che ti viene offerta è di morire a trentatre anni come Lui.

Da confidenze di quel tempo, si viene a sapere che i religiosi tuoi confratelli si dividevano fondamentalmente in due grosse categorie: quelli che lavoravano tutta la vita e quelli che tutta la vita comandavano, indubbio lavoro anche questo. Solo che i secondi, smessa una carica, nel rispetto dei sacri canoni, ne assumevano un’altra, in attesa magari di riprendersi la precedente, animati sempre dallo spirito della rotazione.

Ricordo di aver letto tanti anni fa un libro scritto da un gesuita titolato ” La croce del comando”. Per carità, nulla da eccepire. Solo che a crederci che il comando fosse una croce, non ne ho trovati molti. Vogliamosostenere che il comando è martirio? Bene: gli aspiranti c’erano, eccome! Per la “carriera” si sgomitava anche allora, si mettevano in atto fraterne congiure, si ingeneravano benevole rivalità, schieramenti, tendenze…un po’ com’è d’uso fare in politica. D’altra parte, colui che riusciva a salire sul treno aveva buone probabilità di non scendere più e di restare nel numero degli “eletti” per tanta parte della sua vita.

Ho capito: stai dicendo che le mie sono esagerazioni. Siccome ai tuoi tempi non c’ero, riferisco per sentito dire. Ma se credi di farmi sputare anche nomi e cognomi, ti sbagli. Comunque, se a te questa smania non è passata neanche momentaneamente per il cervello, devi ritenerti uno fortunato.

Ma… non credere che la tua laurea ti avrebbe spalancato automaticamente le porte della carriera (volevo dire del servizio). No, no, avresti avuto il tuo bel da fare…Certamente qualcuno, più avveduto di te, avrebbe messo in circolazione dei validissimi e condivisibilissimi argomenti per emarginarti e toglierti dalla concorrenza. Sarebbe bastato insinuare: “Perché mai distogliere un medico dalla sua nobilissima arte e costringerlo per obbedienza a caricarsi di una croce pesante, fatta di amarezze, che può benissimo essere posta su altre spalle?!”. Dio che talvolta si fa prendere la mano dal nostro buon senso, ti ha evitato di entrare in lizza con la categoria. E noi, con te, gliene siamo grati.

Il tuo vivere in comunione con Dio ti ha portato al convento. Avresti voluto fare il prete, il gesuita, il francescano e, dopo ripetuti rifiuti, ti hanno accolto i Fatebenefratelli. Anche se dicevi e scrivevi sui tuoi taccuini che volevi fare solo la volontà di Dio, è deduzione logica però che avevi in animo anche di realizzare una vita d’impegno dichiaratamente apostolico.

Però la tua strada ha preso un’altra piega. Il progetto di Dio è molto diverso dal tuo:

  • sei medico e devi farti curare,

  • sei infermiere per servire e devi essere servito…

melogranossjglogored.jpgCaro ragazzo, più che un intrepido giovane, pervaso dal sacro furore di servire il prossimo come il tuo fondatore S. Giovanni di Dio, mi sembri un agnello mansueto condotto al macello, segno evidente che Dio non ti voleva in Africa per dare il tuo sangue da missionario, come talvolta hai desiderato, ma ti chiedeva il “silenzioso martirio del cuore”, umanamente frustrato in ogni sua anche più nobile aspirazione.

Ti è costato assai, Riccardo, dimmi la verità. E’ che adesso noi passiamo sopra a questi aspetti che fatichiamo a percepire, portati come siamo a cogliere la serenità che promana dal tuo sguardo. Così, tutto ciò che ti è successo, per noi è ovvio, facile, naturale: cosa vuoi mai che sia saper di dover morire a trent’anni!

Ho chiacchierato tanto ma non ti ho ancora espresso il vero motivo di questa mia lettera. Per rendere credibile la tua santità in questi anni sei stato sottoposto a tanti processi canonici e hai dovuto fare miracoli. Ma io sono convinto che quel martirio del cuore solo ora comincerà a dare i suoi frutti e tu sarai l’ispiratore ed il direttore dei “restauri” in atto nella tua grande famiglia religiosa ospedaliera e nella Chiesa. In fondo, sei l’unico medico-religioso-santo della sua storia secolare.

Oggi tu, il più inesperto di vita conventuale, (tre anni, ma se se togliamo la malattia e le convalescenze, si scende ulteriormente), sei chiamato a parlarci del convento, prima che dell’ospedale moderno e umanizzato che sognano tutti; a chiarirci punti che sembrerebbero scontati ma che, disattesi, mettono in crisi tutto il meccanismo.

Prometti di fare questo pezzo di strada con noi?

Grazie, Fra Riccardo, per aver accettato l’invito. Dunque, senza tanti preamboli, con la mia relazione introduttiva, apro subito i lavori sul tema all’ordine del giorno:” Il Convento e la Comunità terapeutica”. A te affiderò la sintesi finale.

Il tuo amico di sempre.

All.  LETTERA APERTA A LUCIA…

Erminio – Fra Riccardo – PAMPURI – © – 2009 All rights

Posté : 6 mars, 2009 @ 1:53 dans 01 PAMPURI un giovane cuore in ascolto | 1 commentaire »

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SAN RICCARDO PAMPURI

 Medico Chirurgo dei Fatebenefratelli 

*

UN GIOVANE CUORE

IN ASCOLTO

Di Angelo Nocent

PREFAZIONE 

Oggi, 24 ottobre 2003, festa di San Raffaele Arcangelo, se fosse ancora in vita, San Riccardo Pampuri festeggerebbe il 75° anniversario di professione religiosa. E’ certamente un  traguardo difficilmente raggiungibile dai comuni mortali ma noi, trattandosi di un santo, abbiamo tutto il diritto di festeggiare. Farne memoria è come fermarsi ad una sorgente di montagna e dissetarsi: aiuta a riprendere fiato e più  speditamente il cammino. 

La ricorrenza è un buon pretesto per ricordare questo “contemporaneo” dal fascino particolare. La sua è una breve esistenza ma “donata” a Dio e al prossimo. La gente non ha dimenticato e le nuove generazioni si rivolgono alla sua intercessione sempre più numerose. Lo dimostra la sua tomba visitata  da sempre nuovi pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. E’ come se il santo medico a Trivolzio continuasse la sua attività ambulatoriale. Senza appuntamento ed esenti da ticket, i suoi pazienti si presentano per ottenere cure e guarigione. E’ un passaparola continuo di grazie ricevute che lui ogni giorno strappa al cuore di Dio. 

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 Il Prof. Fernando Michelini, reduce dal campo di concentramento nell’ultima guerra,  e il bambino di fiaco, sono i miracolati da San Riccardo Pampuri. Con Giovanni Paolo II nel giorno della canonizzazione. Pittore e architetto, ha costruito ed affrescato chiese e ospedali in Africa e in Terra Santa, sempre gratuitamente. E’ deceduto a 91 anni.  FERNANDO MICHELINI

clicca   SAN RICCARDO PAMPURI L’INTERCESSORE

Se per i credenti la sua è ancora una presenza operosa nella Comunione dei Santi, oltre che fulgida nella gloria degli altari, per tutti egli è una testimonianza di fede, giovane, stimolante e singolare, vissuta in un’epoca storica assai controversa. 

Devo ammettere che il motivo di questa fatica va oltre la ricorrenza: deriva da una certa delusione provata leggendo alcune  agiografie in circolazione. Purtroppo, c’è una tendenza  a non  staccarsi mai dalla riva, ossia dall’ esaltare aspetti della sua vita che, proprio perché non sono né clamorosi né enfatizzabili, portano logicamente a chiedersi come abbia potuto raggiungere la gloria degli altari, a domandarsi in che cosa consista la sua vera santità. 

Pesco casualmente in internet: 

  • La vita di san Pampuri è esemplare in tal senso. Visse in assoluta semplicità, in un modo senza dubbio paragonabile a quello di un contadino o di un medico di campagna, che nessuno conosceva, noto solo per la bontà e la generosità con cui trattava gli ammalati.

  • Trascorse gli ultimi tre anni della sua vita ritirato in un convento nascosto agli occhi del mondo. Lo spettacolo di san Pampuri è questo dimostrarsi della potenza di Dio nella semplicità più assoluta.

  • «Il santo semplice» è il titolo di un saggio di Laura Cioni su fra’ Riccardo;

  • L’eroica semplicità di san Pampuri traspare anche da un altro bel saggio, quello di Rino Cammilleri.

  • Nella vita di san Pampuri, per l’appartenenza a Cristo, il quotidiano diventava eroico e l’eroico quotidiano. Per questo egli è specialmente indicato ad essere spettacolo e forma di vita cristiana per l’oggi”

Proprio perché queste conclusioni mi sembravano semplificatrici, anch’io mi sono posto la domanda: chi è Erminio Filippo Riccardo Pampuri?

Deciso a trovare una risposta più soddisfacente, ho iniziato la  ricerca, scoprendo subito che  Riccardo nasce proprio  nello stesso anno in cui muore Teresa di Lisieu (1897).

Coincidenza? Forse. O magari la continuità, al maschile, della spiritualità della santa. La lettera che scrive durante il noviziato alla sorella suor Longina, missionaria al Cairo me lo fa presagire: 

“Mia carissima Sorella, 

grazie della tua ultima lettera e delle tue fervide esortazioni: far sempre la volontà del Signore nell’esatto adempimento dei propri doveri, e in una lotta perseverante, generosa contro le proprie cattive inclinazioni con gli occhi fissi in Dio, nostra ultima meta e Bene supremo, in Gesù nostro modello Divino, sempre più avanzare nella via della perfezione: crescere sotto l’occhio di Dio, questo dovrebbe veramente essere il mio programma, ed in esso dovrei trovare indubbiamente il più grande contento dell’anima e la più grande pace dello spirito. Quando infatti ho perso il bene di tale gaudio e di tale pace, se non forse quando nella mia vita ho perso di vista tale suprema meta e mi sono allontanato da così sicura via?

Gesù Bambino mi insegnerà e mi aiuterà ad accettare e portare almeno con serena rassegnazione, se non con gioia, quelle croci che Egli vorrà permettere o mandare e mi aiuterà pure ad avere sempre viscere di fraterna carità per coloro che nelle Sue mani potranno essere direttamente o indirettamente di tali croci lo strumento provvidenziale.

Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua, e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza e d’amore per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi, e si è caricato di tutte le nostre iniquità, per fare noi tutti simili a Lui, come Lui figli di Dio qui nella Grazia e nella fede viva, e poi per sempre nel godimento perfetto della sua infinita carità. 

Sempre a te unito nel Cuore Sacratissimo di Gesù Bambino coi miei migliori auguri ti saluto.

Brescia, 9 dicembre 1928

Aff.mo fratello  Fra Riccardo                            

Non meno significativa è la seguente: 

« Per qualsiasi prova o croce non dovremo però mai perdere quella santa pace e tranquillità che ci viene dalla grazia di Dio e dal nostro pieno e filiale abbandono a Lui, e possibilmente non dovremo perdere nemmeno quella sana allegria che rende più leggero il peso dei quotidiani doveri, e più gradita e giovevole la compagnia nostra agli altri.

Quale grave torto faremo a Nostro Signore se dovessimo servirlo con una spanna di broncio! » (al nipote – 27 Ottobre 1928) 

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Entrambi, su fronti diversi e con psicologie diverse, senza muovere un dito per sollecitare riforme ed aggiornamenti, hanno silenziosamente messo in discussione un certo tipo di vita religiosa, sia monastica che ecclesiale. Entrambi sono passati sulla scena del mondo inosservati e sottovalutati. Ma i risultati non si sono fatti attendere:  

     

  • lei, che solo dal 1915 al 1916 ha riempito la terra di quattro milioni di copie della sua autobiografia, canonizzata nel 1925, sarà considerata durante gli anni delle due guerre come amica e conforto di tanti devoti anche tra gli orrori delle trincee e dei campi di concentramento e verrà definita “la fanciulla più amata della terra”; 

     

  • lui, che pur non avendo scritto un’autobiografia come Teresa, canonizzato nel 1989 e sempre più conosciuto su vasta scala, promette leale concorrenza alla coetanea carmelitana.    

 Che cosa sia l’ “eroica semplicità” io non lo so di preciso.  Temendo però le eroiche semplificazioni, me ne starò in guardia. Anche nella santità esiste il rischio di limitarsi a voler annusare il profumo che si espande per l’aria senza sollevare il coperchio per vedere cosa bolle in pentola. Gesù, il Maestro, non insegna a  procedere solo con l’olfatto; dice piuttosto: “Venite e vedete”, oppure: “Tommaso, metti il dito, tocca…” 

dongiussanicheridesottoglocchiali.bmpDon Giussani, a proposito del Pampuri, è intervenuto al meeting di Rimini in questi termini: “…Il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore e di cui è costituito il suo destino. Eticamente tutto ciò significa « fare la volontà di Dio » dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa»

Nella santità dell’ultimo secolo mi sembra sia accaduto  lo stesso fenomeno che si è verificato nel mondo della pittura. Renoir e company, tanto per citarne uno, hanno  un’intuizione nuova ed antica di vedere la realtà: essi la producono con  piccoli tratti di  colore, di chiaro-scuri accostati, di ombre e di luci, che provocano in definitiva una grande suggestione. La prima impressione è che si tratti di una pittura facile, di una strada accessibile a tutti. Solo chi ha provato a cimentarsi sa che non è vero. 

Come Teresa, pure Riccardo ha i suoi detrattori. Non mancano, anche nelle sfere della teologia, coloro che si domandano, perplessi,  se presentare la santità  in un modo che sembra facile, sorridente, familiare, così lontano dalla santità eroica, impossibile alla massa dei fedeli,  improvvisamente a portata di mano di tutti, nel quotidiano,  costituita di cose piccole, talvolta banali,  fatta di pazienza, di sopportazione,  vissuta in aridità interiore congiunta a fede illimitata,  non sia santità basata su un equivoco.   

Cosa dire? C’è modo e modo di presentare i fatti. Comunque, quando c’è il sospetto che certi comportamenti siano stati travisati e trasformati in pie sdolcinature,  le critiche e le ricostruzioni storiche ben vengano a rimettere ordine.

sanriccardopampurisantateresadigesubambino.jpgGiova a tutti  comprendere meglio la profondità di certe esperienze  ed insegnamenti. Vale la pena però di ricordare ciò che un giorno scrisse Bernanos a proposito di insinuazioni su  Teresa: 

 “Il messaggio che questa santa porta al mondo è uno dei più misteriosi e dei più pressanti che esso abbia mai ricevuti. Il mondo sta morendo per mancanza di infanzia ed è proprio contro di essa che i semidei totalitari puntano i loro cannoni e i loro carri armati”. 

Riccardo  mi sembra la sperimentazione visibile e riuscita di questa preziosa eredità dell’ infanzia spirituale che non è sinonimo di immaturità. Il desiderio di Gesù non lascia dubbi: “Se non diventerete come questi bambini, non entrerete nel regno dei cileli”. Teresa e Riccardo, fisicamente e spiritualmente giovani, sono portatori di un messaggio da  tramandare senza esitazioni  alle nuove generazioni, sofferenti dello stesso male denunciato dallo scrittore francese.

In una religione di segni, quale è la nostra, essi, più o meno consapevoli hanno fatto proprio il monito deigli antichi profeti d’Israele che, normalmente, sono molto chiari: prima viene il cuore e poi viene il segno della carne. Teresa e Riccardo sanno di essere nella Nuova Alleanza. Ma la novità in che cosa consiste?

Un passo indietro nei secoli con un esperto di Sacra Scrittura, il gesuita Francesco Rossi De Gasperis:

« Il tempio è distrutto, non c’è più! Non ci sono più i sacrifici, non ci sono più i segni, il popolo è portato in esilio. Se prendiamo Geremia ed Ezechiele che sono sacerdoti, essi non hanno mai esercitato l’ufficio sacerdotale perché sono in situazioni di estromissione o in esilio, sui fiumi di Babilonia. E ’ accaduta come una fine del mondo. Ma, proprio quando sembra che non resti più niente, c’è una presa di coscienza: resto io. E allora si scopre che è avvenuta semplicemente la fine di un mondo. Ora c’è un segno molto più eloquente: il luogo del culto è l’essere stesso dell’uomo e della donna, cioè l’essere umano ».

E’ davvero curioso: Teresa e Riccardo faticano tanto per raggiungere il traguardo della « vocazione religiosa ». Per poi rendersi conto che non è questione di essere carmelitano, gesuita o francescano. La vocazione vera è un’altra: io sono chiamato a essere me stesso come partner di Dio. Qualcuno può storcere il naso. Non sto negando la validità della consacrazione, anzi!  Ma proviamo a riflettere: se uno fosse in grado di togliermi tutto, cosa mi resterebbe? Io dico che, se anche mi si togliesse tutto, io ci sarei; ci sarebbe il mio corpo. Ecco la grande scoperta, essenziale nel culto di Dio: il mio corpo!

Ma non perché è pulito, degno, ma perché è il segno, il sacramento della mia fede. Il colmo dei colmi sta proprio qui: sia il giovane corpo di Teresa che il giovane corpo di Riccardo, fanno acqua da tutte le parti. Una donna e un uomo, giovani, con grandi aspirazioni, esiliati nello squallore di una fragile carcassa in preda al medewsimo morbo, la tisi, destinati a misurarsi con una progressiva impotenza. Ed in questo contesto nasce il loro sacerdozio. Non ministeriale, s’intende.

Eresia? No, no, nulla di eretico. Solo una constatazione analogica  con il sacerdozio di Cristo. Per capire è opportuno aprie una parentesi per una  breve riflessione biblica  che meriterebbe più spazio ma già così permetterà di leggere con un diverso spirito i capitoli successivi.

Il p.De Gasperis dice che è proprio « da qui che nasce il sacerdozio di Gesù, perché Gesù si è trovato esattamente in una situazione di esilio.

Lo dice la lettera agli Ebrei:

  • Gesù non era sacerdote e nemmeno poteva esserlo, perché apparteneva alla tribù di Giuda; poteva essere un re deposto, caduto in miseria;

  • Giuseppe non lo era, era infatti un artigiano, non un miserabile certamente e suo figlio era un artigiano, forse un falegname o un fabbro. Quindi un re decaduto, ma certamente non un sacerdote.

  • Gesù non è mai entrato nell’atrio del sacerdote nel tempio di Gerusalemme; non ha mai offerto un sacrificio nel tempio di Gerusalemme. Forse ha portato degli animali, dei piccioni con i genitori o con i discepoli, ma certamente non ha mai esercitato l’ufficio sacerdotale nel suo tempio!

Perché? Gesù che cosa ha  voluto  dire?  Ce lo spiega la lettera agli Ebrei al capitolo  decimo!

 » Per mezzo di quei sacrifici  si rinnovano di anno in anno il ricordo dei peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto nè sacrificio né offerta,

un corpo invece mi hai preparato.

Non hai gradito

né olocausti né sacrifici per il peccato.

Allora ho detto: Ecco, io vengo

- poiché di me sta scritto nel rotolo del libro -

per fare, o Dio, la tua volontà.

(Ebr 10, 5-7)

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Dovremmo apprezzare veramente e profondamente questa lezione e chiderci a che cosa pensiamo quando pensiamo a Gesù, Sommo Sacerdote?

Certo l’Apocalisse ce ne ha ridato un’icona tipicamente sacerdotale e legale insieme, il grande vestito, la cintura d’oro…ma la lettera agli Ebrei ci dice:

« Proprio per questo nei giorni della sua vita egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. 8 Pur essendo Figlio, imparò l`obbedienza dalle cose che patì 9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek«  (Ebr 5,7-10).

Reso perfetto (teleiothèis)” = questo è il verbo che nell’A.T. serve per la consacrazione sacerdotale.

L’ordinazione sacerdotale di Gesù è quando imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Il giorno dell’ordinazione sacerdotale di Gesù non è la Cena, ma sulla croce, nudo sulla croce: lì è stato reso perfetto! Lì è stato consacrato sacerdote!

Questo è anche il nostro sacerdozio!

Ricordo bene una trasmissione della radio della comunità ebraica di Roma, molti anni fa, era la festa dei tabernacoli. E nella festa dei tabernacoli, il giudeo osservate deve portare in mano una palma, un cedro, della mirra.

C’era la preghiera di uno nei campi di concentramento che dice:

  • Signore, oggi è la festa dei tabernacoli;

  • dovrei portarti questi frutti, ma non ho niente.

  • Sì, ho qualche cosa, c’è la mia spina dorsale; questa è la palma!

  • C’ho il mio fegato; questo è il cedro!

  • C’ho il mio cuore; qui ti porto la mirra.

  • Ecco, vengo io!

Questo è esattamente il sacerdozio di Gesù. Quel giudeo pregava perfettamente nella linea della Nuova Alleanza! Non c’è più tempio, non c’è più luogo, non c’è più altare, non c’è più sacrificio, non ci sono più gli animali, non ci sono più vesti sacerdotali, non c’è incenso, non c’è organo, non c’è niente! Ci sono io!

Cosa è stato necessario per scoprire la realtà? Che spariscano tutti questi segni esterni, anche se santi; spariscano le immagini, perché l’uomo si è ridotto alla sua nudità davanti a Dio.

Così si riscopre la radice del culto, si riscopre che si può essere membra del popolo di Dio anche fuori di Gerusalemme, anche senza il tempio, anche senza il sacerdozio. Si riscopre il culto esistenziale che è assolutamente primario, proprio perché viene dal mio corpo.

Ora voi capite da dove Paolo tira fuori quell’esortazione della lettera ai Romani, che noi leggiamo in tutte le Lodi delle feste dei santi e delle sante.

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rom 12,1-2).

  • Offrire, presentare”,

  • Sacrifico vivente, santo e gradito a Dio”:

  • questi sono aggettivi e sostantivi propri del culto del tempio di Gerusalemme.

  • E’ questo il vostro culto spirituale” (Loghikèn latrèian imòn) = Questo e il culto “logico”, non spirituale, se no sarebbe “pneumatiche”.

Questo è il culto secondo la Parola: vivere secondo parola di Dio, questo è dare culto a Dio.

Certo poi sarà lo Spirito che ci rende capaci di questo.

  • Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”: ecco la circoncisione,

  •  ma trasformatevi rinnovando la vostra mente… (metamorfouste) da “metamorfosis” che vuol dire trasfigurazione.

“Buono, gradito e perfetto” sono aggettivi del culto del tempio di Gerusalemme. Le vittime devono essere maschio, intero, senza difetti, come dice Malachia.

Il coltello che uccide queste vittime è il discernimento spirituale tra ciò che è mondano e ciò che è secondo la parola di Dio. Questa è la santità cristiana. La Chiesa non ha trovato un testo migliore di questo per metterlo nelle Lodi dei santi e delle sante! Vuol dire che riconosce in esso l’essenza della santità cristiana.

  • Il culto secondo la vita,
  • secondo la parola di Dio,
  • che non sia però una lectio divina fatta così all’assemblea,
  • ma sia una lectio che produce un discernimento,
  • la circoncisione del cuore,
  • la circoncisione delle orecchie,
  • il sacrificio delle labbra,
  • la lode di Dio
  • e soprattutto il rimuovere tutto ciò che è mondano per conformarsi alla volontà di Dio.

Ma questo viene dall’esilio, questa è l’applicazione di quello che abbiamo letto di Gesù nella lettera agli Ebrei, e quello che sta scritto nella lettera agli Ebrei viene dal salmo 40, dalla spiritualità dell’esilio; questa è la nostra liturgia!

Allora vedete che la liturgia, la morale, la teologia sono una cosa sola se si va all’osso. La liturgia è l’esistenza umana secondo la Parola di Dio. Che poi questo si faccia rivestendosi di paramenti o quando uno è messo nudo davanti al forno crematorio, come Edith Stein.

  • Quella nudità di Auschwitz è una profezia!
  • Questo è il culto di Dio: vengo io!
  • Questa è la Nuova Alleanza!

La Nuova Alleanza non è iscrizione a un registro; e chi vive questo, vive nella Nuova Alleanza, anche se non è battezzato; vuol dire che ha la fede e la fede viene prima del battesimo. Mentre si può essere battezzati cento volte, ma se uno non ha la fede, non ha proprio niente!

Questa è la prima caratteristica essenziale della Nuova Alleanza, dove il Signore forza il suo popolo a questo. Il Signore è capace di questo: ci può anche togliere tutto perché noi riscopriamo che cosa c’è nel fondo di noi. E allora non pensiamo soltanto come si fa un po’ troppo alla difesa della vita di qui.

Noi siamo preoccupati delle cellule staminali, dell’aborto, dell’embrione, dell’eutanasia, della difesa della vita, dove la vita è soltanto la vita qui su questa terra. Sembra che questa sia oggi la grande battaglia della chiesa, ma la vita è ben altro; continua oltre più in là della morte.

La vita è Dio; è Dio il vivente!

E’ nella pagina della prima creazione, al quinto giorno, quando Dio crea le piante, gli animali e altri viventi, allora dice: E Dio li benedisse!

E così entra la benedizione nella creazione! E la benedizione è ciò che dà il Benedetto, cioè il Signore.

Difendiamo la vita, ma allora confessiamo veramente qual è la vita che portiamo in noi e a quale vita siamo destinati nella pienezza della rivelazione della parola, altrimenti non viviamo secondo la parola di Dio, ma secondo le prescrizioni dei medici!

E chi può parlare al mondo di questa pienezza di vita se non la Chiesa? Perché la Chiesa ce l’ha dal Cristo risorto:

  • è lui il Vivente!

  • E’ lui la misura della nostra vitalità!

  • E’ lui la promessa della nostra longevità!

Ma senza la risurrezione di Gesù, non si saprebbe niente della nostra vita, qual è la stazione finale della nostra esistenza. C’è una preghiera nel libro di Daniele. Il libro di Daniele è scritto nel tempo della persecuzione di Antioco IV (2° sec. a. C.), ma come spesso si fa, anche nelle opere liriche, si rappresenta una situazione presente ricordando una situazione passata, allora Daniele fa una preghiera dopo il cantico di Azaria nella fornace e poi ci illustra questa situazione del popolo dell’esilio. Celebra le benedizioni del Signore, di Israele, tutto quello che hai fatto per noi, per i nostri padri, e poi:

Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.

Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.

Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,(ecco il culto: il cuore contrito e lo spirito umiliato) come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.

Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.

Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo la grandezza della tua misericordia.

Salvaci con i tuoi prodigi, dà gloria, Signore, al tuo nome”. (Dan 3,37-43).

Questa è la Nuova Alleanza. Per carità, dopo l’esilio si ritorna. Neemia comincerà a ricostruire l’altare, ci sarà il tempio ricostruito. Zorobabele e il sacerdote Giosuè stabiliranno i sacrifici; questo è giusto, si deve tornare al culto dei segni, ma provenendo dal culto dell’esistenza.

Deve essere chiaro che prima di tutto ci vuole l’io e poi ci vorranno le vesti, l’incenso, le musiche, i segni, le benedizioni…

E’ stata una rieducazione di Dio al suo popolo; è stata una grande lezione per riscoprire che cosa viene prima e che cosa viene dopo, che cosa è essenziale, senza del quale tutto il resto è vano oppure invece che cosa è accessorio, anche se sommamente conveniente, perché il popolo esprima il suo culto pubblicamente.

Il miserere:

Crea in me un cuore pure, rinnova in me uno spirito saldo! Apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode! Poiché non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti; uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi”.

Il timore del Signore è il sacrificio vero!

Nel tuo amore fa’ grazia a Sion; rialza le mura di Gerusalemme; allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare”.

Ricostruiamo la città, il tempio, forse più modestamente di quello di Salomone; allora ti saranno graditi i sacrifici. Il profeta non è contro il sacerdote, è lui stesso il sacerdote.

Il profeta è contro il culto vuoto dei segni senza sostanza, dei sacramenti senza fede, speranza e carità e questo è il nostro sacerdozio, non quello di Aronne e dei leviti e in questo essere sacerdote che è essere un uomo devoto del Signore.

Questo è il sacerdozio radicale, il sacerdozio dei fedeli che viene prima del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio dei fedeli, che è il sacerdozio del popolo di Dio e il sacerdote-ministro non è dispensato dall’essere sacerdote nella sua esistenza, nel suo corpo.

Per questo: gli esercizi spirituali sono prima di tutto del ministro poi verrà anche il ministero. La dedizione, la presentazione al tempio, l’Amen dentro il sì che Dio ci dice: questo è il punto essenziale che riannoda la relazione tra l’uomo e Dio » . (Ai sacerdoti della Diocesi di Roma).

Una premessa che ci voleva. Un dono dello Spirito l’avermi messo su questa pista. In tali considerazioni è già sintetizzata tutta la santità di Erminio Riccardo Pampuri.

Nelle pagine successive si vorrebbe provare a scavare, a prendere il largo nel mare della sua umanità “che rimane tale e pur diventa diversa”.

La pesunzione di voler ribaltare una certa ottica, mi fa correre un rischio elevato: quello di deludere l’attesa. Ma è l’unica via praticabile. Le antenne, purtroppo, sono quello che ho. Epperò lo Spirito di Dio che invoco e l’intercessione dell’interessato, sono l’unica garanzia a disposizione della penna che ardisce cimentarsi nell’impresa. Il solo antidoto agli abusi retorici. 

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PAVIA E DINTORNI

 

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